Domenico Pozzovivo è tornato in gara. Non solo: è anche tornato sul podio. Lo ha fatto domenica scorsa al Giro dell’Appennino, dove ha conquistato la terza piazza dietro al duo Polti-VisitMalta. E nella Solution Tech-Nippo è già un faro.
Con Pozzo però riavvolgiamo il nastro e ci facciamo raccontare il diario dei giorni al Tour of the Alps, che ha segnato il suo rientro alle corse dopo quasi un anno e mezzo da quel Giro di Lombardia 2024. Il tono è squillante. E fa piacere sentire Pozzovivo così.


Prima di addentrarci nel diario del Tour of the Alps, Domenico, in generale ti aspettavi di andare così forte?
Sono sincero, può sembrare presuntuoso dirlo, ma me lo aspettavo. Le mie dichiarazioni erano state più o meno in linea con quello che poi è stato. Sapevo di avere buoni valori in allenamento. Ovviamente la gara ha dinamiche e variabili difficilmente riproducibili, però le mie stime erano corrette. Insomma conoscevo i numeri e ne sono soddisfatto. Magari al Tour of the Alps avevo adocchiato una top 10, però non mi posso assolutamente lamentare.
Decisamente no, visto che poi è seguito anche un podio…
Devo dire che mi aspettavo anche quella fatica che c’è stata negli ultimi due giorni dell’Alps, perché avevo messo in preventivo di non avere ancora un’endurance molto spinta. L’Alps è stata una gara a tratti quasi estrema: a parte la prima tappa, le altre sono tutte di montagna. Sapevo che mi avrebbe stressato parecchio dal punto di vista fisico, ma credo anche che sia un lavoro che mi servirà per dopo. E il fatto di aver recuperato in una giornata vuol dire che ero sì affaticato, ma non in overreaching.
Apriamo questo ipotetico diario, Domenico. In questa prima pagina cosa scrivi: l’hai vissuto come un debutto o era un continuum del passato?
Sinceramente non ho pensato a troppe cose diverse da quelle che facevo fino a un anno e mezzo prima. Un po’ di meccanismi erano rimasti. Ero anche molto focalizzato sul meteo, perché c’era il rischio pioggia e rientrare con la strada bagnata non è mai piacevole. Ma in generale, essendo una tappa gestibile, non mi stressava più di tanto.


E in corsa?
Le velocità sono state alte e non ho avuto molto tempo per parlare con gli altri corridori. Però chi ho visto mi ha salutato e accolto con belle parole. Ero già molto concentrato soprattutto sulla seconda tappa, perché sapevo che era quella in cui dovevo cercare il risultato e che sarebbe stata determinante ai fini della generale.
E quella sera com’è andata? Apriamo il diario del secondo giorno…
La sera dopo la prima tappa ero abbastanza tranquillo. Non ho avuto problemi ad addormentarmi, ma di solito non ne ho. Si va comunque a letto tardi, quindi il problema è più che altro gestire i tempi. Alla partenza però ero teso, perché mi aspettavo una giornata dura, come poi è stata. Tra l’altro c’è stato più vento a favore del previsto. E in gruppo, in queste condizioni, non c’è grande comodità. Infatti il plotone si è spezzato più volte per l’alta velocità. A dirla tutta, anche per via delle moto sempre troppo vicine. In discesa, prendendone anche poca scia, la velocità aumenta in modo sproporzionato e chi è davanti è favorito. Comunque, tutte complicazioni che mi ero immaginato.
L’imbocco del Val Martello invece com’è stato? Frenetico?
Quella è quasi casa mia, avendo fatto molti ritiri sullo Stelvio. La Val Martello è la salita dove svolgo i lavori. Fortunatamente l’imbocco è stato cambiato all’ultimo, perché prima sarebbe stato più complicato, doveva avvenire tramite una rotatoria. Invece, l’abbiamo imboccata da un accesso più ampio e rettilineo con il gruppo più compatto. Così ho deciso di stare tranquillo dietro: dal primo all’ultimo non c’è una troppo spazio in termini di metri e secondi. In più avevo speso tanto nella discesa del Resia e mi mancava quel colpo di pedale ad alta cadenza: 120 rpm per mezz’ora con continui rilanci. Le gambe non le sentivo benissimo, però conoscevo i miei valori e sapevo che anche con 10-15 watt in meno potevo essere competitivo.


Una lucidità pazzesca!
Sì, perché altrimenti se pensi solo alla fatica ti innervosisci. Invece pensare ai numeri mi viene naturale. Quando sono arrivato davanti, la corsa è esplosa subito. Alcuni corridori più forti di me mi hanno costretto a uno sforzo precoce. E altri, vedi O’Connor, non credevo saltassero. Poi ho deciso di impostare il mio ritmo, quello che sapevo di poter mantenere. Ho pagato nel finale perché ho portato dietro il gruppetto inseguitore. Mi è mancata quella sofferenza estrema che solo la gara ti dà.
Dei tuoi compagni, chi è riuscito a starti più vicino?
Si sono alternati. Sulle salite lunghe si sapeva che sarei stato poco supportato, anche perché in due tappe c’erano subito salite impegnative. Però devo dire che tutti hanno fatto la loro parte per quello che hanno potuto.
Come ti hanno accolto in squadra?
Non direi che ci fosse timore, ma un po’ di reverenza sì, per via della mia carriera lunga. All’inizio erano un po’ restii anche a farmi domande su allenamento e alimentazione, ma col passare dei giorni si sono sciolti. Anche in gara si affidavano spesso alle mie indicazioni, soprattutto perché poi la buttavo giù in termini numerici.
Andiamo avanti. Cosa avresti annotato nel diario delle tappe successive? Passiamo alla terza, quella di Arco…
La terza tappa è andata come l’avevo prevista: dura ma gestibile. Per me lo stress era la discesa finale non lontana dall’arrivo: il primo vero test con questi materiali. Ero molto concentrato. Di solito accelero negli ultimi 500 metri di salita e mi porto avanti: infatti ero nei primi dieci allo scollinamento. Così sono stato tranquillo e ho avuto tutto sotto controllo. In discesa ho avuto un problema di crampi all’ultima curva, ma li ho gestiti e sono rimasto nel gruppo principale.


E sui materiali cosa scriveresti?
Sono più che soddisfatto. In salita questa Rali è una bici leggera e molto reattiva, in sintonia con le ruote. In discesa è precisa, ma richiede traiettorie pulite fin dall’inizio. Non è super aero, ma è molto versatile.
Il diario della quarta tappa cosa racconta?
Lì ho iniziato a sentire la fatica vera. Subito un’ora di salita: nei primi 12 minuti siamo andati a 6,8 watt/chilo. Non proprio una partenza morbida. Mi è rimasta nelle gambe. Non ero più brillante come nei primi giorni, ma me la sono cavata. Peccato per una forte emicrania la sera, che mi ha condizionato per l’ultima tappa.
E arriviamo all’ultima pagina della corsa…
E’ andata bene, ma ho dovuto gestirmi molto nella salita finale. Mi sono staccato a due chilometri dalla prima salita. Restare agganciato avrebbe significato giocarsi la top ten. Il passo era alto ma non impossibile. Nell’ultimo passaggio ero tra gli ultimi, ma non sono crollato: semplicemente, quando resti solo, perdi terreno si sa…


E degli avversari cosa avresti scritto?
Conoscendo Giulio Pellizzari e vedendo come correva la squadra, ero certo che nell’ultima tappa avrebbe fatto la differenza. Il suo recupero e le sue caratteristiche emergono di più nel finale, specie dopo tappe dure. Magari da casa non si percepiva, si andava forte e si è accumulata tanta, tanta fatica. Il suo modo di correre è rimasto simile: sale leggermente dietro e poi va in progressione, un po’ come me. Però è cresciuto molto in sicurezza, forte anche di una squadra molto potente. Al Giro d’Italia può migliorare il risultato dell’anno scorso.
Nei giorni del Tour of the Alps, come ti sei trovato con l’alimentazione?
Io ho sempre richieste particolari! Cerco però di non complicare il lavoro dei massaggiatori e dello staff. Porto da casa quello che mi serve: la mia valigia “food” è quasi più grande di quella dei vestiti! Per esempio la sera preferisco pasta di legumi o senza glutine o integrale. La consegno al massaggiatore che dà le giuste dritte in cucina. Devo dire che in Austria, alla prima tappa, mi hanno sorpreso per la cottura: molto buona.
L’ultima pagina del diario è ancora bianca: cosa ci scrivi?
Nell’ultima tappa mi sono ritrovato con Sean Quinn e, da buon americano, mi ha definito il LeBron James del ciclismo. Noi riportiamo tutto al calcio, loro al basket. Mi ha fatto piacere. Per il resto scrivo che è stato un bel rientro e che c’è ancora margine per migliorare. Se si allineano tutti i pianeti, posso dare ancora qualcosa in più.