Quando gli hanno proposto di portare la fiaccola olimpica di Milano Cortina, Mirko Gualdi ha cercato un motivo che andasse oltre la soddisfazione personale. Non c’è voluto tanto e non ha nemmeno dovuto socchiudere gli occhi per ricordarsi i giorni di Barcellona 1992 e quei due amici con cui condivise l’onore di rappresentare l’Italia, portando a casa la medaglia d’oro con Casartelli. Lo avrebbe fatto per ricordare Fabio e Davide Rebellin: solo così quel suo sfilare con il simbolo olimpico nella mano avrebbe avuto un senso (nella foto di apertura, Gualdi è visibilmente emozionato).
«Quando a gennaio 2025 sul sito delle Olimpiadi uscì il bando per chi volesse fare il tedoforo – racconta Gualdi – io mi iscrissi e vidi che c’erano delle domande cui rispondere. La prima era che cosa mi legasse alle Olimpiadi. Così raccontai che nel 1976 i miei mi avevano portato a vedere quelle di Innsbruck in cui avrebbe gareggiato un ragazzo del mio paese, Fausto Radici, che sciava con un occhio solo. Tornando a casa, dissi ai miei genitori che da grande avrei voluto fare anche io le Olimpiadi. Da ragazzo sciavo, poi iniziai a correre in bici e quando nel 1990 vinsi il mondiale dilettanti, scelsi di non passare proprio per arrivare a Barcellona 92.
«Poi scrissi di aver partecipato a quelle Olimpiadi e il fatto di essere rimasto il solo di quel gruppetto. C’erano tante piccole cose che erano rimaste solo mie e non avevo ancora trovato il modo per ricordare Fabio e Davide. Portare la fiamma olimpica, che per tutti e tre era stato un sogno – raggiunto da Casartelli, ma con la consapevolezza che avremmo potuto vincere tutti – è stato qualcosa di incredibile».


Nel cuore di Salò
Il suo viaggio di tedoforo si è svolto il 17 gennaio nel cuore di Salò, in una serata piena di emozione durante la quale il bergamasco ha avuto un sussulto nel riconoscere sul ciglio della strada il suo mentore di un tempo: Giosué Zenoni, tecnico che lo scortò alla conquista del mondiale dilettanti del 1990, che l’anno dopo portò gli azzurri all’iride della Cento Chilometri a Stoccarda e nel 1992 li guidò all’oro olimpico con Casartelli. E’ stato come se la grande storia di ieri, spezzata dalla morte di Fabio e poi di Rebellin, si sia improvvisamente riaccesa.
«A Zenoni avevo mandato il link di un articolo scritto da un giornalista di qui – ricorda Gualdi – e si era detto entusiasta dell’idea. Circa dopo 200 metri che avevo iniziato a camminare, mi sono sentito chiamare e ho riconosciuto Fusi e Zenoni che mi salutavano dal bordo sinistro della strada.
«C’era tantissima gente nel centro di Salò, essendo sabato pomeriggio, e a quel punto mi sono emozionato ancora di più, perché ho capito che per Giosuè, i suoi corridori, quelli che lui portava ai mondiali e alle Olimpiadi, erano dei figli. Con Davide di sicuro, con Fabio anche, ma anch’io mi sono sentito figlio suo come gli altri due.».








Zenoni a bordo strada
Zenoni era sparito dai radar, con poca voglia di uscire e mettere il naso nel ciclismo con cui aveva ormai tagliato tutti i ponti. Conclusa nel 1992 l’esperienza nella nazionale dei dilettanti, aveva continuato per un po’ ad allenare Rebellin e il suo ultimo impegno ufficiale fu guidare il Team Polti in cui nel 1996 correva proprio Davide. Poi lentamente era uscito dalle scene, preferendo la privacy della sua casa a Villa d’Almè.
«Ho passata la fiamma a Fabrizio Bontempi – il racconto di Gualdi prosegue – poi sono corso indietro, ma non li ho più trovati, così ho chiamato Fusi. Stavano andando via, ma gli ho chiesto di fermarsi. Giosuè non lo vedevo dal 2000, da prima che smettessi di correre. Ci siamo abbracciati, siamo scoppiati entrambi a piangere e gli ho detto: “Non t’ho mai visto piangere ed emozionarti così tanto, neanche quando hai vinto i mondiali e le Olimpiadi”. Ma questo abbraccio aveva tutto un altro significato e anche Antonio era emozionatissimo».


«Siamo stati una mezz’ora a parlare – conclude Gualdi – poi Giosuè ha riconosciuto mia mamma. Aveva sempre avuto una grande stima per mio papà come direttore sportivo, quindi ritrovarsi è stato veramente bello. Con Antonio abbiamo ricordato tante piccole cose e devo dire che in questa camminata con la torcia in mano, la presenza di Zenoni è stata davvero la ciliegina sulla torta, per la quale ringrazierò sempre Fusi.
«In quei 300 metri ho pensato anche a mia moglie Maria che veniva a tifarmi sulla strada, a mio padre Angelo e anche ai miei figli Letizia e Leonardo che ho cercato di educare seguendo anche i principi olimpici. Ho camminato pensando a Fabio e Davide, che non ci sono più, ma vi giuro che li ho sentiti per tutto il tempo al mio fianco».