Tre anni sono tanti, soprattutto per chi va in bici, per chi vive di questo mestiere. Arianna Fidanza ha inseguito il successo per tre intere stagioni, nelle quali ha anche dovuto lasciare il WorldTour approdando alla Laboral Kutxa (anche se parlare di passo indietro sembra azzardato considerando che al momento è la squadra con il maggior numero di successi, già 9) ma soprattutto ha dovuto mandar giù tanti bocconi amari. E forse è proprio da questa voglia di rivalsa che è scaturito il suo post sui social, per festeggiare il successo parlando di “mazzate del 2025” cancellate d’un colpo…


La sfida lanciata dalle francesi
O forse, ancor di più da come il successo alla Pionera Race sulle strade spagnole è scaturito, proprio quando Arianna aveva visto come la corsa non si stava mettendo bene: «E’ stata una gara breve, ma allo stesso tempo abbastanza dura perché comunque c’era vento. Dopo una salita di 5 chilometri e la discesa che già avevano fatto selezione, c’era un vero muro, un chilometro con pendenze a doppia cifra e lì abbiamo provato ad attaccare con la Silvestri per fare ulteriore selezione. Dopo l’azione di Debora siamo rimaste in 6, ma poi sono entrate delle altre ragazze, eravamo in 12 e la Ma Petite Entreprise (formazione professional francese, ndr) aveva ben 4 rappresentanti».


A quel punto come vi siete regolate?
Abbiamo dovuto inseguire molti scatti, perché le altre squadre hanno giocato le loro carte e hanno cercato di portare via un’ulteriore fuga continuando a scattare. Io sapevo di potermela giocare bene in volata, ma che non sarebbe stata semplice, perché comunque si arrivava da due curve a 90 gradi negli ultimi 200 metri e gli ultimi 150 erano con del lastricato reso scivoloso dalla leggera pioggia battente. L’idea era quella di prendere le ultime due curve in testa, sono entrata seconda nell’ultima curva e avevo pochissimo spazio per rimontare l’atleta che era entrata davanti a me. Ma alla fine ce l’ho fatta, ci voleva.
Tu hai scritto che ti ripaga delle mazzate del 2025, perché?
L’anno scorso era partito bene, ho raccolto dei buoni risultati in Spagna, fisicamente c’ero, ma ci sono stati molti intoppi a cominciare dal morbo di Haglund, una deformazione a livello del calcagno tra il tendine d’Achille e il tallone. Da fine febbraio ad aprile ero quasi tutti i giorni dal fisioterapista perché avevo dolore persistente, mi svegliavo la notte e uscire in bici non era più piacevole perché nel momento in cui io indossavo la scarpa avevo dolore. Temevo di dovermi fermare e farmi operare.


Come hai risolto?
Sono riuscita a trovare una soluzione di tamponamento tramite un calzolaio, che mi ha svuotato la parte posteriore della scarpa che comunque mi provocava uno sfregamento all’infiammazione che avevo. Ho continuato a correre, ma mentalmente mi ha lasciato uno strascico, sono entrata in un loop di overthinking, continuando a pensare. Avevo paura di dovermi fermare, magari di non poter più pedalare e devo ringraziare il mio fisioterapista che mi trovava spazio praticamente tutti i giorni per fare delle terapie di tamponamento antinfiammatorie con il laser.
Tutto risolto, quindi…
Non proprio. Dopo sono andata in El Salvador, ho fatto dei piazzamenti e la stagione iniziava a volgere al meglio, alla Vuelta avevo preso la maglia della combattività, ma il giorno dopo sono caduta e non ho potuto terminarla perché ho dovuto mettere dei punti al braccio e anche lì è stata un’altra mazzata psicologica. Avevo un ematoma e non riuscivo a tenere il manubrio, ho dovuto saltare delle gare, ho corso il Giro d’Italia, poi sono caduta ancora e ho lussato la spalla.


Erano più i problemi fisici o psicologici?
Un mix, forse questi ultimi pesavano di più. Mi sembrava che ci fosse sempre qualcosa che mi fermasse o che comunque non mi potesse far esprimere al meglio. Devo dire grazie alla pista se ne sono uscita.
Come?
Andando agli europei di corsa dietro derny, è stata una sorta di sorpresa. Mi ha chiamato il presidente Cordiano Dagnoni chiedendomi se ero disposta a provarci, guidata da suo fratello Cristian. Ho voluto provare a mettermi in gioco perché l’inverno scorso avevo fatto 2-3 uscite in pista. Ho fatto proprio due allenamenti in croce prima dell’europeo, ma dalla mia c’era che è una specialità di resistenza che si avvicina alla strada, non serve proprio un avvicinamento specifico, poi essendo su una pista semiaperta ew in cemento ero anche avvantaggiata. Alla fine il bronzo è stata una bella soddisfazione.


Nel team basco, come ti stai trovando?
Devo dire bene, abbiamo una componente molto italiana, con tante compagne e anche lo staff è sempre disponibile. Al team manager piace l’Italia, piacciono le persone italiane. Ci siamo ritrovate in squadra, correndo insieme, accomunando le nostre esperienze facendo anche gruppo fuori dalle corse.
Quanto è stata importante la presenza della Silvestri nella fuga finale?
Avere una compagna di squadra è un’ottima cosa, sapevo che lei se la poteva giocare sullo strappo duro. Poi l’attacco non è andato in porto, ma è stato fondamentale perché ci siamo divise in un certo senso il lavoro: una copriva gli attacchi, poi l’altra faceva lo stesso, così mi ha dimezzato il lavoro preservandomi energie necessarie.


Adesso cosa ti quali obiettivi ti sei posta?
Nessuno in termini di gare, ma sono contenta che come squadra si torna a fare le classiche in Belgio, quelle del pavé, che mi sono sempre piaciute e secondo me, per le caratteristiche che ho, mi si potrebbero anche adattare bene. Se ho una forma buona e se il fisico risponde bene, mi piacerebbe mettermi in gioco.