La nuova strada della SEG: meno Racing e più Academy

17.01.2025
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Un team che non è un team. Tra le novità che questo promettente 2025 propone c’è il ritorno della SEG Racing Academy. Parliamo di un marchio storico che fino a 3 anni fa era una squadra continental molto attiva, che nel corso degli anni ha portato ben 36 corridori a varcare le soglie del WorldTour e non gente qualunque, considerando i nomi di Fabio Jakobsen, Thymen Arensman, Kaden Groves, Edoardo Affini, Alberto Dainese. Oggi l’Academy riparte con nuove strategie: una vera e propria scuola per ciclisti, che troveranno poi posto per fare attività agonistica in altri team, avendo a disposizione un centro di allenamento ad Amsterdam.

La SEG Racing Academy ha svolto attività come team continental fino al 2021
La SEG Racing Academy ha svolto attività come team continental fino al 2021

Gli italiani sbocciati nel team

A raccontare la storia di questo progetto per certi versi innovativo è il direttore, Eelco Berkhout: «Noi abbiamo fondato l’Academy nel 2015. Nel corso degli anni sono passati da noi anche corridori italiani poi affermatisi all’estero, come Edoardo Affini, Marco Frigo, Alberto Dainese. Ma anche molti campioni internazionali. Nel corso degli anni abbiamo visto che anche altri team hanno iniziato con propri team di sviluppo. Così è stato sempre più difficile ingaggiare i buoni corridori per convincere tutti a unirsi al nostro progetto. Allora ci siamo fermati per capire a che cosa puntava la nostra strada, dovevamo differenziarci.

«Abbiamo capito che le squadre non sono nostre rivali, ma possono essere nostre clienti. Dovevamo cambiare il concetto alla base del nostro lavoro. Quindi ci siamo riorientati. Ci siamo presi due anni per pensarci, notando che c’è una mancanza di strutture simili negli juniores. Era lì che dovevamo lavorare e trovare il nostro spazio».

Eelco Berkhout, direttore della SEG Racing Academy. Con grandi ambizioni
Eelco Berkhout, direttore della SEG Racing Academy. Con grandi ambizioni
Voi avete stretto un rapporto con tre team: Acron Tormans in Belgio, Goudenbod-Parkhotel in Olanda e German Junior Racing in Germania. Come funziona la partnership con le tre squadre? Chi allena i ragazzi?

Le squadre hanno tutte il loro staff. Ovviamente hanno degli allenatori, ma noi abbiamo il nostro laboratorio di ciclismo. I nostri preparatori coordinano la formazione e aiutano gli allenatori nella squadra a sviluppare i corridori, è un lavoro in sinergia, personalizzato. I ragazzi apprendono da noi le prime basi, facciamo anche dei corsi. Poi a un certo punto, quando sono abbastanza bravi, iniziamo a dare loro consigli su come fare il passo successivo.

Che tipo di consigli?

Siamo un’agenzia di procuratori, quindi abbiamo la nostra rete di contatti, conosciamo tutti i devo team e aiutiamo i talenti a salire di livello, poi iniziamo a guidarli anche dal punto di vista dei contratti. Alla fine, si tratta di diventare professionisti, e devi farlo pensando come un professionista, allenandoti come un professionista, comportandoti come un professionista. Noi gli diamo gli strumenti per farlo.

Alcuni dei 36 campioni passati per l’accademia e approdati nel WorldTour
Alcuni dei 36 campioni passati per l’accademia e approdati nel WorldTour
Non si rischia di avere un diverso trattamento nei team fra i corridori vostri e gli altri?

Ci sono sempre dei rischi, ma preferiamo aiutare e sviluppare la prossima generazione. Sappiamo dal passato che nel nostro team di sviluppo ai vecchi tempi la rivalità era nelle giuste dosi e si frammischiava con l’amicizia, l’ambizione. Di esempi ne abbiamo avuti tanti, abbiamo visto tanti corridori crescere e affermarsi.

Ad esempio?

Ad esempio Dainese. E’ cresciuto pian piano, ha trovato in casa avversari ma anche stimoli, alla fine è arrivato in cima. I ragazzi hanno anche cercato di aiutarsi a vicenda e si sono migliorati a vicenda. A volte il compagno è un concorrente, ha i tuoi stessi obiettivi ma è anche un compagno di squadra ed è anche qualcuno che può aiutarti a raggiungere il passo successivo.

Edoardo Affini con la maglia della SEG. Il campione europeo è rimasto legato al gruppo di Berkhout
Edoardo Affini con la maglia della SEG. Il campione europeo è rimasto legato al gruppo di Berkhout
Quanti ragazzi avete nella vostra accademia e di quali nazionalità sono?

I team che supportiamo sono tedeschi, olandesi e belgi. Quindi per ora l’attenzione principale è su quei tre Paesi. Oltre a questo, abbiamo borse di studio per corridori provenienti da tutto il mondo. Per ora non ne abbiamo assegnate, stiamo appena iniziando. Ma il nostro obiettivo è aumentare il nostro programma e rivolgerci ad altri mercati: Italia, Francia, Usa, Australia. Penso che possiamo aggiungere qualcosa di veramente prezioso ai team. L’intera struttura delle prestazioni sta aiutando l’allenamento, l’alimentazione e quel genere di cose. Inoltre abbiamo coinvolto anche nostri ex ciclisti, che ora sono professionisti per guidare un po’ nei webinar le nuove leve.

Avete avuto richieste dal nostro Paese?

Arriveranno. Anche in Italia sanno che lavoriamo con Affini e Frigo. Quindi sicuramente anche i corridori italiani ci contatteranno. Noi siamo ancora i loro agenti, come per gli altri passati da noi. Questo è il nostro modello. Noi iniziamo, li sviluppiamo, li aiutiamo, investiamo in loro e poi a un certo punto iniziamo a diventare i loro agenti. Quindi li aiutiamo a raggiungere la vetta. Per noi il titolo europeo di Affini è stata una gioia enorme, perché lo abbiamo seguito dagli inizi. E’ una grande storia.

Uno sguardo rivolto verso il futuro. Per la struttura olandese il mercato si aprirà anche verso l’Italia
Uno sguardo rivolto verso il futuro. Per la struttura olandese il mercato si aprirà anche verso l’Italia
Perché avete scelto questa strada e non quella ad esempio di costruire un devo team?

Se mai dovessi sviluppare un devo team, avrei solo 16 corridori al massimo, ma noi vogliamo aiutare di più, quindi avere la possibilità di agire su più ragazzi, trovare talenti da far crescere piano piano. Alla fine siamo convinti che quelli che troveranno la strada per la gloria saranno molti di più. Siamo un’azienda e vogliamo lavorare con i migliori corridori del futuro.

Marco Frigo si rilancia tra l’Olanda e le prove contro il tempo

30.09.2021
5 min
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Quando abbiamo contattato Marco Frigo per fare questa intervista era la vigilia della Ronde de l’Isard (foto di apertura di La Depeche), non ci aspettavamo di commentare con lui la vittoria della prima tappa della gara francese, la prima in maglia Seg Racing Academy. Marco è partito da lontano per andare a correre in Olanda la scorsa stagione, dal suo Veneto, dove ritorna appena può.

Dice di essere freddo, di non essere uno con la lacrima facile, eppure oggi la voce un pochino gli trema. Come quella di chi si riprende qualcosa che gli era mancato per tanto tempo: la vittoria. Forse anche un po’ di fiducia, ma non nei propri mezzi, più nel destino, lo stesso che sulle strade di Rodi gli ha fatto trovare un masso sulla propria strada.

Azzurri alla partenza della prova in linea di Leuven poi vinta da Baroncini, Marco Frigo è il terzo da sinistra
Azzurri alla partenza della prova in linea di Leuven poi vinta da Baroncini, Marco Frigo è il terzo da sinistra
Come ti senti dopo questa prima tappa?

Sono contento, moderatamente, non ho fatto ancora nulla di eccezionale. Sono più felice per la squadra che per me, loro ci credono molto e mi hanno dato tanto in questo anno e mezzo.

Come mai questa scelta di andare alla Seg la scorsa stagione?

L’offerta, il programma di crescita e di allenamento era davvero molto bello e adatto a me. Poi penso che un’esperienza all’estero faccia bene, soprattutto nei paesi come l’Olanda. Impari a cavatela da solo e ad essere più autonomo. Passo molto tempo in giro tra allenamenti e ritiri tanto che a casa negli ultimi due mesi sono stato solamente tre giorni. Poi ho parlato con Dainese ed Affini e mi hanno detto: “Marco, se vuoi diventare un corridore professionista devi andare alla Seg”.

Il percorso però non è uguale per tutti

La differenza la fai tu e come vuoi affrontare le sfide. Personalmente ho scoperto dei lati di me che non conoscevo, pensavo di essere più “mammone” ed invece sto bene anche da solo.

È stato un anno e mezzo difficile in cui anche il lockdown ci ha messo lo zampino.

Il 2020 non è stato l’anno migliore per iniziare questo cammino, ho avuto modo di pensare molto alla mia scelta, mi sono fatto delle domande e mi sono dato delle risposte. Però non ho mai messo in dubbio la Seg e il mio percorso di vita.

Nel 2019, al tuo primo anno da Under hai vinto il campionato italiano ed eri alla Zalf.

Vero, ho vinto il campionato italiano ma ho vinto semplicemente una corsa. Non ero il più forte in gara e non ero il più forte neanche dopo, ho solo corso bene quel giorno.

Come dire: una rondine non fa primavera…

Esatto, non mi sono montato la testa, non sono uno che si esalta molto. Sono poco self confident, grazie a quella vittoria ho preso un po’ più di consapevolezza nei miei mezzi.

Marco Frigo in azione agli europei di Trento: ottimo rodaggio sulla via dei mondiali
Marco Frigo in azione agli europei di Trento: ottimo rodaggio sulla via dei mondiali
Questa stagione hai fatto anche le tue prime competizioni a cronometro (Campionato italiano, secondo e mondiale, trentatreesimo).

Ecco, questa disciplina ho iniziato a curarla proprio da quando corro qui, prima non l’ho mai considerata. Ho scoperto il mezzo e devo dire che mi piace molto, non ne voglio fare la mia attività principale però. I miei obiettivi poi sono altri.

Come mai non l’hai mai considerata?

Semplicemente nelle squadre in cui correvo prima non si allenava molto questa disciplina.

Quali sono quindi i tuoi obiettivi?

Io voglio diventare un corridore da corse a tappe e voglio migliorare in questo settore. A Rodi prima della caduta andavo forte e stavo sempre con i migliori.

Rodi è stato un momento difficile da superare?

Molto, ma non per i danni fisici, la clavicola in una/due settimane era a posto. Quel che mi ha frenato maggiormente è stata la paura che si potesse ripetere un episodio simile. Ho iniziato ad aver paura della velocità in discesa. Anche a causa di questo mio timore ho preso minuti in alcune tappe al Giro d’Italia Under 23 e al Tour de l’Avenir.

Hai fatto qualcosa per superarlo?

Sto ancora facendo qualcosa. Dopo il Giro, insieme alla squadra ho iniziato un percorso con una mental coach. È molto utile e stiamo facendo grandi progressi.

Come mai è così importante?

Lo è perché devi avere qualcuno di esperto con cui parlare e confrontarti. Non parlo di esperienza ciclistica ma di supporto, facciamo uno sport in cui la mente fa gran parte del lavoro. Puoi essere pronto quanto vuoi fisicamente ma se non ne sei convinto non farai mai nulla.

Quindi continuerai a fare questo lavoro?

Quasi sicuramente si. Fa parte della mentalità del team avere questi collaboratori, ora capisci quando ti dicevo della mentalità più professionale qui alla Seg?

Marco Frigo mette la propria firma sulla medaglia d’oro di Baroncini, i due sono stati compagni di stanza
Hai un fisico particolare (un metro e ottantotto e 65 chili).

Molti corridori con il mio tipo di fisico hanno vinto i grandi giri: Froome, Doumulin e Thomas per dirne alcuni.

Loro però vanno forte a cronometro…

Vero e per questo che sono felice del mio percorso in Seg. Mi aiutano a raggiungere i miei obiettivi e questo passa anche dalle sfide contro il tempo. Non devo guadare al secondo posto raggiunto ma al trentatresimo del mondiale. Quei due minuti presi dal corridore danese servono da monito, ho appena iniziato a lavorare e devo fare ancora molto.