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Ecco la Rayer, talento francese dal carattere molto particolare

04.10.2022
5 min
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A Wollongong la gara femminile junior si è chiusa da poco tempo. Eglantine Rayer, arrivata seconda, è già in sala stampa, almeno in questo ha preceduto (e non di poco) la dominatrice Zoe Backstedt. Le chiedono di accomodarsi al tavolo delle intervistate e di anticipare la sua porzione di domande/risposte, ma lei non ne vuole sapere. Anzi si stizzisce anche un po’ per la richiesta che non segue il canone formale. Tra i giornalisti il suo fare un po’ sopra le righe stupisce. Evidentemente non sanno con chi hanno a che fare. Ma di certo lo avranno…

Da junior la Rayer ha vinto un argento mondiale, 1 oro e 2 podi europei e 3 titoli francesi (foto EglantinePhotoSport)
Da junior la Rayer ha vinto un argento mondiale, 1 oro e 2 podi europei e 3 titoli francesi (foto EglantinePhotoSport)

La rabbia contro i giudici Uec

La francesina è uno di quei classici casi dello sport dove il talento è direttamente proporzionale a un carattere che definire fumantino è un eufemismo. Nei suoi due anni da junior ha vinto tanto, praticamente il responso della gara australiana è l’esatta fotocopia dei valori in campo. Il Team DSM non se l’è fatta sfuggire e l’ha inserita già nel roster del prossimo anno, ma avranno certamente il loro bel daffare per imbrigliarla.

Una prova? Basta tornare indietro con la memoria solo di tre mesi, agli europei di Anadia. La transalpina di La Ferté-Macé arriva seconda nella crono, battuta per 45” dalla tedesca Justyna Czapla, ma quella che si presenta davanti ai giornalisti non è certo una ragazzina sorridente per la medaglia.

«Hanno controllato la mia bici tre volte – dice – me l’hanno data appena prima del via, neanche il tempo di assestarmi sulla sella. Sono partita che avevo le lacrime agli occhi per tanta rabbia, neanche ho acceso il misuratore di potenza. Devo dire grazie ai miei tecnici che hanno capito il mio stato d’animo e non mi hanno dato riferimenti sulle avversarie, sapere che ero dietro per colpa dei giudici mi avrebbe dato la mazzata finale…».

Fortissima a cronometro, ma il percorso in Australia l’ha penalizzata, anche a causa del jet-lag
Fortissima a cronometro, ma il percorso in Australia l’ha penalizzata, anche a causa del jet-lag

La beffa di Wollongong

Nel racconto abbiamo omesso tutte le colorite espressioni che infarcivano le sue parole. Eglantine è così, prendere o lasciare, ma questo si traduce anche in una malizia che porta risultati, perché legge la corsa in una maniera tutta sua. Magari non proprio ortodossa, ma i risultati le danno ragione e a conti fatti una squadra a quello guarda. Molto di questo lo si desume dal suo racconto in prima persona della gara mondiale.

La Backstedt come noto è andata via praticamente appena iniziata la gara. Si è capito presto che si lottava per l’argento e la Rayer non si è persa d’animo.

«Quando dopo il tratto di pianura mi hanno detto il vantaggio della britannica – ha spiegato – quasi mi mettevo a ridere… La Vinke è partita con altre due, ma ho rimediato, poi ci siamo trovate da sole io e lei, tra l’altro dal prossimo anno saremo compagne di squadra. Io avevo dato tutto, Niemke mi ha chiesto di darle il cambio ma io non ne avevo. Una vocina da dentro però mi diceva di partire da dietro, di onorare le compagne di nazionale che avevano lavorato per me. Ho fatto lo sprint e non me ne pento…». L’olandese non ha recriminato, ma certo è un comportamento che fa pensare.

Vinke beffata, la francese è argento a Wollongong. Nata il 12 giugno 2004, nel 2023 correrà nel Team Dsm
Vinke beffata, la francese è argento a Wollongong. Nata il 12 giugno 2004, nel 2023 correrà nel Team Dsm

Il trucchetto di Anadia

Un comportamento al quale la 18enne transalpina non è nuova e le nostre Ciabocco e Venturelli lo sanno bene. Torniamo allora ad Anadia, per la gara continentale in linea: la corsa si è messa bene per i nostri colori con le due azzurre in fuga insieme alla transalpina, due contro uno.

«Sapevo che le italiane sono fortissime – ha raccontato – e pensavo che si sarebbero giocate la carta dello sprint, ma poi hanno cominciato a chiedermi dei cambi e ho iniziato a riflettere. Un paio ne ho dati, poi ho detto loro che non collaboravo perché aspettavo il ritorno della Ménage che era la nostra velocista, così non ho tirato più. Tutte energie che mi sono venute utili alla fine».

La vittoria di Anadia, con Ciabocco e Venturelli in fila alle sue spalle (foto Uec)
La vittoria di Anadia, con Ciabocco e Venturelli in fila alle sue spalle (foto Uec)

Sarà la nuova Longo?

In Francia parlano di lei come della nuova Longo e c’è un fattore che potrebbe anche ricordare l’anziana e mai doma campionessa (ancora oggi capace di vincere il titolo mondiale Master nella sua categoria): il fatto che pratica più discipline, tra strada, ciclocross e pista. Ha iniziato a 11 anni, seguendo le orme del fratello.

«Inizialmente neanche mi interessava tanto – ha raccontato – ma più che altro avevo paura a farmi avanti perché avrebbero pensato che volevo copiarlo… Un giorno però il presidente del suo club ha detto che aveva bisogno di una ragazza per completare la squadra, così mi sono fatta avanti. Devo dire grazie a mio fratello se sono arrivata qui».

Il suo sogno è primeggiare nella gara di casa, il Tour de France appena nato, proprio come faceva la mitica Jeannie. E considerando il suo caratterino, è probabile che ci arriverà.

Carpenter Los Angeles 1984

Maria Canins, le Olimpiadi e quel pedale maledetto…

25.07.2021
4 min
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«Quando ripenso a quella gara è come se l’avessi disputata ieri, è stampata nella mia mente in ogni suo metro». Sono passati 37 da quel 29 luglio 1984, da quella gara olimpica di Los Angeles ricca di spunti, di aneddoti che con il tempo hanno assunto contorni sfumati nella memoria di Maria Canins, colonna della storia ciclistica italiana al femminile. Molti ad esempio ricordano quella gara come la sfida a Jeannie Longo, la francese vincitutto, un totem esattamente come l’Olanda lo è oggi, ma le cose non stanno propriamente così…

«Allora la Longo era ancora troppo giovane, non aveva vinto nulla della caterva di titoli conquistati in seguito – racconta la Canins – Il vero spauracchio erano le americane, Connie Carpenter e Rebecca Twigg, che avevano tutto per vincere correndo in casa e infatti fecero doppietta. La Longo però un peso in quella corsa lo ebbe, eccome…».

Ci spieghi meglio…

Partiamo allora dall’inizio: per gareggiare a Los Angeles la trasferta era iniziata molto prima, con il Giro del Colorado, una prova a tappe di preparazione alla gara olimpica, molto dura. Vinsi io e forse proprio per questo mi indicavano tutti come favorita per l’oro, ma io sapevo che le americane erano fortissime e sarebbe stato difficile batterle su quel percorso. Dovevo staccarle e ci provai.

Canins Los Angeles 1984
Il gruppetto che si giocò il primo titolo olimpico, con la Canins a sinistra, alla fine quinta
Canins Los Angeles 1984
Il gruppetto che si giocò il primo titolo olimpico, con la Canins a sinistra, alla fine quinta
Riuscendoci?

No, perché andavano veramente forte. Nella fase finale della gara ci ritrovammo in 6: io, la Longo, le due americane, la tedesca ovest Schumacher che fino allora non aveva risultati di rilievo e la norvegese Unni Larsen, stesso discorso. Le americane facevano gioco di squadra anche perché sapevano di essere forti in volata, bisognava staccarle. Io mi misi alla ruota di una delle due, ma questo alla Longo non stava bene e voleva prendere il mio posto.

Cosa accadde?

La francese si mise al mio fianco, ma io non ero tipo da impaurirmi e la scia non la cedetti. Così andò un poco più avanti e strinse su di me, col risultato che il pedale toccò la mia ruota anteriore. Finimmo a terra, ma io mi rialzai subito, lei invece ruppe la catena e dovette attendere. La corsa l’aveva persa, ma anch’io…

Eppure arrivò insieme alle prime…

Sì, infatti ripartii in quarta (il mio direttore sportivo diceva sempre che mi serviva qualche incidente per dare davvero il massimo) ma mancavano solo 3 chilometri. Mi riagganciai, ma avevo speso tutto, così non andai oltre il 5° posto. In un gruppetto così ridotto, in volata avrei potuto dire la mia, ma ero troppo stanca. Comunque la Carpenter fu una vincitrice più che degna, una vera campionessa.

Canins Longo 1985
Canins dietro alla Longo ai Mondiali 1985: la sfida tra l’italiana e la francese ha caratterizzato gli anni Ottanta
Canins Longo 1985
Canins dietro alla Longo ai Mondiali 1985: la sfida tra l’italiana e la francese ha caratterizzato gli anni Ottanta
Quelle erano Olimpiadi speciali, le prime con la gara femminile su strada…

E fu proprio per quelle Olimpiadi che iniziai la mia carriera da Elite. Quando si seppe che il ciclismo su strada avrebbe fatto ingresso nel programma olimpico, la Fci contattò la federazione sport invernali per vedere se c’era qualche fondista disposta a provare il ciclismo in funzione della gara olimpica. Dissero tutte di no, a me piacevano le sfide e accettai. Nel giugno 1982 affrontai la prima gara e quello stesso anno fui argento ai Mondiali. Poi andai avanti vincendo in tutto il mondo, ma la molla fu quella.

Quante eravate in gara?

Esattamente come adesso, 4: io, Luisa Seghezzi che arrivò nona, Roberta Bonanomi 23esima e Emanuela Menuzzo 34esima. La tattica di gara era semplice: le altre dovevano proteggermi e aiutarmi a fare selezione su un percorso duro. Nei propositi dovevo staccare tutte le altre o perlomeno costruire un gruppetto, infatti alla fine rimanemmo solo le favorite.

Un po’ lo stesso principio che accompagna Elisa Longo Borghini nella sua sfida olimpica alle olandesi…

Elisa la conosco bene, sua madre Guidina Dal Sasso era mia grande avversaria nelle gare di sci di fondo. Ha un po’ le mie caratteristiche, deve riuscire a staccare tutte o ridurre le avversarie a un numero minimo per avere possibilità. Mi rivedo molto nella campionessa della Trek Segafredo e la seguo con il cuore.

Canins 1990
Su strada la Canins ha vinto un oro mondiale, un Giro e 2 Tour, oltre a 2 tappe di Coppa del Mondo Mtb
Canins 1990
Su strada la Canins ha vinto un oro mondiale, un Giro e 2 Tour, oltre a 2 tappe di Coppa del Mondo Mtb
Segue ancora il ciclismo femminile?

Per quel poco che si può… Io forse andrò controcorrente, ma ho sempre pensato che il grande errore del ciclismo femminile sia stato quello di andare troppo dietro a quanto fanno i pro’, quando invece bisognerebbe scegliere una propria via, più semplice, più divertente. Il paragone con l’altro sesso sarà sempre perdente, è come paragonare la gara dei 100 metri maschile in atletica a quella femminile, sarà sempre la prima ad attirare di più. E poi, la volete sapere una cosa?

Prego…

Non capisco come facciano a correre con quegli auricolari sempre nelle orecchie, io non li avrei sopportati. A me piaceva correre e inventare, un giorno andava bene e l’altro magari no, ma così era più divertente.