Raffaele Ferrara, camion, novembre 2020

Ma voi Lello lo conoscete davvero?

27.11.2020
7 min
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Era un giorno d’estate e nevicava… Ferrara si fa una risata dal volante dell’Eurocargo 180 e il viaggio prosegue. E’ partito alle 3,30 da Castelfranco e sta tornando indietro. Chiedeva di avere un attacco epico e un po’ assurdo come questo da almeno 15 anni e ormai non c’era più motivo di negarglielo. Perché a Lello non puoi dire di no. Per quello che s’è condiviso e quello che pensando a lui salta alla memoria. Per la sua storia sofferta di atleta, ma anche di marito e di padre. Adesso poi che s’è messo a impazzare su Instagram e chi non lo conosceva prima potrebbe pensare a un clown arrivato da chissà dove.

Così per fargli compagnia e anche un po’ giustizia, siamo saliti con lui per qualche chilometro d’autostrada.

Raffaele Ferrara, Salisburgo 2006
Riserva ai mondiali di Salisburgo 2006
Raffaele Ferrara, Salisburgo 2006
Riserva ai mondiali di Salisburgo 2006
Come va, star del web?

Non c’è traffico, zona rossa. La gente lavora da casa.

Come va a te…

Ah, scusa. Bene. Vediamo se a gennaio si libera qualcosa. Si trova più a fare l’influencer in giro che a lavorare. Ma è un ambiente così, lo conosciamo. Finché funzioni va bene, poi tanti saluti. E quando uno come Vegni viene in diretta con me e mi dice che io sono più famoso di lui, qualche domanda su questo mondo me la faccio. Mi sono dato un anno di tempo. Poi stacco Instagram e tanti saluti.

Da dove viene questo amore per il ciclismo?

A me in realtà il ciclismo non è mai piaciuto, mi ha obbligato mio papà Domenico. Per fortuna. Avevo già preso la mia strada e so dove portava. Quelli della mia età sono tutti morti o in carcere. San Paolo sulla sua strada trovò il Signore. La mia bestia nera fu mio padre, che mise dei paletti e mi salvò la vita. Quando lui è morto nel 2009, per me è morto il ciclismo. Anche adesso, se non sono obbligato, la bici non la prendo. Ma il ciclismo mi ha permesso di imparare.

La prima gara a San Pietro a Patierno (senza audio) e la prima caduta: è il 1992
Che cosa?

Ho avuto la fortuna e l’onore di conoscere dei giornalisti che mi hanno insegnato a parlare, leggendo quello che scrivevano. Ho imparato dalle persone più intelligenti di me. Dai dottori delle squadre in cui ho corso. 

Perché tuo padre ti mise in bici?

Io volevo fare il calciatore e andammo a fare il provino, alla scuola del Napoli all’Albricci. Mio padre lo diceva che non ero tagliato, ma andammo e ci sentimmo dire quello che lui sapeva già. Che con il pallone non c’entravo niente, ma che mi facessero fare uno sport di resistenza, perché non mi ero mai fermato. E così venne la famosa gara di San Pietro a Patierno, il mio paese. Quella in cui caddi e da cui cominciò tutto.

Raffaele Ferrara, Franco Ballerini (foto Instagram)
Con Franco Ballerini durante la trasferta preolimpica a Pechino (foto Instagram)
Raffaele Ferrara, Franco Ballerini (foto Instagram)
Con Ballerini a Pechino (foto Instagram)
Se non ti piaceva, perché fare per tanti anni il corridore?

Perché avevo sulle spalle mio padre come il grillo parlante. Il ciclismo è stato una parentesi che mi ha salvato. Grazie a quegli anni da corridore, ho trovato un lavoro e grazie al ciclismo oggi mi sono rilanciato.

Vittoria di Castelfranco al Giro dilettanti 1998. Quanto piangevi…

Era cattiveria agonistica che esplose. Ero stufo si parlasse di me come del cognato di Figueras, arrivato per questo alla Zalf. Quella tappa l’ho vinta con una fuga che mi ha permesso di emergere ed essere premiato. Da quel giorno alla Zalf impararono a chiamarmi per nome.

Che differenza c’era fra te e Figueras?

Giuliano nasce campione e il padre ne ha fatto tesoro. Il papà era il suo diesse sin da allievo, mentre il mio non si è mai messo in mezzo. Lui forse ha avuto fame di soldi e poi l’ha persa. Io mi sono dovuto salvare da una brutta situazione. Ma fisicamente, Giuliano era Maradona, io un piccolo Ciro Ferrara.

Raffaele Ferrara (foto Instagram)
Da quella Toyota piena di firme è nato il nuovo Lello (foto Instagram)
Raffaele Ferrara (foto Instagram)
Il nuovo Lello e la sua Toyota (foto Instagram)
In una diretta hai chiesto a Basso perché ti abbia voltato le spalle.

Ci siamo conosciuti da militari, eravamo nella stessa stanza. Siamo diventati amici, perché ha capito che ero una persona che gli dava e non gli toglieva. Siamo andati insieme alla Zalf. Abbiamo creato degli obiettivi comuni. Non mi sentivo meno forte, ma Ivan è sempre stato un modello di professionismo. Nella macelleria di casa, sua madre teneva dietro alla cassa una foto di noi due. Mi ha aiutato in tanti passaggi, poi promise che mi avrebbe portato alla Liquigas e lì si interruppe tutto. Bastava mi chiamasse per dirmi che non poteva, invece sparì. Gli ho chiesto questo. Perché gli voglio bene come a un fratello.

C’è una foto molto bella di te con Franco Ballerini.

Franco mi ha lasciato a metà, come mio padre. Se ne è andato senza farsi salutare. Stavo facendo una distanza e squilla il telefono. «Pronto Lello, sono Franco Ballerini!». Ero in giro da sei ore, per cui rispondo di non prendermi in giro. Metto giù e continuo. Dopo un po’ verso Asiago torna il segnale e trovo una chiamata di Boifava. Cosa avrò combinato? Mi fermo e lo chiamo. «Cosa hai combinato? Hai chiuso il telefono in faccia a Ballerini? Vuole portarti in nazionale, richiamalo». Lo richiamo e lui rideva. Gli dissi che per la felicità avrei fatto altre 4 ore, ma mi disse di andare a casa per non finirmi. E così mi portò a Salisburgo.

Raffaele Ferrara, (foto Instagram)
Piano piano si torna a pedalare (foto Instagram)
Raffaele Ferrara, (foto Instagram)
Di nuovo in bici (foto Instagram)
Quel 2006 fu magico…

Sai perché? Perché Elisa era incinta di Sonny e stava per partorire. Così era venuto su mio padre e si era messo in un residence. E io per non deluderlo in quel periodo mi sono messo ad allenarmi come un matto. Volevo che fosse fiero di me.

Però Franco ti mise di riserva.

Gli dissi che sarebbe finita così e lui rispose: «Grazie, mi hai tolto un peso». Se avessi corso, non avrei rubato il posto a nessuno. Ma per me di San Pietro a Patierno essere lì era già una vittoria. Quando andammo nella preolimpica a Pechino, mi disse che dopo la nazionale avrebbe creato una squadra e ci sarebbe stato posto anche per me, da corridore o in un altro ruolo. Che mettessi la testa a posto, senza tradire quello che sono. Era il nostro patto, è la prima volta che lo racconto a qualcuno. Con Franco legai molto. Mi chiamava. Mi chiedeva cosa facessi e se mi fossi allenato…

Raffaele Ferrara (foto Instagram)
La sua vita in bici tutta sul web (foto Instagram)
Raffaele Ferrara (foto Instagram)
Sul web il Lello ciclista (foto Instagram)
Hai vinto il Giro dei dilettanti.

Andavo forte. Venivo dalla rottura della clavicola, quindi ero fresco. Avevamo vinto il Giro del Veneto con Pellizotti e lo avevo aiutato, per cui andai per le tappe e provare a passare professionista. Finché un giorno venne in camera Giovanni (Renosto, diesse della Trevigiani, ndr) e mi disse che avrei dovuto attaccare sul Monte Grappa. Io risposi che così Franco avrebbe rischiato la classifica. Seppi dopo che qualcuno aveva chiesto che preferibilmente il Giro lo vincesse un ragazzo del Nord. Dopo il Giro del Friuli, che vinsi, Renosto ci disse che la squadra avrebbe chiuso. E io passai con la Alessio.

Quale è stata la diretta più bella di “Lello e Friends”?

Per soddisfazione personale, la diretta con gli azzurri dai mondiali, Nibali, Vegni, Di Rocco. Ho capito che sono arrivato in alto, senza guadagnare un euro. Sono tutte belle, ne avrò fatte 300.

Raffaele Ferrara, Renato Di Rocco (foto Instagram)
Con il presidente federale Renato Di Rocco (foto Instagram)
Raffaele Ferrara, Renato Di Rocco (foto Instagram)
A Treviso con Di Rocco (foto Instagram)
Quella che ti ha deluso?

Quella con la Patenoster, perché ho capito che non avevamo argomenti e alla fine ci siamo messi a parlare delle sue vittorie. E’ diverso parlare con un uomo o una ragazza. Non sono riuscito a tirarle fuori niente. Mi sono piaciuti Brumotti e anche Paolo Kessisoglu, perché ho messo il naso in altri mondi.

Ad Aru hai chiesto come avesse fatto a farsi dare 3 milioni l’anno per non vincere mai.

L’ho paragonato a David Coperfield. E’ stato un momento forte, ma da allora siamo sempre in contatto. Ci sentiamo quasi tutti i giorni e la gente mi chiede di sapere dove correrà, ma io non lo so.

Raffaele Ferrara (foto Instagram)
E con il lockdown arrivano le dirette di “Lello e Friends” (foto Instagram)
Raffaele Ferrara (foto Instagram)
E con il lockdown nasce “Lello e Friends” (foto Instagram)
E Bettiol?

Che figura, ero proprio fuori dal mondo. Pensavo avesse vinto la Roubaix, me l’ha detto lui che invece era il Fiandre.

E adesso?

Adesso arrivano Di Luca e poi Riccò. Ma prima devo arrivare a Castelfranco. Il camion è quello che mi dà da mangiare, bisogna che lo tratto con tutti gli onori…

Una risata, poi sparisce verso le prime brume del Veneto, in questo pomeriggio che sa di inizio inverno. Anche se era un giorno d’estate. E nevicava…

Fabio Aru, mountain bike 2020

Aru è tornato e presto sapremo cosa farà

15.11.2020
6 min
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Intorno alla fine di ottobre, dopo un mese in Sardegna, durante il quale il telefono ha spesso squillato a vuoto, Fabio Aru è tornato a Lugano. Il rapporto con la Uae Emirates, che si era di fatto interrotto con il ritiro dal Tour, sta sgocciolando verso la fine. Da quel giorno in Francia, nessuno nella squadra è parso più interessato a dire qualcosa su di lui. L’ascesa di Pogacar lo ha reso quasi superfluo: nessuno ha mai messo in dubbio il suo impegno, ma è stato meglio lasciarlo alla deriva, da solo, come quel giorno a Laruns. Titoli e commenti avevano già recitato ogni genere di epitaffio. Poi, ma in modo blando, si sono lette varie ipotesi su quale sarà la prossima squadra. Ma forse, prima di capire se e dove correrà, vale la pena chiedersi come stia Fabio. Perché Aru viene dopo e ne è la diretta emanazione. E di Fabio forse si sono preoccupati forse in pochi.

Fabio Aru, Planche des Belles Filles, Tour de France 2017
Planche des Belles Filles, Tour de France 2017: stacca Froome e vince la tappa
Fabio Aru, Planche des Belles Filles, Tour de France 2017
Planche des Belles Filles 2017, Froome staccato

Un mese in Sardegna

La voce è di fatica e sonno. E lui infatti racconta di essere appena rientrato dopo cinque ore e mezza a piedi sui monti dietro casa. Poi aggiunge che domani (oggi per chi legge) uscirà in mountain bike con Cataldo, mentre la sensazione di una mezza quiete ritrovata permette al dialogo di prendere il largo. Si parla del più e del meno. Del primo compleanno di Ginevra con i nonni sardi. Del magone per non averla mai presentata a suo nonno Antonio, che per lui è stato come un secondo padre, scomparso a settembre. Delle dichiarazioni attribuite ai suoi datori di lavoro che forse non hanno raccontato tutto. Del periodo non certo felice. E del fatto che giovedì della scorsa settimana sia caduto di bici sotto casa e abbiano dovuto mettergli dei punti in faccia, coronamento ideale di un altro anno nero da cui nulla s’è potuto imparare.

Diciamo che è una provocazione, ma… chi te lo fa fare? Aru ha mai pensato di lasciar perdere?

Ma che domande mi fai?! No che non ci ho pensato. Entro fine mese dirò con quale squadra andrò. E certo che riparto, perché è la mia passione, la mia vita. Si riparte sempre. Ci sono situazioni che vorresti non vivere, come quel giorno al Tour. E se non accettano la spiegazione che ho dato, il fatto che non tutti reagiscano allo stesso modo… Ma ti pare che in tutto questo tempo, neanche una telefonata?

Sei stato per un mese in Sardegna e il pensiero è andato a quando Nibali, espulso dalla Vuelta, tornò ad allenarsi in Sicilia con suo padre e poi vinse il Lombardia. A casa si può rinascere?

Dovrei andarci più spesso, ma non c’è mai tempo. O forse è un alibi. In famiglia si sta bene, serve a ritrovarsi. Basterebbero anche due giorni ogni tanto. Questa volta sono stato per un mese. Sono andato in bici con le persone che conosco. Abbiamo festeggiato il primo anno di Ginny. Poi, come in tutti i posti, c’è chi ti vuole bene e chi ti giudica. E certe cose fanno male.

Fabio Aru, Tour Colombia 2020
La ripartenza 2020 dalla Colombia in un clima di festa e speranza
Fabio Aru, Tour Colombia 2020
La festosa ripartenza 2020 dalla Colombia
Quali cose?

Ognuno di noi può avere il suo pensiero, sarebbe bello se ne parlasse di persona e poi lo tenesse per sé. Ma quando leggo sui social commenti di un certo tipo di chi magari è uscito con me in bicicletta pochi giorni prima. Poi mi dicono che sparisco…

L’avresti vissuta così senza la famiglia al tuo fianco?

Non so come l’avrei gestita, forse non così. Mi dispiace per tutti, la famiglia soffre. Ma neanche loro mi hanno mai detto di smettere. Figurati. Mio suocero è super appassionato. E poi su queste cose sono io che decido.

Poi dicono che Aru sparisce…

Il fatto del lockdown è stato una botta per tutti. Cosa pubblico? Che vado in bici? Che non vado sui rulli? Che pulisco in casa? In quel momento c’è stato un blocco. Forse avrei dovuto scrivere di più. Però onestamente, mi pesa. Il mio lavoro è un altro. Nella prima parte dell’anno, giù in Colombia, è stato divertente farlo. Mi veniva più facile perché stavo bene. Ho valutato anche io questa cosa. Finché non ho fatto la diretta con Lello Ferrara, sembrava che Fabio Aru fosse in un pozzo.

In alcuni momenti lo abbiamo pensato in tanti. Non rispondevi neanche più ai messaggi…

E tu sei uno dei pochi per cui l’ho fatto. Ma cercate di capirmi, io ho costruito la mia immagine andando in bici. Ho vinto. Ho perso. Tutto in bici. E questo mi ha portato ad avere 170 mila follower, che sono interessati alla mia carriera e magari aiutano le aziende che investono su di me. Ma io in quel mese non avevo voglia di parlare e semplicemente non ho risposto a nessuno. Quando leggi certe cavolate su internet, ti viene voglia di chiuderti.

Bisogna ringraziare Lello Ferrara…

E’ un pazzo scatenato. L’altro giorno mi ha mandato un video con i figli e li invita a salutare «zio Fabio Aru, zia Valentina e Ginevra». Mi fa troppo ridere. Ma secondo te…

Fabio Aru, Tour de France 2020
Il 6 settembre, il mesto ritiro dal Tour de France
Fabio Aru, Tour de France 2020
Il 6 settembre, ritiro dal Tour
Cosa?

Secondo te io non trovo un contratto? Va bene, devo abbassare le pretese. Non posso pretendere di guadagnare gli stessi soldi. Ma è lo sport. Se hai vinto una tappa al Tour, ci sono 15 team che ti cercano. Adesso ne avrò la metà, ma ho delle richieste. Voglio solo aspettare per scegliere bene, senza pressione. Il solo problema è che se chiude anche la Ntt, ci saranno tanti corridori in cerca di un contratto. E’ il momento di fare la selezione e decidere. Siamo comunque a novembre.

Di quale tipo di ambiente ha bisogno Fabio Aru?

Un posto e persone che facciano al caso mio. Fa comodo dire che sia stata tutta colpa mia e io mi prendo le mie responsabilità, ci mancherebbe. Il giorno del Tour resta una cosa a sé, che magari andava gestito diversamente. Però sono stati fatti degli errori anche da parte di chi avevo intorno.

Si potevano fare cose diverse?

Fa parte dell’analisi che ho fatto, ma si potevano fare altre cose.

Che inverno sarà?

Novembre è sempre stato un mese abbastanza libero, in ogni caso a ottobre non ho mai smesso di andare in bici. In Sardegna facevo uscite di due, tre ore. Al massimo ho fatto 110 chilometri, anche con il gusto di rivedere le mie strade. Di pedalare fino al mare. Anche in mountain bike.

Qualcuno dice che riprenderai con il ciclocross.

Mi piacerebbe fare qualche gara a gennaio, senza stress. Prove del Trittico Lombardo, ad esempio. C’è una gara a Villacidro, il mio paese, a dicembre. Non so se è troppo presto. Certo non andrei mai a fare le Coppe del mondo come ha scritto chi mi voleva mettere alla Alpecin. Intanto ho ricominciato a camminare in montagna, per due volte alla settimana. Mi piace molto. Poi da dicembre inizierò ad allenarmi, in base alle indicazioni di chi mi seguirà. Ma adesso faccio io le domande.

Spara.

Come va con bici.PRO?

Si corre. Ci si diverte. E’ tutto diverso, stimoli nuovi, tecnologie nuove. Bello. Ci voleva dopo quasi trent’anni.

E quando smetto mi prendi a lavorare? Ogni tanto ci penso a cosa potrei fare quando smetterò di correre. Non credo il direttore sportivo…

Facciamo così, hai solo trent’anni. Pensa a correre, tempo per lavorare ne hai tanto. Beato te…

Bertogliati, due parole su Fabio Aru

21.09.2020
3 min
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A partire dal 2020, Fabio Aru ha iniziato a lavorare con Rubens Bertogliati, ex corridore svizzero e ora allenatore del Team Uae-Emirates. Perciò dopo aver fatto passare il tempo necessario, bici.PRO lo ha contattato per capire se si sia dato una spiegazione del drammatico ritiro del sardo dal Tour de France, il 6 settembre, sulle strade pirenaiche di Laruns.

Rubens, pensavi che per Aru potesse arrivare un blackout di quel tipo?

Davvero no, anche se come allenatore non vivo con i ragazzi. Ne seguo cinque, ma con le direttive Covid è stato impossibile essere presente al loro fianco durante la preparazione. Non è invece nel nostro ruolo di allenatori seguirli alle corse o selezionarne gli obiettivi.

Rubens Bertogliati, Iam, 2016
Bertogliati, svizzero classe 1979, coach dal 2013 al 2016 alla IAM Cycling
Rubens Bertogliati, Iam, 2016
Rubens Bertogliati, svizzero classe 1979, coach dal 2013 al 2016 alla IAM Cycling
Non avevate alcun elemento sicuro di valutazione?

Abbiamo fatto diverse riunioni prima del Tour per valutare la squadra e decidere se, dopo la pausa per il Covid, fosse il caso di rivedere i piani dei singoli, compreso Aru.

E Fabio come stava?

Lui stava bene, aveva valori migliori dello scorso anno quando al Tour fece 14°. I suoi dati sono personali, ma aveva un rapporto potenza/peso migliore dello scorso anno. Non si poteva pensare a un ritiro così.

Quale sarebbe stato il suo ruolo?

Pensavo che piano piano sarebbe migliorato. Forse non sarebbe arrivato tra i primi cinque, ma dopo i due anni che ha passato, per Fabio Aru entrare nei dieci ed essere un uomo chiave per Pogacar sarebbe stato un bell’obiettivo.

Come si spiega il crollo?

Dal mio punto di vista, posso dire che è stato un anno particolare. Un anno di soli allenamenti e di poche gare prima dei veri obiettivi. Di solito al Tour si arriva dopo cinque mesi, qui dopo neanche cinque settimane e questo può aver giocato un ruolo, soprattutto per i corridori più esperti.

Quali problemi possono aver incontrato i corridori più esperti?

Dopo un po’ sono abituati a seguire una strada forse ripetitiva, di cui si fidano. Il motore è abituato a picchi che quest’anno non sono arrivati prima del Tour.

Dici che i problemi fisici di cui si è parlato sono stati effettivamente risolti?

Se Fabio ha avuto problemi alla gamba operata, dovrà fare dei test e valutare come funziona, ma non gli ho mai sentito dire nulla in questo senso. Andava tutto bene, per questo le parole di Saronni sono suonate strane.

Saronni ha sostenuto che sia stato mandato in Francia non essendo nella forma giusta.

Ripeto: Fabio era pronto per andare al Tour. Uno con i suoi numeri poteva e doveva stare davanti. Lo dimostrano i piazzamenti venuti prima, sul Ventoux, a Burgos e al Tour de l’Ain. L’unico passaggio negativo in effetti c’era stato al Lombardia.

Escludi che non si sia allenato, quindi?

E’ uno che lavora, per questo ho difeso la sua posizione in squadra. Fa il suo lavoro e da metà maggio si è impegnato al 100 per cento. E’ dimagrito bene, quello che ci si aspetta da un pro’ come lui.

Può esserci stato allora un blocco psicologico?

Sta a lui ripercorrere il Tour e capire dove ci sono stati momenti buoni e dove momenti cattivi. Se il problema è psicologico, lui lo sa. Il giorno prima è morto suo nonno, che stava già male. Queste cose provocano reazioni come a Bettini, che dopo la morte del fratello vinse il Lombardia, oppure ti buttano giù.

Di sicuro ha subito un colpo duro, come essere tornato ai problemi dello scorso anno…

L’ho incontrato a inizio anno e mi è sembrato una persona solare e disponibile per condividere le sue emozioni, una cosa che non riesce con tutti. Ma ora se vuole risalire, deve mettere in fila il bello e il brutto. Il corridore c’è. Il fisico c’è. Il ciclismo è duro, non è come nel 100 metri piani, in cui forse non devi neanche tenere duro. Qua devi saper stringere i denti.

Lo avresti mandato al Giro d’Italia?

Forse il Giro sarebbe stato prematuro, per uno che soffre anche la pressione mediatica. La squadra ha rispettato i suoi programmi e per uscirne avrebbe bisogno di un risultato in qualsiasi gara, per ritrovare morale. Fabio c’è, trovo assurdo che gli abbiano consigliato di smettere, ma di certo deve ritrovarsi. Se non capisce cosa non abbia funzionato, è sempre a rischio che accada di nuovo.