«Credo che oggi abbia vinto il più forte – dice Romele con tono calmo – forse si poteva dire qualcosa quando ho fatto quarto, quinto, sesto e ottavo dietro Brennan e Tronchon. Ma oggi non ho niente da recriminare, perché alla fine ho fatto quello che dovevo. Ho chiuso un attacco ai meno tre. Tutti sono stati corretti e alla fine ha vinto il più forte. Poi ho riguardato anche i numeri e credo che 1.520 watt alla fine di una tappa come quella di oggi non fossero neanche immaginabili, molto meglio del Romele di qualche anno fa. Ha davvero vinto il più forte».
Romele affronta il primo Grande Giro della carriera, la Vuelta invece affronta il secondo riposo. Sul traguardo di Cordoba, il secondo posto di Alessandro alle spalle di Van Aert ci ha fatto saltare. Era evidente che il belga ne avesse di più, come però salta agli occhi che l’iseano della XDS Astana stia crescendo tappa dopo tappa. Il suo racconto, fatto di risposte sempre precedute da un secondo di riflessione mentre il pullman lo porta verso l’hotel, è il viaggio nei pensieri di un ragazzo di 23 anni che ragiona come un adulto fatto e finito. E’ sempre così quando devi risalire da un momento difficile e ciascun gradino ti rende più consapevole.


E’ un po’ che ci giri intorno, la squadra ti lascia libertà, ma è palese che tu stia davvero bene…
Nella squadra ho la fortuna di aver raggiunto un ruolo importante. E’ venuto dopo un periodo in altura in cui ho dimostrato la voglia di emergere. Dopo un buon Giro del Belgio, un buon campionato italiano (Romele ha chiuso terzo dietro Milan e Dati, ndr), un altro periodo in altura dove la voglia era quella di far bene. E poi un approccio credo alquanto aggressivo e consapevole di quali siano le mie carte e le mie possibilità. Ritengo di aver centrato il primo obiettivo che la squadra si aspettava da me.
Hai la miglior condizione da quando sei professionista?
Oserei dire la miglior condizione da quando corro in bici. C’è stata una crescita fisica – dice Romele con orgoglio – anche a livello dai di lavori e di metodologia degli allenamenti per quello che riguarda la palestra, il tipo di palestra, il tipo di allenamenti e i lavori più specifici. Ma come ho detto in diretta, la cosa che mi ha veramente cambiato credo sia stato l’inizio di un percorso con il mental coach della squadra: Marino Rosti.
Lui che vi guida nello stretching, ma ha anche un master in Psicologia dello Sport?
Lavorare sulla parte mentale mi permette il raggiungimento dei traguardi più alti, scomponendoli in obiettivi a corto, medio e lungo termine. Come si dice, in un Grande Giro bisogna affrontare le cose giorno per giorno ed è il riassunto del mio modo di pensare e di lavorare degli ultimi mesi.
E’ un tipo di lavoro che ti ha proposto il team oppure hai sentito di averne bisogno?
In realtà molto spontaneamente. Marino era una figura cui mi rivolgevo già prima, perché nel 2024 quando sono arrivato nel devo team, con lui si faceva tutta la parte di stretching di respirazione. Venivo dall’ambiente familiare della Colpack, dove si vivevano le cose tranquillamente e lavorare con lui è stato il passaggio in più per avvicinarmi al mondo dei pro’. Finché da una chiacchierata sporadica è diventata una cosa che mi fa star bene e anche più presente.


C’è stato un momento di inizio?
Se vi devo dare una data specifica, allora dico il Giro di Polonia dello scorso anno. E’ nata con l’infortunio della mano, quando non vedevo più la luce in fondo al tunnel. Era un periodo particolare per me e Marino è stato la persona che più mi ha aiutato a capire come ragionare e uscire da quella situazioni e come diventare più forte.
Venendo alla tappa, che cosa hai pensato quando hai visto Van Aert venire con voi in fuga?
Ho pensato che in realtà mi volesse lasciare lì – Romele sorride con una punta di ironia – perché secondo me l’ho fatto un po’ innervosire allo sprint intermedio, quando mi sono preso il terzo posto. Davanti c’erano ancora Leknessund e Debruyne in fuga e secondo me non si aspettava che facessi la volata. Secondo me è stato quello che ha fatto cambiare le carte in tavola alla Visma.
In che senso?
Credo che volessero solo arrivare a quello sprint, fare i punti e poi rialzarsi. Invece quando hanno visto che ho provato ad anticipare, hanno capito che era un momento propizio e proprio Wout mi è riscattato in faccia. Così siamo riusciti a portare via un altro corridore e a raggiungere i due che erano già in fuga.
Poi è filato tutto d’amore e d’accordo?
C’è stata molta collaborazione, poi qualche attacco da parte di Wout, che tra le righe ho interpretato come se si stesse allenando. E’ assurdo da dire, ma sembrava veramente che si stesse preparando per il mondiale.


Apriamo e chiudiamo parentesi: dopo queste prestazioni, credi che il mondiale sia troppo duro per te?
Credo serva la giusta crescita. Il percorso vista la condizione potrebbe anche incastrarsi, però rispettiamo le scelte fatte e guardiamo avanti alle prossime tappe.
E allora veniamo al finale di tappa, vuoi?
C’è stato il classico studio da parte di uno e dall’altro e io mi sono giocato le mie carte. Le lacrime che ci sono state nel finale erano solo di emozione, tant’è che quando ho passato la linea, gli ho proprio detto che è un corridore super, solo tanta ammirazione. Poi ho fatto il cenno di togliermi il cappello davanti a un campione come lui. Insomma, non vinci una Parigi-Roubaix a caso. E Wout mi ha ringraziato, credo che gli abbia fatto piacere.
Forse bisognerebbe chiedere agli altri, ma ti pare che la considerazione del gruppo nei confronti di questo Romele stia un po’ cambiando?
Posso solo dire di esserne contento, perché vuol dire che qualcosina di buono lo stiamo facendo. Se quando mi muovo io, come oggi, vengono a prendermi, vuol dire che mi rispettano. Ho la consapevolezza che abbiamo iniziato un percorso e questo sarà un buon trampolino di lancio per il futuro.
Qual è la routine dopo una tappa come questa, quando il pullman avrà raggiunto l’hotel di giornata?
Subito i massaggi. Poi cena. Poi, da italiano, abbiamo la mentalità di restare più a lungo a tavola a fare quattro chiacchiere con i ragazzi, con i compagni e un po’ anche con lo staff. Facciamo un po’ di discorsi da bar, parliamo del più e del meno e non solo di ciclismo, perché tante volte staccare un po’ la testa fa stare bene. Magari, visto che nella sala abbiamo sempre le macchinette, ci facciamo anche un decaffeinato tutti assieme. A volte però qualcuno si alza e si apparta.


Come mai?
Perché dopo giornate come quelle che si vivono in un Grande Giro, magari chi ha famiglia o qualcuno che lo aspetta a casa ha piacere di rimanere un po’ da solo, per stare tranquillo quando ne ha l’occasione.
Ovviamente adesso ci si riprova, facciamo che non ci siamo scaricati, giusto?
Domani il giorno di riposo (oggi, ndr), gelato di routine che porta sempre bene e poi senza dubbio martedì e mercoledì ancora coltello tra i denti, come si dice.
In ogni caso si ha la sensazione che tu stia recuperando davvero bene, è corretto?
Recupero bene – dice Romele, questa volta con orgoglio – ho lavorato per questo. La squadra fa di tutto, lo staff ci sta dietro dalla A alla Z, quindi dalla mia parte c’è stato tutto l’impegno per arrivare qui al meglio e la costanza nel continuare a fare tutto quello che che si può per mantenere la condizione e il recupero. Anche nelle piccole cose, dallo stretching fino a tutte le azioni che possono sembrare secondarie, ma in un Grande Giro fanno la differenza.
Ad esempio?
Mi è sempre stata detta anche la banalità di andare a dormire mezz’ora prima. Significa che alla fine delle tre settimane, avrò dormito dieci ore in più, come farsi un altro giorno di riposo. Ho fatto l’avvicinamento come fossi una spugna. Ho chiesto informazioni a gente un po’ più esperta e credo che tutto questo finalmente stia dando dei frutti.