Facciamo un salto indietro, per analizzare quel che la Parigi-Nizza ha offerto. Parliamo di una delle gare a tappe più lunghe al di fuori dei grandi giri e quest’anno è vissuta sul profondo dominio di Vingegaard, con un distacco finale che ha sfiorato i 5 minuti. Il miglior italiano in classifica è stato Damiano Caruso, che sta vivendo quella che dovrebbe essere la sua stagione finale con un occhio attento a quello che per tanti anni è stato il suo mondo.


«Io ero da un po’ che mancavo dalla Parigi-Nizza – racconta il siciliano della Bahrain Victorious – l’ultima edizione che avevo fatto era nel 2020, quella che non abbiamo neanche completato per l’insorgere del Covid. Non ne ho corse tantissime, ma ne ho sempre avuto un ricordo abbastanza timoroso perché alla Parigi-Nizza c’è uno stile di corsa completamente differente, è praticamente un piccolo Tour de France come tipologia di gara».
Che cosa la caratterizza?
Intanto è lunga, 8 tappe e va da domenica a domenica. Offre percorsi che spaziano dalla classica del Belgio alla tappa di montagna e soprattutto ti presenta qualsiasi condizione atmosferica: puoi passare dalla neve alla giornata tiepida con 20 gradi. E in questa Parigi-Nizza abbiamo trovato tutte queste condizioni, quindi è stata una gara sicuramente dura e anche di livello, ma questa non è una novità. Poi ha uno stile di corsa molto aggressivo e complicato, davvero come il Tour, quindi è una corsa molto dispendiosa in termini di energie, non solo fisiche ma anche mentali.


Molti sono rimasti particolarmente colpiti dal distacco che Vingegaard ha imposto a tutti gli altri. Alla fine ha chiuso con 4’23” sul colombiano Martinez. Era veramente così superiore?
Questo gap così importante nasce nella quarta tappa, con 200 chilometri che abbiamo fatto interamente sotto l’acqua e con i ventagli. I primi 80-90 chilometri, la classica pianura francese su e giù, mai veramente piatta ma ondulata, e poi un finale impegnativo con salitelle nemmeno così dure. Il maltempo ha giocato un ruolo decisivo, già dal primo chilometro il gruppo si è allungato, spezzato, diviso in diversi tronconi. Lui si è ritrovato avanti con tanti corridori della Red Bull e anche con un suo compagno di squadra e praticamente sono riusciti subito a fare un gap importante che non costruisci neanche in una tappa di montagna.
La classifica si è costruita lì?
Sì. Lui ha vinto, Dani Martinez ha fatto secondo, Ayuso si è ritirato perché è caduto, lo stesso ha fatto McNulty. Il suo capolavoro tecnico è stato nella capacità, nella prontezza di essere nel primo ventaglio, a inizio corsa, già ben presente sin dal via. E poi mantenere quel vantaggio che si era creato durante i ventagli. Negli altri giorni, Ok, nella cronosquadre sono andati forte, ma non hanno fatto tutta questa differenza.


Nel bilancio della vostra squadra chiaramente influisce molto la vittoria nell’ultima tappa di Lenny Martinez…
Noi sicuramente siamo tornati a casa molto soddisfatti da questa gara, anche se abbiamo avuto due corridori con la clavicola rotta e abbiamo chiuso la prova solo io e Lenny. Già alla vigilia era una squadra impostata su di lui e Martinez non ha tradito le aspettative perché comunque sia ha fatto quinto in classifica generale e l’ultimo giorno ha messo la ciliegina sulla torta, quindi il bilancio è più che positivo.
Come lo vedi come corridore visto che è così giovane?
Giovane sì, ma non si può dire che sia alle prime armi perché ormai di esperienza ne ha messa da parte. Io lo vedo molto talentuoso e sta continuando a crescere di anno in anno. Ora tutti si aspettano, essendo francese, che faccia vedere grandi cose al Tour, ma intanto sta dimostrando di essere molto competitivo nelle gare di un giorno e nelle brevi corse a tappe ed è da lì che si parte. Il suo processo di miglioramento delle gare a tappe di tre settimane, avverrà quando anche lui sarà pronto, non solo fisicamente ma anche mentalmente, per sopportare uno stress così prolungato.


E di Damiano Caruso che possiamo dire?
Ha fatto quello che praticamente è stato chiamato a fare, quello che di solito faccio con Antonio Tiberi quando corro con lui, quindi dare il mio bagaglio di esperienza in tante fasi della gara dove magari questi ragazzi possono ancora migliorare perché una corsa è composta di tanti momenti, come i posizionamenti prima di una discesa o piuttosto prima dell’imbocco di una salita. Un esempio c’è stato proprio all’ultima tappa…
Dove?
All’imbocco dell’ultima salita, quando un attimo prima che Vingegaard attaccasse, ho posizionato Lenny esattamente alla sua ruota. Quelli sono piccoli dettagli che magari sembrano banali, ma farsi trovare al posto giusto nel momento giusto è fondamentale. A quella salita si arriva da una strada grande, ma si imbocca una stradina stretta, subito al 10 per cento.


Quindi?
Se Vingegaard già entra avanti a te e attacca, tu puoi essere anche fortissimo, ma se non sei subito sulla sua ruota, parti con uno svantaggio da colmare e poi devi rimanere con lui, tenerlo ma con molte energie in meno. Essergli subito attaccato ti permette poi, nell’accelerazione, di essere competitivo fino alla fine. Così infatti è stato e per questo credo che in quella vittoria ci sia anche un po’ di me…
Sono trucchi che hai appreso negli anni?
Certamente, di queste situazioni ne ho viste parecchie, ho avuto la fortuna di avere una carriera dove ho fatto il gregario, ma anche il privilegio di fare il leader in determinate circostanze, quindi so cosa serve fare in quei momenti in entrambi i ruoli. Mi sono divertito a correrla in supporto e poi quando hai in squadra uno come Lenny, che ti ripaga con il risultato, ti permette di tornare a casa felice.


Tu quest’anno farai il Giro d’Italia, Tiberi invece è destinato al Tour de France. Da più parti si dice che forse il Tour sia proprio la corsa più adatta per Antonio in questo momento. Tu che sei emerso in tutte e due le i contesti, cosa vuoi dire al riguardo?
Conoscendolo bene, secondo me è corretto che Antonio alla soglia dei 25 anni abbia il suo primo assaggio di Tour. Le caratteristiche si adattano bene alla Grande Boucle, quanto lo scopriremo presto. Il Tour non è solo montagna, ci trovi mille difficoltà, quella che può sembrare la tappa di pianura per velocisti può cambiare la classifica. Sarà interessante vederlo, ma sono fiducioso.
Hai un consiglio da dargli?
Se riesci a rimanere con Pogacar, o meglio se riesci a vedere Pogacar nel momento in cui sta attaccando, vuol dire che già sei al 70 per cento dell’opera, perché vuol dire che già siete rimasti in 7-8 e quindi è lì poi che si fa la differenza.