ANDALO (Trento) – Da quando erano rientrati Damiano Caruso e gli altri inseguitori, si sapeva che sarebbe stata una roulette russa. Ogni colpo poteva essere quello decisivo. Eppure, chissà perché, dentro di noi c’era quasi la certezza che quel colpo lo avrebbe sparato proprio Michael Valgren.
Una fucilata. Scatto secco a 1.200 metri dall’arrivo, laddove la salita scemava e poco dopo terminava. Gli inseguitori che si guardano, tre secondi di esitazione e il gioco è fatto. Il danese s’invola verso il successo e in casa EF Education-EasyPost esplode la festa.


Quella riunione particolare
L’hotel della EF si trova a un centinaio di metri dal traguardo. Il problema (per noi) è che si trova anche cento metri più in alto! Seguiamo l’ammiraglia del direttore sportivo Juan Manuel Garate. Quando lo raggiungiamo è in corso la classica scena di abbracci e pacche sulle spalle. Corridori che rientrano alla spicciolata e il diesse che li stringe uno a uno. Una scena che ricorda, ancora una volta, quanto il ciclismo sia uno sport di squadra.
Valgren in fuga era quasi una sentenza? E’ questa la domanda che poniamo a Garate. «Quando vedi rientrare da dietro un gruppo con Ciccone, Narvaez, Caruso, Rubio e Arrieta, non è mai semplice. Stamattina abbiamo fatto un meeting particolare, più emozionale che tattico. Abbiamo cercato di far visualizzare ai ragazzi l’obiettivo prima di scendere dal bus. Di vedersi sul podio. A ridere e festeggiare. Perché non bisogna concentrarsi solo sul processo per raggiungerlo, ma anche sulla realizzazione dell’obiettivo. In questo Giro d’Italia ci abbiamo sempre provato. Ci mancava di riuscirci. Ora non più!».
Chiaramente Garate e i suoi hanno fatto anche un’analisi tecnica. Lo spagnolo spiega che, vedendo le pendenze delle salite, immaginavano un arrivo a piccoli gruppi o comunque con corridori sfilacciati. E’ andata più o meno così.
«Nell’ultima salita Valgren ha scelto un’andatura forte ma regolare, senza esagerare. Poi, appena è iniziato l’ultimo chilometro, ha dato la legnata decisiva. Per radio gli dicevo soltanto di insistere, testa bassa fino all’arrivo. Di non guardarsi indietro. Gli urlavo di menare, menare…».


Lo zampino di Carapaz
Alla fine Valgren quei sei secondi li ha difesi davvero, portandosi a casa la tappa con un colpo da finisseur puro. Ma questa vittoria non era affatto scontata per la EF. La squadra aveva perso il proprio leader, Richard Carapaz, ancora prima della corsa rosa.
«Per noi non è stato facile – prosegue Garate – fino a due o tre settimane prima del Giro non sapevamo se Carapaz ce l’avrebbe fatta. Quando ha dato forfait, abbiamo ridisegnato la squadra pensando soprattutto alle tappe. Non avevamo in testa di puntare alla classifica generale con Markel Beloki e forse non sarebbe stato neppure giusto chiederglielo. Pensavamo alle volate con Madis Mihkels e alle tappe mosse con Valgren».
Intanto continuano gli arrivi e gli abbracci. Anche il cuoco si unisce alla festa. «Michael – va avanti Garate – è un atleta esperto. Fuori e dentro la corsa è esattamente come lo vedete: sereno, tranquillo. E’ un uomo di famiglia e un riferimento per i compagni. Ma soprattutto è testardo: quando si mette qualcosa in testa non si ferma finché non la ottiene. Lo abbiamo visto vincere alla Tirreno e lo abbiamo rivisto qui. Nonostante il grave infortunio, è ancora competitivo nel WorldTour».


Il presentimento di Valgren
Il grave infortunio, ha detto Garate. Valgren è stato quasi un anno e mezzo senza correre: la frattura del bacino, i medici che dubitavano potesse tornare in bici. La sua storia ciclistica era in bilico e invece…
«E’ davvero una gioia essere qui – racconta Valgren – oggi era la mia occasione per attaccare. Quando sto bene riesco a muovermi nel modo giusto. Di certo non volevo arrivare in volata, perché in realtà sono piuttosto lento».
A proposito di sprint, c’è anche un aneddoto curioso. Il commentatore tv Adam Blythe proprio in mattinata gli aveva chiesto quale fosse il suo picco di forza massima. «Quasi mi vergognavo a rispondere!», scherza il danese.
Il danese spiega anche come la fuga iniziale, con 28 corridori, fosse quasi una lotteria: «Però avevo un buon presentimento – continua Valgren quasi ribadendo della riunione del mattino – è stata una giornata strana: eravamo in tanti in fuga e non collaboravamo bene. Quando Caruso e gli altri hanno accelerato, stavo bene ma ero al limite. Inoltre non riuscivo a mangiare e l’ammiraglia era molto indietro.
«Avevo paura di andare in crisi. Sono arrivato giusto giusto: con altri 500 metri non so se ce l’avrei fatta. Mi mancava questa vittoria. Mi mancava una tappa in un Grande Giro ed è arrivata in Italia, che evidentemente mi porta fortuna».
«Avevo cerchiato questa tappa da tempo. La prima missione era entrare nella fuga. Poi, con così tanti uomini davanti, servivano gambe e anche un po’ di fortuna. Mi sono detto che, anche in caso di sconfitta, avrei comunque dato tutto.
«Quando sono andato via con Rubio pensavo che fosse leggermente più forte di me in salita. Credo però che anche lui avesse qualche dubbio su di me, così abbiamo rallentato entrambi. Quando ci hanno ripresi, forse per me non è stato neanche un male, perché ho potuto preparare l’azione decisiva. Non ero sicuro di battere né lui né Arrieta in volata».


Danimarca docet
Il Giro parla sempre più danese. Jonas Vingegaard domina la generale e ha già conquistato quattro tappe. Oggi è arrivato anche il sigillo di Valgren. E lungo le strade gli scandinavi erano gli stranieri più numerosi. Per dire: a 400 metri dallo scatto decisivo c’era persino una “curva Danimarca”, con bandiere, musica e perfino un Santa Claus.
«Perché la Danimarca è così forte nel ciclismo? Non lo so con precisione – conclude Valgren – Essendo un Paese piatto, da noi si pedala sempre. Si sviluppa un tipo di allenamento diverso rispetto a chi vive in montagna dove magari se ti alleni un’ora per mezz’ora pedali, ma per l’altra sei in discesa.
«Quando ero bambino, la Federazione danese ci aiutava molto e io avevo un ottimo club. Io e Jonas veniamo dallo stesso team giovanile e abbiamo vissuto un periodo straordinario. Ancora oggi cerco di allenarmi con i ragazzi più giovani per restituire qualcosa. Da piccoli avevamo sempre degli eroi da seguire. A dire il vero, io ero l’eroe di Jonas! Andavamo insieme alle gare con il camper e le nostre famiglie facevano il barbecue assieme. La nostra amicizia nasce lì.
«La comunità ciclistica in Danimarca è molto forte. E poi il nostro Paese è perfetto per andare in bici: mi sento sempre al sicuro, soprattutto nella mia piccola cittadina, dove c’è poco traffico. Ma anche a Copenaghen puoi lasciare la bici fuori senza problemi».