«Cosa mi serve per vincere il Tour? Che Pogacar non partecipi». Non si può non partire da questa frase, ormai celebre, di Remco Evenepoel per parlare del suo Tour de France. Perché può sembrare una semplice e simpatica battuta, e lo è, ma in realtà è molto più profonda.
Di fatto è un po’ il riassunto, anzi il super riassunto, della Grande Boucle del corridore della Red Bull-Bora e, più in generale, della sua carriera per quel che concerne i Grandi Giri. Ma forse della sua carriera e basta. Perché Remco non è Tadej e, se vuole andare sul podio del Tour, deve fare solo quello… o quasi. Lo dice anche il calendario che ha seguito quest’anno.


I sassolini del belga
Questo Tour de France cambia molto per Remco in vista del suo futuro. Lo consacra ufficialmente come un corridore da corse a tappe, pur senza rinunciare ad altri traguardi, come le cronometro o alcune tipologie di classiche. Ma soprattutto gli dà maggior sicurezza. La consapevolezza, probabilmente, l’ha sempre avuta. Infatti, più di una volta nel corso di quest’ultima settimana, si è tolto qualche sassolino dalla scarpa.
«Ho dimostrato – ha detto Remco – che tutti i commenti e le critiche erano infondati. Sono arrivato terzo due anni fa. Quest’anno sono arrivato secondo. Ho vinto la Vuelta. Al Giro d’Italia ho avuto sfortuna. Non credo sia affatto male per uno che, a detta di molti, non sarebbe un corridore da Grandi Giri. Di fronte a commenti, critiche e a chi non crede in me, ora posso dire che si sbagliavano».
E’ da questo assunto che Remco deve e vuole ripartire. In casa Red Bull-Bora hanno cambiato, e stanno cambiando, gran parte dello staff tecnico, dunque è tutto in evoluzione. Per ora, i risultati gli stanno dando ragione.


Dai dubbi alla solidità
Ma, checché se ne dica e che dica egli stesso, Evenepoel per rendere al massimo la fiducia la deve sentire. In qualche modo deve percepirsi al centro del progetto. E, stando anche a qualche voce interna, qualcosa è ulteriormente migliorato la sera della cronometro. Non solo per il suo successo, ma anche perché il ritiro di Lipowitz ha inevitabilmente riordinato le gerarchie in casa Red Bull. Attenzione: non stiamo dicendo che fosse contento della caduta e del conseguente ritiro del compagno, ma che questo, inconsciamente, gli ha dato maggiore sicurezza.
Remco, e lo ha detto lui per primo, non aveva poi tutte queste grandi certezze prima del Tour: «Non aver corso per oltre due mesi dopo la Liegi mi ha dato sicuramente qualche dubbio. Il primo vero allenamento duro dopo la Liegi è andato male, tanto che non sono riuscito a completarlo. A quel punto ho detto ai miei compagni di squadra che sarei andato al Tour per vincere le tappe e non per la classifica generale. Tuttavia loro mi hanno rassicurato dicendomi che c’era tempo, che sarebbe andato tutto bene. Hanno creduto in me e mi hanno aiutato a portare avanti i miei allenamenti.
«Ora sono secondo della generale e ho vinto due tappe. Quindi li devo ringraziare, sia per il lavoro svolto su strada sia per avermi restituito la fiducia. E questo è positivo per il morale e anche per i progetti futuri».
Anche il modo tattico con cui ha corso ha contribuito a definire la sua posizione nei confronti di Pogacar e del resto del gruppo. Evenepoel ha saputo capire quando rispondere agli attacchi e quando, invece, salire del proprio passo. Ha saputo scegliere quando esporsi in prima persona e quando affidarsi al lavoro della squadra. Tutti tasselli fondamentali per un corridore che punta al massimo. La sensazione, però, è che questo Tour, pur collocandolo per ora al secondo posto, gli abbia dato stabilità e basi solide sulle quali continuare a costruire.


E ora San Sebastian
«Sono venuto al Tour proprio per questo: per salire sul podio – ha detto Evenepoel – restava da vedere se sarebbe stato il secondo o il terzo posto, ma credo di essere soddisfatto. Soddisfatto soprattutto delle mie prestazioni nella terza settimana e in salita. Dopo il weekend sui Vosgi ho capito che avrei potuto alzare il livello. Ho acquisito più sicurezza e infatti non ho avuto più momenti di debolezza da quel momento. Sono molto felice della mia Grande Boucle».
Prima abbiamo citato Vingegaard. La sensazione è che questo Remco la piazza d’onore se la sarebbe giocata fino in fondo. E sarebbe stato un confronto molto interessante.
Anche perché Remco è un corridore generoso. Uno che tira, che cerca la collaborazione. E tutto sommato aveva ragione al termine della tappa del Tourmalet quando si arrabbiò con i compagni di inseguimento per non aver collaborato come avrebbero dovuto. Con ogni probabilità avrebbero ripreso Vingegaard e molte cose sarebbero andate diversamente con il danese ancora in corsa.
Ora Remco tira dritto. Andrà alla Clasica San Sebastian. E questa, guarda caso, è una di quelle classiche che può fare sue. Senza Pogacar e con questa gamba non vogliamo dire che la vittoria sia già assegnata… ma quasi. Dopodiché anche Remco si riposerà e metterà il mondiale nel mirino.