In un’intervista rilasciata a The Athletic, qualche giorno fa, Tadej Pogacar ha parlato del periodo trascorso appena dopo la caduta a La Vuelta e della paura affrontata in questo periodo. Il referto medico arrivato dopo il ritiro parlava di una frattura alla clavicola e una frattura alla vertebra C7, oltre alle contusioni e alle abrasioni scaturite dall’impatto con l’asfalto. Il 29 agosto, durante la tappa numero otto de La Vuelta il campione sloveno è caduto in un tratto di strada semplice.
Un oggetto che poi è sembrato essere una batteria di una macchina fotografica (ma l’ufficialità a riguardo non c’è) ha causato uno scostamento del gruppo. Alle spalle dei compagni di squadra Tadej Pogacar non ha potuto vedere l’oggetto sulla carreggiata, la conseguenza è stata una caduta rovinosa e tutto quello che ne è conseguito fino ad ora.


La sofferenza dietro il dolore
Le settimane successive alla caduta e al ritiro di Tadej Pogacar da La Vuelta sono state un susseguirsi di idee e ragionamenti legati al suo possibile rientro. Si parlava del campionato europeo in Slovenia, oppure del Lombardia. La realtà dei fatti è stata ben diversa, il UAE Team Emirates non aveva mai preso in considerazione l’ipotesi di far rientrare lo sloveno per il finale di stagione, rimandando al 2027 ogni pensiero.
Lo stesso Tadej Pogacar ha ammesso, nell’intervista recente rilasciata a The Athletic, che il suo obiettivo era il campionato europeo: «Due settimane fa ero in Slovenia e sono andato a fare un’altra TAC. Sapevo di avere una frattura alla C7, ma poi abbiamo scoperto che avevo altre due vertebre fratturate, la T1 e la T2. In quel momento, ero felice di non aver partecipato all’europeo, che erano stati il mio obiettivo iniziale».
«Quando ho scoperto di avere tre vertebre fratturate? In realtà, sono solo felice di essere vivo, o semplicemente di poter stare in piedi».


Affrontare le paure
L’intervista poi prosegue raccontando delle difficoltà nell’andare a prendere un semplice gelato, della paura nell’affrontare un momento così difficile. Racconta di essersi sentito un peso in casa e di aver sofferto molto.
Le parole di Tadej Pogacar ci hanno aperto uno spiraglio sul mondo del corridore numero uno al mondo, un aspetto che ancora non conoscevamo: la paura. Per affrontare questi argomenti abbiamo deciso di affidarci a Paola Pagani, mental coach che lavora con diversi ciclisti e voce di diverse nostre interviste.
«Già solo il fatto che Pogacar abbia deciso di affrontare questa intervista è notevole – ci dice Paola Pagani – perché ha mostrato tutta la sua umanità. Lo abbiamo visto sempre come un extraterrestre e invece in questo caso ha fatto vedere tutta la sua vulnerabilità. Dove passi dall’essere il ciclista numero un al mondo a non riuscire a prendere un gelato».


Cambiare prospettiva
Mentre tutto il mondo, così come lo stesso Pogacar, si interrogava sul ritorno alle corse è successo qualcosa di diverso. Le visite fatte di recente hanno scoperto altre fratture, così il focus non è più stato sul recupero atletico ma sulla fortuna di poter ancora inseguire i propri obiettivi.
«Le ultime parole di Tadej Pogacar – prosegue Paola Pagani – fanno proprio riferimento a questo, il focus si è spostato dall’ambito sportivo al fatto di sentirsi fortunato di essere ancora in piedi e poter pensare di tornare in bici. Le settimane dopo l’infortunio hanno minato la sua sicurezza, il dolore fisico e mentale ha avuto il sopravvento. Anche solo ritornare in bici o andare al campionato europeo e vivere delle giornate serene e rilassate è stato un modo per sconfiggere la paura. Personalmente credo che Pogacar abbia lavorato, o magari lo sta facendo ora, su queste parole».
«La paura non è negativa – spiega Pagani – ma è una grande messaggera, se siamo capaci di ascoltarla ci porta qualcosa. Fa parte delle emozioni a bassa frequenza, come l’angoscia o la rabbia».


Tornare
Le parole di Tadej Pogacar fanno capire come lo sloveno sia stato poi felice di essersi fermato e di aver metabolizzato il dolore, fisico e mentale. Tornare in bicicletta ha rappresentato un primo passo verso la normalità, un modo per respirare.
«Il ciclista alla fine è uno che ha dedicato l’intera vita a uno sport – spiega Pagani – e la paura di non poter tornare a fare ciò che si ama equivale a perdere il senso di tutto. Lo aveva detto Sonny Colbrelli quando fu costretto al ritiro e lo stesso vale per ogni ciclista. Pogacar ha la fortuna di poter tornare a vivere quelle emozioni. Avrà modo di far passare tanto tempo e rimettersi in sesto. Sul fatto che tornerà lo stesso di prima non ho dubbi, perché il campione è anche quello di essere antifragile. Ovvero la caratteristica di cadere e non solo di rialzarsi, ma di migliorare ancora. Questa è la differenza tra il campione e un buon corridore».