Nell’anno della sua prima vittoria alla Vuelta, a Primoz Roglic toccò di tenere a bada quel simpatico (e ben più giovane)… rompiscatole di Pogacar, che vinse tre tappe e di lì a un anno gli avrebbe sfilato il Tour de France di sotto il naso. C’era e ci sarebbe tanta suggestione nel ripetersi della sfida fra i due sloveni nella corsa spagnola, anche se l’incidente in allenamento occorso al leader della Red Bull-Bora alla fine di luglio minaccia seriamente di tenere Roglic alla larga dalle strade spagnole su cui da quella prima volta si sarebbe imposto in altre tre occasioni.
E’ l’azione di un insolito karma, a ben vedere, dato che fu proprio Primoz a dire che c’era un solo modo per vincere nell’epoca di Pogacar: stare alla larga dalle corse in cui c’è anche lui.
Anche la Vuelta, come il Giro e poi il Tour, scatterà lontana dal suolo patrio e scopriremo pertanto nel Principato di Monaco quale sarà l’effetto Pogacar dopo aver assistito alle meraviglie fatte in Svizzera. Lo sloveno torna nella corsa spagnola dopo essersi consacrato come uno dei più forti di tutti i tempi: dopo cinque Tour, un Giro d’Italia, cinque Lombardia, quattro Liegi, tre Fiandre, due mondiali e tutto il ben di Dio che ha vinto negli ultimi sette anni.


L’opzione Vuelta
E proprio il calendario di Pogacar ci spinge a una riflessione. In questo ciclismo strutturato come una scienza esatta, nulla si può improvvisare, se non piccoli fuori programma come la partecipazione alla Roubaix, non certo una gara di tre settimane. L’inizio incredibilmente scarico di corse (ma non di vittorie) e le voci che già giravano a primavera sulle rassicurazioni da parte del Principe Alberto fanno pensare che la scelta di fare la Vuelta fosse stata già presa da un pezzo e non rivelata. Del resto, come è prassi della UAE Emirates a ogni inizio di stagione, i piani vengono svelati fino al Tour e poi lasciati nell’indeterminazione.
E forse proprio sapendo di questo sbilanciamento verso il finale si stagione, Pogacar ha potuto impostare il 2026 con appena 16 giorni di corsa fino alla partenza del Tour, prevedere tre settimane di stacco dopo la corsa francese e a quel punto puntare tutto su Vuelta, mondiali, gli europei di casa e il Lombardia della settimana successiva: 37 giorni di corsa dalla prima sino a fine Tour, 24 giorni dalla Vuelta al Lombardia.


Pogacar si diverte?
Sono calcoli che può fare soltanto chi ha un livello così alto da poter vincere senza dare tutto. Si è detto che Pogacar non sia uscito sfinito dal Tour (sarà poi vero?) come invece accadde lo scorso anno, ed è lecito aspettarsi che i rivali della Vuelta non abbiano la consistenza per fiaccarlo più di quelli francesi. Roglic, se ci sarà. Gall, secondo al Giro. Landa, Quintana, Uijtdebroeks e chissà chi altri non hanno armi abbastanza affilate neppure per graffiarlo.
La strategia è pressoché perfetta. Soprattutto se, come dice Garzelli, Pogacar potrà chiudere la Vuelta in dieci giorni. Ci rendiamo conto tuttavia di quanto tutto questo sia straordinario? L’altezza della sfida è vertiginosa e solo un campione come lo sloveno può rendere tutto così facile o far credere che lo sia. Tanto che a questo punto la domanda che resta sospesa nell’aria riguarda proprio lui, che intanto continua a vivere con la sua spontaneità, cercando di rimanere fedele a se stesso.
Se è vero che Tadej va sempre in cerca di nuove sfide che possano motivarlo, il fatto che abbia scelto di mettere in fila Vuelta, mondiali, europei e Lombardia è dovuto a qualche impegno da mantenere oppure è la ricerca di qualcosa che possa metterlo davvero in difficoltà o la spia del fatto che vincere senza particolare affanno inizi a trovarlo sempre meno divertente?