Tadej Pogacar ha spettinato il Romandia con la grazia di un tornado. Ha vinto quattro tappe su sei. Ha richiamato tifosi e giornalisti che non c’erano mai stati. Riempito le strade quasi come al Tour de France. Generato dati di ascolto che la corsa non era più abituata ad avere. E quando se ne è andato, ha lasciato dietro di sé l’entusiasmo dei più e il malcontento (già visto) di chi avrebbe preferito qualcosa più delle briciole.
Giovanni Sammali è da anni il capo ufficio stampa del Tour de Romandie e gli abbiamo chiesto di raccontarci l’effetto Pogacar sulla corsa svizzera, sin da quando si seppe che il campione del mondo vi avrebbe preso parte.
«Mauro Gianetti è ticinese – racconta – ha fatto il Romandia ed è molto affezionato. L’anno scorso al pranzo di gala del Romandia ci disse che prima o poi Tadej sarebbe venuto a farlo. Finché a dicembre, mancava poco per Natale, ci disse che avevano fatto il programma e il Romandia ne faceva parte. Mi chiese se avessimo piacere a dare noi la notizia per primi. Io dissi subito di sì e mi accorsi che l’eco della notizia fu già fuori dal comune, in un verso e anche nell’altro».


Che cosa significa?
Che forse uno dei fattori, sottolineo forse, per cui quattro squadre non sono venute al Romandia sfruttando la nuova regola UCI che permette di non fare tutte le gare WorldTour, è stata la sua presenza. Riferisco quello che ho sentito e cioè che certe squadre hanno pensato che Tadej si sarebbe preso tutta la luce e così lo hanno escluso dal programma. Secondo Richard Chassot (direttore del Tour de Romandie dal 2007, ndr) si può pensare che da una parte sia stato fantastico per il pubblico e per la notorietà della gara, ma per certe squadre la sua presenza ha fatto un po’ di ombra e questa è una cosa su cui riflettere.
Un aspetto che però non riduce l’impatto positivo della sua presenza, giusto?
Nei giorni della gara ho fatto un’intervista a Fabian Cancellara e lui ha detto che il Romandia quest’anno è certamente Tadej Pogacar. E ha aggiunto che con il meteo bellissimo, il panorama delle Alpi con la neve, i campi colorati di giallo e la tanta gente, è stato il quadro perfetto. A Martigny, dove Cipollini ha trionfato per 11 volte, avevano già vinto quattro campioni del mondo. E’ arrivato Pogacar, che sapeva di questo dato, e ha vinto anche lui: il quinto. C’è stata molta gente nelle città, ma molto di più nelle campagne.
Un richiamo quasi irresistibile?
Ha detto ancora Cancellara che non erano solo giovani e adulti, ma anche bambini e anziani. Tutti a voler dire: “Forza Pogi, ci siamo anche noi”. E questo è stato un fenomeno. L’anno scorso era venuto Evenepoel e avevamo parlato di Remcomania. Ma la Remcomania è stata una cosa, la Pogifollia è stato ben altro.


Ecco, soprattutto la presenza di pubblico non è passata inosservata…
A fine corsa, domenica, tanti corridori fra cui Voisard e Gaudu hanno detto che magari non era la stessa gente del Tour de France o del Giro d’Italia, ma di certo neppure quella del piccolo Romandia. E’ stato un grande tour con un sacco di gente. Abbiamo fatto l’ultima salita con un drone, non so se avete visto le immagini: sono su Instagram. Vedi due file di spettatori a destra e a sinistra per due chilometri. E al Romandia due chilometri di gente non li avevamo mai visti. E’ successo qualche altra volta, sulla salita a Thyon 2000 c’è sempre un sacco di gente, ma non così tanta. E poi…
Che cosa?
Un’altra cosa da dire è che Bernard Bärtschi, che è il nostro direttore tecnico, quest’anno ha disegnato quattro tappe con il finale in circuito. Per cui in sei giorni i corridori sono passati per 17 volte sulla linea d’arrivo o di partenza. Quattro volte a Orbe, quattro volte a Martigny, tre volte a Charvet: vuol dire che la gente è stata ancora più numerosa perché sapeva che avrebbe visto i corridori più del solito passaggio che dura pochi minuti. A questo aggiungiamo Pogacar e il meteo bellissimo ed ecco il risultato.
Hai parlato di qualcuno che ha storto il naso.
Alla conferenza stampa finale, un giornalista ha chiesto a Yannis Voisard che cosa provasse ad aver dato battaglia per tutto il tempo e aver chiuso tredicesimo, senza la possibilità di fare di più. E lui ha detto che da una parte si è sentito un po’ a disagio, ma dall’altra correre con tanta gente e un ambiente così gli ha dato tanta grinta e visibilità. Abbiamo ricevuto un messaggio sulla mail ufficiale di un appassionato cui la corsa non è piaciuta e che si è annoiato: si sapeva che avrebbe vinto tutto Pogacar e così è stato. E’ solo una voce, ma c’è stata.


Per uno che si è lamentato, il ritorno mediatico è stato però importante.
Negli ultimi anni, con il fatto dei social e dei costi che sono aumentati, avevamo meno giornalisti: un numero stabile, che non cresceva. Quest’anno con Pogacar siamo passati dai 112 del 2025 a 150 accreditati: 40 in più, è un balzo incredibile. Tanto che le sale stampa delle ultime due tappe, che avevamo calcolato per 70-80 giornalisti, sono risultate un po’ strette.
Una sorpresa anche per voi?
Sono venute la televisione e la radio dalla Slovenia e hanno fatto ogni giorno l’intervista a Pogacar in sloveno. Dalla Francia è arrivato L’Equipe, che negli ultimi anni aveva fatto i suoi articoli a distanza. Sono venute le tre televisioni svizzere: la tedesca, l’italiana e la francese. La presenza mediatica è tornata come ai vecchi tempi in cui c’erano tante testate.
E Pogacar è stato disponibile?
A noi non hanno chiesto nulla di speciale, salvo avere qualcuno che lo accompagnasse al foglio firma per evitare l’impatto con la folla. Allora abbiamo messo due persone con la pettorina arancione che camminavano davanti a lui. I primi giorni ci sembrava un caos incredibile: gente, bambini, tutti a gridare quando si fermava. Dopo due giorni invece, Luke Maguire che si occupa della sua comunicazione mi ha detto: “Giovanni, state calmi perché a noi va benissimo, siamo proprio molto tranquilli”.


Eravate più agitati voi di loro, insomma…
In un’intervista Pogacar ha detto: “Mi piace molto questa gara perché il pubblico è gentile, c’è più calma”. A noi sembrava un caos assoluto, ma lui evidentemente è abituato a ben altro. Nella conferenza stampa della vigilia, è rimasto per mezz’ora e poi è venuto in sala stampa ogni giorno perché vinceva le tappe e perché aveva la maglia di leader.
Quindi diciamo che dal punto di vista dell’organizzazione è stato un esperimento ben riuscito?
Decisamente sì. Alla fine ha detto che gli sono piaciute tante cose. Il fatto di essere rimasto per tutta la settimana nello stesso albergo, molto centrale, a mezz’ora, 40 minuti di pullman per andare alle partenze e tornare. La tranquillità perché gli svizzeri sono meno aggressivi di altri tifosi. Ha vissuto una settimana per lui tranquilla, per noi affollata (ride, ndr). Conosceva già un po’ queste zone, perché l’anno scorso era venuto a seguire la gara femminile. Abbiamo fatto le foto con lui sulle strade e si era accorto che la gente stava a distanza. Lo salutavano, facevano un cenno, ma nessuno è mai andato a fermarlo come può succedere in Italia, in Francia e anche in Spagna.
Dici che tornerà?
Questa è la domanda che hanno fatto in tanti. Ha vinto quattro tappe, ha pareggiato il record di Kubler delle quattro vittorie nella stessa edizione, chissà se tornerà. Però intanto farà il Giro di Svizzera, diciamo che quest’anno ha scelto di stare con noi, in futuro chissà…


Gli indici di ascolto televisivi sono andati bene?
Sono cresciuti, anche malgrado il tempo bellissimo, quando la gente va sulle strade e non guarda la televisione. C’è un aneddoto carino che mi riguarda. Io faccio il Romandia da capo ufficio stampa da almeno venti anni, ho lasciato solo quando c’è stato il periodo dell’organizzazione di Marc Biver. Questo è stato il primo anno in cui cinque, sei, sette persone mi hanno detto: “Ti ho visto al Romandia, ti ho visto alla televisione, ti ho visto nella foto”. La gente ha seguito tanto. Non c’è stata una copertura televisiva superiore, però c’è stata più gente a guardare. Tanto che Richard Chassot ha detto che il Romandia di quest’anno è stato un piccolo Grande Giro.
E adesso?
Adesso recuperiamo. Quando passa un tornado come questo, poi c’è bisogno di rimettersi in sesto.
Ride, intervista finita, il messaggio è arrivato. Ancora una volta l’effetto Pogacar è stato portentoso e inatteso. La Pogifollia ha scompigliato la Svizzera Romanda e siamo certi che si continuerò a parlarne ancora a lungo.