Forse c’è bisogno di un altro punto di vista. Siamo così assuefatti alla velocità, alle imprese, al traguardo che le cadute, anche le più rovinose, ci scuotono per i pochi istanti subito successivi e poi si disperdono quando li vediamo ripartire. Sono corridori che conosciamo da quando erano ragazzini, sono ragazzini che sognano di diventare corridori. Ma sopra ogni altra cosa, prima che atleti in erba e aspiranti campioni, sono figli di qualcuno.
Questo articolo è frutto della penna di Bianca Ronchelli, mamma di uno junior, che quel punto di vista ha accettato di portarcelo. E allora forse nel commentare le prossime cadute e nel negare la giustizia a chi la chiede, avendo visto il dolore trasformarsi in rabbia, qualcuno potrà riconsiderare la sua posizione. Perché a volte la sete di verità deve essere superiore all’umanissimo istinto di pararsi le spalle.
Ci sono momenti, alle corse Juniores, che in televisione non si vedranno mai.
Succedono prima della partenza.
Nei parcheggi ancora umidi del mattino, quando le ammiraglie arrivano piano e i ragazzi scaricano le biciclette quasi senza parlare. Qualcuno sistema il numero sulla maglia. Qualcun altro controlla ancora una volta la pressione delle gomme. Un direttore sportivo prova ad alleggerire la tensione con una battuta lasciata a metà.
Io sono la madre di un ragazzo juniores di quasi 17 anni.
Non sono un direttore sportivo.
Non sono un tecnico.
Non sono un giudice di gara.
Li osservo.
Guardo i loro occhi durante la presentazione delle squadre.
Le facce che diventano improvvisamente serie.
Gli sguardi fissi davanti a loro mentre lo speaker legge i nomi.


Sulla linea di partenza cambia tutto.
Le mani stringono il manubrio più forte.
Qualcuno abbassa gli occhi sulla ruota davanti.
Qualcuno si alza sui pedali per scaricare la tensione.
Qualcuno continua a scherzare ancora per pochi secondi.
Qualcuno invece si chiude nel silenzio.
Resta soltanto il rumore delle ruote ferme sull’asfalto.
Ed è lì che capisci quanto in fretta questi ragazzi imparino a lasciare fuori tutto il resto.
Quasi nessuno si chiede davvero cosa passi nella loro testa in quei secondi.
«Nel ciclismo si impara presto a non far vedere cos’è la paura».


Le velocità aumentano.
Le preparazioni sono sempre più professionali.
Le volate sempre più tirate.
I margini sempre più piccoli.
E dentro quel livello altissimo ci sono ancora ragazzi che stanno cercando se stessi.
Il ciclismo non allena soltanto le gambe.
Allena il carattere.
Il modo di stare al mondo.
Il modo di convivere con la pressione.
Perfino il modo di restare in silenzio.
Il confine tra coraggio e rischio


Oggi nel ciclismo si misura tutto: watt, medie, frequenze, recupero.
Ma ci sono cose che nessun dato riuscirà mai a spiegare davvero.
La tensione prima del via.
La paura nascosta dietro un sorriso.
Il coraggio di restare dentro un gruppo lanciato a sessanta all’ora.
Poi la corsa parte.
E il gruppo si porta via tutto.
Anche i grandi campioni sono passati esattamente da lì.
Anche Filippo Ganna, prima delle cronometro mondiali, era un ragazzo delle categorie giovanili che imparava a soffrire in silenzio.
Anche Tadej Pogačar è stato un Under 23 con gli occhi pieni di sogni prima che il mondo imparasse a conoscerlo.


«Chi corre conosce bene il confine sottilissimo tra coraggio e rischio».
Giovanni Iannelli.
Ed è impossibile non pensare a Giovanni Iannelli.
Giovanni era un corridore.
Correva da quando aveva cinque anni.
Esordienti.
Allievi.
Juniores.
Under 23.
Il ciclismo era cresciuto insieme a lui.
Le trasferte.
Le gare internazionali.
Il Giro d’Italia.
Una vita intera passata nel gruppo, nelle fughe, dentro quel mondo che per tanti ragazzi diventa casa.
Prima di tutto quello che è arrivato dopo, c’era un ragazzo che aveva creduto nel ciclismo con tutta la sua vita.


Da allora suo padre Carlo porta avanti una battaglia che ormai riguarda tutto il ciclismo.
Perché dietro ogni corsa ci sono decisioni prese da adulti mentre sulla strada ci sono ragazzi che pensano soltanto a pedalare.
Ci sono storie che continuano a fare rumore anche quando qualcuno prova a coprirle con il silenzio.
Perché quando una famiglia continua a cercare risposte dopo anni, significa che il tempo da solo non basta.
Un murales.
Una strada intitolata a Firenze.
Non basta.
Perché il ciclismo non può chiedere coraggio ai ragazzi e poi abbassare lo sguardo davanti alle responsabilità degli adulti.
Resta il corridore.
Forse il ciclismo dovrebbe fermarsi proprio qui.
Dentro quei secondi che precedono il via.


Quando i ragazzi controllano il casco allacciato bene.
Sistemano la cuffia nell’orecchio.
Si infilano gli occhiali e in pochi secondi sparisce il ragazzo.
Resta il corridore.
Io li guardo partire.
Li guardo sparire dietro una curva insieme al rumore del gruppo.
E ogni volta penso la stessa cosa.
Nessuna vittoria, nessun podio, nessun applauso varrà mai quanto vedere quel casco tornare verso l’ammiraglia a fine corsa.
Perché dietro ogni casco non c’è soltanto un atleta. C’è un figlio.
E il traguardo più importante non sarà mai una linea bianca sull’asfalto.
Sarà tornare a casa.