Non c’è solo Pezzo Rosola. Lo ha detto il GP FWR Baron, tappa italiana della Nations Cup, lo hanno detto le altre gare del circuito internazionale (quelle a cui abbiamo partecipato), lo hanno detto anche le internazionali dell’ultimo weekend, pur avendo vincitori esteri dell’immancabile Team Grenke-Auto Eder, riferimento assoluto della categoria. Il movimento italiano junior è in salute con punte di riferimento e se Pezzo Rosola e Fedrizzi sono tali, dietro c’è gente come Viero, Balliana, i ragazzi dell’Autozai Contri che hanno già solleticato le attenzioni dei devo team.
Dino Salvoldi ha guardato le vicende degli junior delle ultime settimane con attenzione, guidato l’ammiraglia azzurra al GP FWR Baron, riempito il suo taccuino di indicazioni in vista della seconda parte di stagione, quella delle prove titolate. Intanto però la sua analisi parte dal GP Baron che ha portato sulle strade italiane gran parte del meglio della categoria.


«Il percorso del Baron quest’anno era meno impegnativo degli altri anni e infatti si è deciso per un episodio relativo alla prima tappa, con la fuga bidone di due atleti gestita dal gruppo con disattenzione, senza poi aver la possibilità di ricucire. Era una gara che pensavamo si risolvesse con gli abbuoni e di conseguenza su quei percorsi Fedrizzi era probabilmente il più competitivo dei nostri. Il suo terzo posto non mi ha sorpreso, anzi penso che con un po’ di fortuna si poteva fare meglio».
Avevate scelto lui come capitano in questa situazione, proprio considerando il percorso delle varie tappe?
L’unica incognita era lo svolgimento della prima tappa. Se tutto andava come succederebbe se si corresse 9 volte su 10 su quel percorso, in quel contesto si arriverebbe con un gruppo di 30, 40 atleti in volata e lui in quelle situazioni è sicuramente uno dei corridori migliori al mondo della categoria junior, ma il ciclismo su strada è fatto anche di sorprese, di variabili. La cronometro comunque era piuttosto breve, molto tecnica, con tante curve e Fedrizzi su quei percorsi riesce a comportarsi molto bene. Lui e Patrick erano entrambi i leader della squadra. Non c’era una preferenza uno per l’altro, dipendeva da come finiva la prima tappa.


Tu hai vinto un titolo mondiale con Finn due anni fa. Si può fare un parallelo tra lui e Pezzo Rosola per come si stanno evolvendo relativamente al momento nella categoria junior?
In prospettiva sono sicuramente due tra i migliori profili che mi è capitato di avere e di conoscere in questi anni. Grandi differenze direi di no, perché fanno entrambi molto bene a cronometro, forse Patrick ha ancora più attitudine di Lorenzo sulle cronometro più veloci, più lineari, dove conta di più la potenza assoluta. E pesa un pochino di più di Lorenzo, ma entrambi sono molto forti sulle salite lunghe e abbastanza forti sulle salite più brevi. Magari meno negli strappi corti, dove conta più l’esplosività.
E come persone, come maturazione?
Il paragone ci può stare anche caratterialmente, sono due ragazzi molto sereni, competenti e professionali in quello che fanno. Già con una buona capacità di farsi scivolare la pressione addosso.


Gli altri quattro della nazionale come li avevi scelti e che impressione ti hanno fatto?
In base alle caratteristiche delle tappe e anche per dare continuità e gratificazione a chi si impegna tutto l’anno per il progetto pista. Vendramin e Ceccarello li ho scelti per questo motivo, perché li vedo tutte le settimane e perché erano molto adatti alle tappe, particolarmente all’ultima. Per Ceccarello è stata un’esperienza importante perché è un primo anno, era la prima volta che faceva una gara internazionale di un certo livello, è stato importante fargli capire dove collocarsi in questo momento e quali sono quegli aspetti legati alla preparazione che deve andare a migliorare.
Un disco che vale solo per lui?
No. Questa è in generale una carenza che hanno tutti i ragazzi di primo anno che si approcciano alla categoria junior, dove sono già richieste competenze di gestione della squadra e di capacità che non possono avere subito perché arrivano da un percorso diverso, dove è più importante l’individualità che la squadra.


Dell’australiano che ha vinto che si può dire?
Sia lui che l’olandese sono stati molto bravi e molto forti durante la prima tappa, ma se ci fosse stata un po’ più di collaborazione tra le squadre e l’obiettivo fosse stato provare a vincere la tappa e non piazzarsi, non sarebbero arrivati, ma loro sicuramente non hanno rubato nulla. La cronometro poi era troppo breve per fare differenze. Forsyth comunque è vice campione nazionale della cronometro, quindi non è proprio uno sconosciuto. Arrivava anche dal Tour de Pays de Vaud che si era concluso la domenica precedente, quindi con una buona fase di preparazione nelle gambe.
Adesso siamo a giugno, hai visto un po’ di corse internazionali. Dove si colloca il movimento italiano nel suo complesso rispetto agli stranieri?
Siamo il movimento numero 1, per quello che può dire la classifica di Nations Cup, dove non tutti partecipano a tutte le gare di questo circuito, ma nemmeno noi le facciamo tutte, eppure sono tre anni che siamo al vertice della categoria junior. Il campionato del mondo o il campionato europeo sono la gara di un giorno e in una categoria dove gli atleti passano velocemente, magari hai anche il corridore vincente, ma quell’anno non hai il percorso per lui. L’anno scorso avevo Magagnotti ma non c’era il percorso per lui, quindi è una categoria che risente dei percorsi nella prova singola.