Venerdì sera a Stevenà, a due passi dalla sede del Caneva nato nel 1963 (in apertura una foto del 1964, con Gino Bartali accanto a Gianni Biz, padre di Michele, e Tino Chiaradia nel ristorante La Taverna: i due avevano fondato il Caneva l’anno prima), si è svolta una serata di dibattito e approfondimento: “Ciclismo italiano – questo il titolo – esiste un piano B? Seminare oggi per raccogliere domani”.
Teatro è stata la bellissima Villa Frova. Sulle poltrone rosse disposte a semicerchio, Gian Pietro Forcolin (presidente della Solme Olmo), Diego Bragato (CT azzuro della pista donne e responsabile del settore performance della FCI), Paolo Artuso (preparatore WorldTour), Manuella Crini (psicologa), Sacha Modolo (corridore fino al 2021 e ora apprendista procuratore). Nella sala, grandi amici del ciclismo. Da Giuseppe Martinelli ad Alessandro De Marchi, Roberto Menegotto, Luciano Rui e Biagio Conte. Oltre a organizzatori e genitori.
La tesi di partenza era piuttosto semplice. Da cinque anni si cercano corridori sempre più giovani e prodigiosi, per tenere testa a Pogacar, Evenepoel e Van der Poel, che probabilmente saranno ricordati come campioni inimitabili. Quanti corridori avremo bruciato in questa ricerca? E cosa rimarrà, fra squadre che avranno chiuso e gente che avrà perso la voglia, quando i suddetti fenomeni avranno smesso?



L’Italia che li rovina
Il mondo giovanile è nelle mani dei devo team. Avendo alle spalle le squadre WorldTour, essi non hanno limiti di spesa, ovviamente nei limiti dell’attività giovanile. Con il miraggio del passaggio al professionismo nelle prime squadre, frotte di corridori da tutto il mondo sgomitano per approdarvi. I procuratori ne hanno fatto comprensibilmente la prima scelta. E’ ancora presto per stilare una statistica, ma alla fine quelli che ci riescono saranno certamente meno di quelli che tornano indietro.
Il motivo per cui le squadre WorldTour fanno transitare questi talenti nei loro team di sviluppo è che a loro avviso nelle squadre U23 italiane, i corridori verranno rovinati. Dopo aver spiegato l’ottimo lavoro della Bardiani con Pellizzari, Paolo Artuso ha spiegato nel dettaglio quale sia la batteria di test, fisiologici e psicologici, attraverso cui questi corridori vengono etichettati.
Bragato, che viene a volte contattato dai team WorldTour, ha raccontato quali siano gli standard ricercati. Se un ragazzo ha vinto tanto non viene preso in considerazione. Se ha già il nutrizionista, stessa storia. Idem se ha fatto troppi giorni di corsa o troppe ore di allenamento settimanale. Nel 2025, al primo anno da U23 concluso con la vittoria del mondiale e la Coppa San Daniele, Lorenzo Finn ha disputato 38 corse al primo anno da U23. Ci sono italiani, ha spiegato Bragato, che arrivano a 60.




Le squadre che chiudono
Il ciclismo dilettantistico italiano, che a Caneva aveva una delle sue roccaforti, ha sulle spalle un secolo di storia. Spesso però quella storia si è trasformata in polvere e presunzione. Si è ritenuto di non doversi aggiornare, si sono chiuse le porte al nuovo, fatto di allenatori e professionisti capaci di dosare l’impegno dei più giovani: la scienza non serve solo per spremerli, ma anche per tutelarli. Si è preferito consegnare l’ammiraglia a ex professionisti che hanno applicato le regole di quando correvano, senza considerare che quel tempo è scaduto.
«Le squadre under 23 che a fine anno contavano le vittorie hanno già chiuso – ha detto Bragato – e ora questo problema si sta abbassando fra gli juniores. Due team si sono fermati e altri probabilmente si fermeranno. Ma non è vero che non abbiamo corridori, perché ce ne sono tanti. E non è vero che non ci sono realtà da indicare tecnicamente ad esempio. Basti guardare il CTF Friuli, che ha lavorato così bene da essere diventato il devo team della Bahrain Victorious».


Il ruolo delle continental
E’ stato davvero un grande affare per il team di Bressan? Dipende dai punti di vista. Nel 2020, la squadra aveva 14 corridori italiani. L’anno successivo, 13 italiani e uno straniero. Nel 2022, 12 italiani e 3 stranieri. Nel 2023, 15 corridori: 11 italiani e 4 stranieri. Due anni fa, nel 2024, 16 corridori: 9 italiani e 7 stranieri. Nel 2025, 9 italiani e 7 stranieri. Quest’anno, ancora 15 corridori: 5 italiani e 10 stranieri.
Praticamente un’altra squadra italiana che ha chiuso. Ricordiamo bene la contrarietà di Bressan alla trasformazione, ma poi complici un momento difficile di salute e l’insistenza suoi compagni di viaggio, anche “il rosso” ha dovuto abdicare. Secondo chi scrive, che ha avuto il privilegio di condurre la serata, non è stato un grande affare. Qual è la missione di una squadra continental italiana: crescere talenti che un giorno diventeranno professionisti oppure contare le vittorie?
Nel raccontare la Solme Olmo e il lavoro che hanno dovuto fare su Belletta, reduce dal devo team della Visma, Forcolin ha illustrato le finalità della continental e il calendario di corse a tappe: in Italia e all’estero. Anche lui ha camminato sull’asse di equilibrio, a metà fra la tutela dei talenti e la necessità di portare a casa qualche risultato. Ma il fatto di avere ancora in squadra dei corridori elite fa capire che in Italia si eserciti un’umanità superiore e si seguano criteri più elastici rispetto alla filiera scientifica e rigida dei devo team.


L’ambizione del guadagno
Modolo ha ammesso che i corridori giovani che segue fanno una vita di sacrifici già a 19 anni che lui alla stessa età non avrebbe saputo reggere. Per questo si infastidisce quando sente dire che i ragazzi di oggi non sanno farne, perché in realtà ne fanno tanti e di grande profondità. Modolo ha tuttavia ammesso che nella sua fame di vittorie c’era il fatto di venire dal nulla e di sognare le grandi corse. Invece fra le motivazioni dei corridori più giovani, l’ambizione è sostituita dalla smania di guadagno: prima di chiedere il programma di gare o di sognare la Sanremo e la Roubaix, chiedono quanto guadagneranno. Figurarsi quanto sia facile accecarli con girandole di numeri.
La società li spinge verso questa deriva e Dio solo sa quanto il miraggio dei lauti guadagni nelle WorldTour possa condizionare le loro scelte. Solo che i ragazzi italiani, ha spiegato la dottoressa Crini, crescono in famiglia e il più delle volte non sono attrezzati per andare a vivere e lavorare da soli all’estero. Fare il corridore non è come andare in Erasmus, è un lavoro profondo come i sacrifici che richiede. I genitori conoscono i loro figli? Sono in grado di fare un discernimento più profondo di quello dei loro ragazzi adolescenti e scegliere con raziocinio piuttosto che con avidità? Lo psicologo servirebbe ai genitori, ha detto a un certo punto il sindaco di Caneva. Non aveva torto.


Il piano B esiste
Il piano B per il ciclismo italiano non è inseguire i fenomeni e tantomeno cercare di opporsi ai devo team. Si tratta di riprendere in mano la nostra grande tradizione soffiando via la polvere e dando spazio alle professionalità che si formano nelle nostre scuole e sulle nostre strade. Si tratta di mettere in moto una vera ricerca del talento sul territorio nazionale. Non è per caso che il 50 per cento del personale WorldTour sia italiano e non è per caso che i corridori italiani siano tra i più richiesti.
Il piano B per il ciclismo italiano è offrire ai corridori un’attività fruttuosa e pensata per farli sbocciare. Parlare chiaro con gli sponsor e dire che l’obiettivo è farli crescere e non affossarli. Presentare progetti credibili, condividerli sulle varie piattaforme e dimostrare che in Italia i corridori non vengono rovinati. Sarebbe stato utile che a Caneva ci fossero stati sponsor e genitori.
Se il prossimo Cycling Team Friuli capirà l’utilità e l’orgoglio di restare italiano anche a costo di vincere meno, allora forse ci saranno dei ragazzini che troveranno lo spazio e il tempo per crescere. Marco Andreaus e Bryan Olivo meritavano di restare ancora in gruppo e come loro anche altri. Non tutti quelli che tornano indietro dalle devo vengono rilanciati, perché in questo sistema così scientifico, certe bocciature sono inappellabili. Il piano B ce l’abbiamo già in mano, basta solo avere la capacità di riconoscerlo e l’umiltà di accettarlo.