Qualche giorno di vacanza a casa, perché quando ci si vuole riposare è meglio stare fermi che rincorrere aerei, poi Sara Casasola ha ripreso a lavorare in vista della stagione del cross, che la vedrà al debutto il primo novembre nel Koppenbergcross. Sta lavorando sul fondo, spiega, va in palestra, corsa a piedi e si è concessa un assaggio di tecnica che affronterà in modo massiccio quando si trasferirà al Nord (in apertura la gara di Namur del 2024-25).
Tutto come al solito, si potrebbe dire, se non fosse che l’estate è stata una miniera di emozioni forti e grandi fatiche, con il debutto al Tour Femmes e la chiamata in nazionale per i mondiali di Montreal. Le foto che la ritraggono sul podio assieme alle altre azzurre, mentre tengono sollevata Elisa Longo Borghini, mostrano sguardi davvero coinvolti che forse neanche lei si aspettava.
«E’ stato un bel finale di stagione – racconta Casasola – pieno di esperienze per me molto nuove, con la voglia di far bene e più entusiasmo che tensione. Il Tour e il mondiale sono state due corse molto speciali, anche perché in entrambe era la prima volta e farei fatica a dire se in una mi sia sentita meglio che nell’altra o se mi sia piaciuta di più».




La nazionale della strada l’ha scoperta e lei ha scoperto la nazionale. Alla maglia azzurra Casasola c’è abituata, ma data la sua fresca esperienza da stradista non aveva grande confidenza con le ragazze del gruppo di Velo.
Come è stato entrare nella squadra di Montreal?
Diciamo che loro praticamente le conoscevo solo di nome, per le volte che ci siamo incrociate in gruppo. Silvia Persico la conoscevo perché siamo state assieme nella nazionale di cross, però è stato veramente un bel gruppo. Mi hanno accolta subito, sono state tutte molto carine, ho avuto un bell’impatto.
La convocazione ti ha sorpreso?
Il livello in Italia è bello alto e poi soprattutto su strada ci sono dinamiche, tatticismi e ruoli. Tante volte è difficile entrare nel giro, perché non basta andare forte, ma bisogna anche sapersi integrare. Ad esempio immagino che non abbia troppo senso convocare qualcuno che va forte, ma si faccia i fatti suoi. Essere stata selezionata è stata una bella soddisfazione, penso di essermi resa utile, quindi è stata una bella bella esperienza.
Tu hai conquistato il tuo bronzo ai mondiali cross e varie medaglie nel Team Relay, come è stato conquistare l’argento aiutando Longo Borghini?
Molto emozionante, anche per il fatto di essere in nazionale e vedere il lavoro che si corona con il podio della Longo. Ce lo siamo vissute da sotto il palco e poi siamo salite con lei, quindi come primo mondiale è stato veramente una bellissima esperienza.


Adesso che c’è stato lo switch e parli il linguaggio del cross, dove diamo il prossimo appuntamento?
Al Koppenbergcross, comincio proprio lì. L’ambiente è speciale: oltre al mondiale, è una delle gare in cui c’è più pubblico e più tifo sfegatato. Il primo anno che l’ho fatto, passando sotto l’arrivo non sentivi né lo speaker né la campana. C’era solo gente che urlava, quindi sicuramente viene vissuto con molta intensità dai tifosi. E’ una gara storica, molto importante.
Percorso duro o più scenografico che duro?
E’ duro, diciamo che lì non ti nascondi, perché già solo fare il muro a ogni giro è veramente impegnativo (il Koppenberg è un muro in pavé lungo 600 metri, con pendenza media dell’11 per vento e punte al 18, ndr). E poi arriva la parte di prato dove non c’è pianura, quindi sali o scendi. E’ un misto. Se poi c’è fango, diventa anche bello tecnico. Lo scopriremo andando su. Il Koppenberg è lontano dalla sede della nostra squadra, per cui lo vedremo il giorno prima. In ogni caso, è uno dei percorsi più duri di tutta la stagione.
Quanto ti coinvolge l’idea affrontare una gara del genere? La senti al pari di quel che accade alle colleghe del Belgio?
Penso che la sentiamo tutti allo stesso modo, ma dipende anche da quali obiettivi ti poni. Però l’atmosfera la senti e ti carica ancora di più, a prescindere che tu sia belga o straniero. I tifosi sono lì per tutti e si scatenano se vedono maglie di campioni nazionali (Sara Casasola ha riconquistato il tricolore lo scorso 11 gennaio a Brugherio, ndr).
Hai corso il Tour Femmes e altre due corse a tappe: credi che ti diano vantaggio anche nel cross?
E’ quel che si spera. Per questo dopo la stagione su strada ho preso un attimo di riposo, confidando che tutto il fondo e l’intensità fatti quest’estate paghino durante la stagione del cross. Non credo che lo noterò subito, è più probabile che i vantaggi vengano fuori più avanti.






Come mai?
Le prime gare probabilmente le soffrirò, ma quando dall’inizio di dicembre si inizierà a correre ogni due giorni, l’auspicio è che la condizione venga fuori, assieme al miglior recupero. In teoria avendo fatto delle corse a tappe, il fisico sarà più abituato a recuperare dopo quegli sforzi intensi.
Se nelle prime gare soffrirai, vuol dire che nel Koppenbergcross porterai la croce per tutto il giorno?
Dipende, io sono fiduciosa. Di solito quando passi dalla strada al cross, soffri perché sei un po’ legnoso e non reattivo, ma il Koppenberg tra tutte le gare è una di quelle in cui spingi più costante. C’è la salita lunga, quindi spero che sia una buona gara con cui cominciare. Meglio così che una gara super veloce, almeno credo.
Hai rinnovato il contratto per altri due anni, è una conferma importante…
E’ molto bello. Poi adesso alla Fenix-Premier Tech abbiamo un bel gruppo, mi trovo bene anche con le compagne, quindi il fatto di continuare a lavorare con le stesse persone, con la fiducia e il rapporto che si è instaurato, è sicuramente molto bello.
A livello di sensazioni, strada e cross ti coinvolgono alla stessa maniera?
Diciamo che è un po’ diverso. Adesso che inizio a vedere le prime gare di cross in tv, l’euforia di voler partire viene sicuramente fuori. Avrò una nuova bici, un nuovo telaio Stevens, che i miei compagni hanno già usato nelle prime gare in Belgio. Mi trovo molto bene, è reattiva, un po’ più ampia come spaziature, quindi sicuramente un’ottima bici. C’è tutto per cominciare e io davvero non vedo l’ora.