Montreal, il mondiale del 1974. L’ultima recita di Merckx

Montreal, il mondiale del 1974. L’ultima recita di Merckx

25.09.2026
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Cinquantadue anni fa. Montreal rivivrà domenica l’esperienza del campionato del mondo di ciclismo dopo oltre mezzo secolo. Quella che si svolse nel 1974 fu un’edizione storica perché per la prima volta la corsa iridata varcava i confini europei, portando il ciclismo ad essere uno sport davvero universale. Certo, i protagonisti erano ancora nella loro quasi totalità europei e il calendario era tutto disegnato nel Vecchio Continente, ma per certi versi il ciclismo per come lo conosciamo ora iniziò da lì. E da una leggenda di nome Eddy Merckx.

Non era abituale vivere le corse ciclistiche quando da noi era l’ora di cena. Per gli organizzatori fu un passo importante, anche perché di lì a due anni si sarebbero svolte le Olimpiadi. Allora la rassegna iridata comprendeva solo 4 prove: la 100 km a squadre e la gara in linea per dilettanti, la prova femminile e alla domenica la gara dei professionisti.

La corsa si svolse su 21 giri, anche allora c'era uno strappo duro, dove Merckx attaccava quasi sempre...
La corsa si svolse su 21 giri, anche allora c’era uno strappo duro, dove Merckx attaccava quasi sempre…
La corsa si svolse su 21 giri, anche allora c'era uno strappo duro, dove Merckx attaccava quasi sempre...
La corsa si svolse su 21 giri, anche allora c’era uno strappo duro, dove Merckx attaccava quasi sempre…

Sfida per l’iride al tramonto…

Un’edizione particolare, con la telecronaca di Adriano De Zan mentre da noi era sera, con quelle immagini televisive dai colori meno nitidi del solito (la televisione a colori era una conquista ancora recente). Quel che non era cambiato era l’uomo al comando, Eddy Merckx, imperatore della corsa come era solito fare, in quella che fu una delle sue più belle, a 29 anni. Si direbbe l’età della maturità, anno nel quale aveva mancato tutte le classiche ma aveva realizzato la doppietta Giro-Tour.

Chi quella corsa la ricorda bene è Giovanni Battaglin, che era allora uno dei virgulti della nazionale italiana: «E’ stata una corsa di selezione perché Merckx nella salita attaccava sempre. Era un percorso duro, con 21 giri di un circuito faticoso, dove c’era uno strappo dritto, impegnativo, con pendenze forti. Si arrivava giù dalla discesa, si girava a destra e si faceva quello strappo spaccagambe, io che pure ero uno scalatore lo odiavo quello strappo lì».

Maertens davanti a Merckx: nella squadra belga c'era grande rivalità e i due corsero l'uno contro l'altro (foto Koersmuseum)
Maertens davanti a Merckx: nella squadra belga c’era grande rivalità e i due corsero l’uno contro l’altro (foto Koersmuseum)
Maertens davanti a Merckx: nella squadra belga c'era grande rivalità e i due corsero l'uno contro l'altro (foto Koersmuseum)
Maertens davanti a Merckx: nella squadra belga c’era grande rivalità e i due corsero l’uno contro l’altro (foto Koersmuseum)
Come arrivaste a quel mondiale?

Io non avevo la grande condizione, sentivo addosso tutta la stanchezza di una stagione lunga, avevo fatto 6° al Giro d’Italia e mi ero piazzato in tante corse. La nazionale italiana era sempre molto attesa ai mondiali, come una delle squadre favorite, noi avevamo Moser e Gimondi come capitani, il Belgio ricordo che aveva uno squadrone, ma c’era una grande rivalità al suo interno fra Merckx e Maertens come si era visto l’anno prima quando ne aveva approfittato proprio Felice.

Come si sviluppò la corsa?

Fu una corsa strana nella quale i francesi fecero di tutto per far saltare il banco. All’inizio Campaner fece una lunga fuga sin dal secondo giro, che andò avanti fino a oltre metà corsa. Quando Campaner e l’olandese Vianen che l’aveva raggiunto vennero ripresi, andò via Thevenet e guadagnò un bel vantaggio, al suo inseguimento partì Maertens con il nostro Tino Conti a ruota, provarono a riagganciarlo senza riuscirci e Maertens si fece riprendere mentre Conti continuò. Ma la corsa vera iniziò al 17° giro.

Bernard Thevenet tentò il colpo a sensazione, venendo ripreso solo nell'ultima tornata. Si vendicherà al Tour 1975
Bernard Thevenet tentò il colpo a sensazione, venendo ripreso solo nell’ultima tornata. Si vendicherà al Tour 1975
Bernard Thevenet tentò il colpo a sensazione, venendo ripreso solo nell'ultima tornata. Si vendicherà al Tour 1975
Bernard Thevenet tentò il colpo a sensazione, venendo ripreso solo nell’ultima tornata. Si vendicherà al Tour 1975
Che cosa accadde?

Si formò un gruppetto con tutti i migliori, i belgi errano ancora in forze ma anche noi e io ero dentro. La corsa però era diventata una selezione continua perché Merckx attaccava in continuazione appena c’era la salita, poi sullo strappo si perdevano sempre pezzi. Eddy era scatenato, riprese Thevenet al penultimo giro e con lui c’erano, ricordo, Poulidor, Martinez (il nonno di Lenny, ndr) e Santambrogio. Ma dietro la selezione era continua.

Infatti arrivarono al traguardo solo in 18…

In tutti i giri nelle salite veniva fuori il terremoto, tanti mollavano e a quel punto non avevano neanche le forze per arrivare al traguardo. Io tenni, nell’ultimo giro ho mollato quasi in cima alla salita, quella impegnativa e poi mi ero un po’ anche rilassato perché tanto la lotta per i primi posti non mi riguardava più. Seppi poi che Merckx li aveva staccati tutti salvo Poulidor, ma in volata fra i due non c’era discussione di sorta…

L'arrivo solitario di Merckx, che sul rettilineo finale ha staccato un esausto Poulidor (foto Koersmuseum)
L’arrivo solitario di Merckx, che sul rettilineo finale ha staccato un esausto Poulidor (foto Koersmuseum)
L'arrivo solitario di Merckx, che sul rettilineo finale ha staccato un esausto Poulidor (foto Koersmuseum)
L’arrivo solitario di Merckx, che sul rettilineo finale ha staccato un esausto Poulidor (foto Koersmuseum)
Tu comunque chiudesti nella top 10…

Non fu neanche un brutto risultato, anche perché la grande gamba non c’era in quel momento, venivamo fuori da corse a tappe, da tanti circuiti che si facevano dopo il Giro e quindi ero un po’ stanco.

Molti dicono che quella fu veramente una delle ultime occasioni nelle quali si vide il vero Merckx. Fu davvero così?

Sì, almeno ai mondiali, difatti iniziò un po’ il declino, ma era sempre pericoloso, sempre agguerrito e sempre attaccante, perché lui non mollava mai. Vinse ancora classiche, ma nei grandi giri cominciò a soffrire, non era più quello che per tanti anni aveva fatto bello e brutto tempo. Proprio come lì a Montreal dove i suoi ripetuti attacchi avevano scremato la corsa fino a riempire i box delle squadre di ritirati…

Il podio finale con Merckx, al terzo iride, fra Poulidor e Martinez, nonno di Lenny (foto Koersmuseum)
Il podio finale con Merckx, al terzo iride, fra Poulidor e Martinez, nonno di Lenny (foto Koersmuseum)
Il podio finale con Merckx, al terzo iride, fra Poulidor e Martinez, nonno di Lenny (foto Koersmuseum)
Il podio finale con Merckx, al terzo iride, fra Poulidor e Martinez, nonno di Lenny (foto Koersmuseum)
Come correva?

Lui era il faro del gruppo. Tutti si aspettava che lui attaccasse, che lui facesse la corsa. Era il suo periodo, non rimaneva che sperare in una sua giornata no, ma a Montreal anche quando era lontano dai fuggitivi si vedeva che aveva la situazione sotto controllo.

Tu eri ancora nei primi anni della tua carriera, vedendolo correva in maniera diversa rispetto al Pogacar di oggi?

Non tanto perché lui era un attaccante, poi c’è un’altra analogia fra i due e in questo mi riferisco alle corse al di fuori del mondiale: anche lui aveva una squadra fatta di campioni, che potevano fare i capitani di ogni altro team, perché aveva Swertz, Bruyere, De Schoenmacher che era l’ultimo uomo, lo scalatore, che Merckx teneva lì a fare l’andatura e menare, poi Van den Bossche che faceva lo stesso ma in pianura. Quando decideva metteva lì a tutta la squadra, il gruppo si allungava e capivi che stava per partire. Se non eri lì pronto a stargli sulla scia, erano dolori…

Riccomi e Poggiali. La nazionale italiana alloggiava all'università, una stanza a testa (foto Koersmuseum)
Bitossi e Poggiali. La nazionale italiana alloggiava all’università, una stanza a testa (foto Koersmuseum)
Riccomi e Poggiali. La nazionale italiana alloggiava all'università, una stanza a testa (foto Koersmuseum)
Bitossi e Poggiali. La nazionale italiana alloggiava all’università, una stanza a testa (foto Koersmuseum)
Che clima trovaste quando hai fatto il mondiale?

Fu molto bello perché a Montreal c’erano tanti italiani e quindi ci portavano anche in giro nei primi giorni che siamo arrivati. Ricordo che ci portarono a visitare un’armeria dove con Santambrogio e Cavalcanti acquistammo dei fucili da caccia. Si vedeva che ci tenevano alla nostra presenza, che li facevamo tornare un po’ alle loro radici e volevamo ripagarli con un bel risultato ma non ci riuscimmo, anche se Santambrogio sfiorò la medaglia.

Il tempo com’era?

Abbiamo trovato una giornata molto calda nel giorno di gara. Per allenarsi ci si poteva allenare bene perché trovavamo percorsi molto belli e non trafficati lungo il fiume e poi si girava sul circuito finale. Non alloggiavamo in un grande hotel, eravamo al centro studi dell’università. Uno per stanza e io odiavo dormire da solo, sono sempre stato in mezzo alla compagnia, avrei preferito anche una stanza di quattro, non mi piaceva proprio. Così andavo giù nel salone e si chiacchierava perché eravamo tante squadre e quindi ci si ritrovava anche fra varie nazionali. E’ stato un bel mondiale, uno dei più belli…