La carriera ciclistica di Matteo Donegà si è conclusa alla Sei Giorni di Berlino, dove ha corso in coppia con Michele Scartezzini. Un ultimo giro di pista, dove ha anche vinto l’ultimo sprint della sua carriera. Il parquet è diventato casa per Donegà, che sulle assi di legno dei velodromi ha sempre trovato una connessione speciale. Berlino ha rappresentato la tappa finale di un giro lungo ventisette anni, tra i quali spiccano gli otto passati al Cycling Team Friuli. Con la maglia bianca e nera del CTF ha girato l’Europa, mentre con i colori azzurri ha girato il mondo.
«L’ultima stagione da corridore l’ho corsa con la maglia del team Arvedi Cycling – racconta Donegà – ma quando il contratto è scaduto il 31 dicembre ho fatto una scelta di cuore. Ho chiamato Roberto Bressan (lo storico team manager del CTF, ndr) e gli ho chiesto di poter correre le ultime gare della mia carriera con la loro divisa. Sarebbero state due Sei Giorni, quindi non ho potuto indossare i colori sociali, ma ho gareggiato come un tesserato del CTF. Ho avuto modo di chiudere il cerchio che è stata la mia carriera da ciclista».


Occhi lucidi
I segni lasciati dalla scelta di mettere fine alla propria carriera sono ancora freschi dentro l’animo di Matteo Donegà. A pochi giorni dal suo ultimo giro di pista qualcosa deve ancora assestarsi, come dopo uno aver subito uno scossone forte.
«Rientrato da Berlino mi ha preso un’influenza abbastanza forte – dice Matteo Donegà – diciamo che i primi giorni di fine carriera me li aspettavo diversi. E’ come se il mio fisico non abbia ancora metabolizzato la scelta, anzi mi stia quasi punendo (ride, ndr). Però piano piano sto facendo i conti con questo cambiamento».


Che volo di ritorno è stato?
Sull’aereo ero lì seduto che guardavo fuori dal finestrino e ancora non avevo capito cosa fosse accaduto. La testa non aveva metabolizzato il fatto di aver terminato la carriera, rivedevo le immagini dei giorni di gara a Berlino. Su quel volo, e prima sul parquet del velodromo, è stata la prima volta in cui ho pianto per qualcosa legato al ciclismo. E’ stato un sentimento che poi si è trascinato, infatti anche nei giorni successivi avevo addosso un magone incredibile».
Seduto sul parquet del velodromo, da solo con i tuoi pensieri, qual è stato il primo ad emergere?
Forse non mi sono goduto a sufficienza l’ultima volata, dove ho anche vinto, della madison. Mi sono appoggiato al plexiglas e mi sono tornati subito in mente tutti questi anni. La bici è stata una parte importante della mia vita.




Come hai vissuto questa ultima Sei Giorni?
Sicuramente in maniera diversa. Non ero concentrato sul risultato, ma sul godermi ogni momento e tutto ciò che sarebbe arrivato. Devo ammettere che vedere gli spalti pieni, con 10.000 persone ad applaudire durante il saluto finale, è stato qualcosa di unico. E’ stato un bell’addio, sono partito senza aspettarmi nulla e sono tornato a casa con dei ricordi bellissimi. Sugli spalti c’erano anche la mia famiglia e i miei amici. Averli accanto in quel momento mi ha reso ancora più felice.
Perché smettere?
I motivi sono tanti, ultimamente il ciclismo è cambiato molto. In quest’ultimo anno ho fatto un riepilogo e mi sono reso conto di essere in un ciclismo che non sento più mio. Non c’era quell’aspetto che mi faceva divertire, era diventato tutto troppo esagerato. Anche nell’ambito della pista. Molte aspetti sono cambiati anche all’interno della nazionale, ho pensato sarebbe stato meglio smettere quando ancora avevo dentro di me un ricordo bello di questo sport.





Hai indossato, anche solo simbolicamente, la maglia del CTF in quest’ultime due gare, che emozioni hai provato?
Con quella squadra, che sento di poter definire una seconda famiglia, ho passato tantissimi momenti che ricordo con piacere.
Squadra che ha cambiato pelle, forse per questo te ne sei dovuto andare a fine 2024?
Dire addio dopo aver corso per otto anni nella stessa squadra, dove siamo cresciuti insieme, abbiamo vissuto mille avventure e condiviso momenti indimenticabili è stata una bella batosta. Digerire quella scelta, arrivata in maniera concorde, non è stato facile. Gli ultimi anni, con il passaggio poi a devo team mi hanno visto uscire sempre più dal progetto. Alla fine su strada correvo sempre meno, mentre con l’Arvedi ho avuto modo di fare più attività di quel tipo.


Credi che anche per loro sia stato difficile da digerire?
Sicuramente. La squadra era diventata un riferimento per la pista e per il ciclismo friulano, nonché un pilastro importante per la categoria under 23. In un certo senso lo rimangono, ma in maniera diversa.
Tornare a correre su pista con quella maglia, anche solo in maniera simbolica, cosa ha rappresentato?
Ci tengo a dire che Roberto Bressan sarebbe stato felicissimo di farmela indossare. Purtroppo nelle Sei Giorni si corre con le maglie fornite dall’organizzazione, quindi non ho avuto modo di rivestire quei colori. Però sapere di essere lì e rappresentare la società che mi ha accompagnato per otto anni è stato un onore.


Hai già pensato al post carriera?
Mi sono arrivate delle proposte di lavoro da parte della nazionale, come meccanico. E intanto sto sentendo alcuni team, sempre per lo stesso ruolo. Alla fine scendo dalla bici ma rimarrò nel mondo del ciclismo. Avevo deciso di smettere già da questa estate, infatti mi ero mosso per aprire un nuovo capito della mia vita. Grazie alla bici ho girato il mondo, scoprire nuovi posti è una cosa che mi piace e vorrei continuare a farla.
Qual è il posto che più ti ha colpito?
La trasferta più bella, a livello di gara, direi la Coppa del mondo su pista in Colombia. Abbiamo vinto e con il gruppo della nazionale mi sono divertito moltissimo. Eravamo davvero uniti e affiatati. Su strada, invece, l’Argentina, sia per il gruppo che per il posto, che mi è rimasto davvero nel cuore.


Con il CTF?
Viaggiare e andare alle corse con loro è sempre stata un’emozione speciale. Mi hanno trattato come un figlio e mi porterò dentro dei ricordi bellissimi. Forse il più rappresentativo è una trasferta a Brno per una tre giorni di gare su pista, siamo riusciti a vincere proprio all’ultimo ed è stata un’emozione indescrivibile.
Hai concluso la carriera correndo insieme a Michele Scartezzini, con il quale hai condiviso tante avventure, come vi siete salutati?
Non è uno da tante parole. Mi ha detto solamente di allenarmi con i kart, una grande passione che abbiamo in comune, perché adesso andremo a correre più spesso. Gareggeremo ancora, sempre in pista, ma questa volta ci sarà l’asfalto.