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Bagni di folla. Quando il popolo osanna il suo campione

06.10.2022
6 min
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Maastritch s’inchina alla maglia rosa di Tom Dumoulin. Copenaghen straborda per Vingegaard. Evenepoel addirittura viene portato nella Capitale: nella Grand Place de Bruxelles non c’era una “mattonella” libera. Senza contare come Colombia ed Equador hanno accolto Carapaz e Bernal per i loro successi nei grandi Giri. Lì si è festeggiato a più riprese. Bagni di folla che dimostrano l’amore verso i campioni.

Bagni di folla che da noi, in Italia, difficilmente si vedono. Vero, ed è facile dirlo, che in questo momento storico ci manca il super campione in grado di muovere le masse, ma alcuni dei ragazzi citati in precedenza non erano degli assi navigati prima di quei successi.

E poi noi siamo un popolo del tifo (meglio questo corridore anziché quell’altro) e dei campanili. La festa c’è, ma salvo casi particolari, meglio che sia “di paese”.

Italiani digitali

Marco Pastonesi è un giornalista di lungo corso. Di fatti, corse e personaggi ne ha visti e raccontati tantissimi. Per anni è stato nella redazione della Gazzetta dello Sport. E sui bagni di folla è pronto a condividere la sua esperienza. Anche dalle sue parole subito emerge che certe manifestazioni non sono totalmente in linea con il Belpaese.

«Ho provato – racconta Pastonesi – a scavare nella memoria e banalmente potrei dire che erano altri tempi. Torno molto indietro e penso alle folle che potevano esserci per Binda, da quello che si legge e si vede nelle foto. Ma non mi sembrano siano state folle oceaniche tipo “viaggio del Papa”. Era diverso.

«Ho appena scritto un libro su Guerra (Il grande Guerra di Pastonesi e Gregori – Mulatero editore, ndr) e dalle ricerche effettuate è emerso che c’erano le città che andavano a prendere i campioni alla stazione e li scortavano a casa. E più recentemente ho in mente le immagini nella mente di Parabiago che abbraccia Saronni o la Val di Cembra che festeggia Moser».

Ma perché allora da noi non ci sono questi immensi bagni di folla? La questione secondo Pastonesi non è semplice da scavare fino alla radice.

«Non vorrei dire che il ciclismo è meno popolare, semmai è l’italiano che piano, piano ha smesso di scendere in strada. E’ innegabile che dal vivo c’è meno partecipazione di una volta e che al tempo stesso ci sia meno tolleranza, come chi si arrabbia perché il giorno della corsa non può prendere l’auto per andare al supermercato.

«Ma questo non significa che il ciclismo sia meno seguito: non è affatto così. In Tv è molto presente e lo stesso sugli smartphone. C’è meno partecipazione su strada e più una partecipazione da casa… Siamo un popolo digitale».

Come dice Pastonesi, tanta gente e tanta curiosità spingeva gli italiani agli albori del ciclismo. Qui una foto del primo Giro del 1909
Come dice Pastonesi, tanta gente e tanta curiosità spingeva gli italiani agli albori del ciclismo. Qui una foto del primo Giro del 1909

Strada o divano?

Non solo bagni di folla per i trionfi. Pastonesi fa un discorso più generale e parla anche della partecipazione nel “quotidiano”.

«Facendo le ricerche per il mio libro su Guerra – spiega Pastonesi – nel primo Giro d’Italia (1909, ndr) partito alle 2,53 di notte da Piazzale Loreto, che all’epoca era periferia di Milano, dagli archivi della Gazzetta si legge di una folla strabordante. E lo stesso avvenne per la punzonatura nella sede sempre della Rosa in via Galilei. La gente era pericolante dai muretti pur di vedere i corridori. Oggi seguiamo, ma non partecipiamo».

Che siamo una società più digitalizzata e attaccata al divano è vero, ma questo discorso non riguarda solo l’italiano. Riguarda a nostro avviso un po’ tutto il mondo occidentale. Semmai noi italiani siamo meno attratti dal grande evento.

Esempio banale. A Londra, Boston, o non ultima Berlino che ha visto il record del mondo di Kipchoge, la maratona è vissuta come un evento della e per la città. A Roma no. E’ il giorno in cui vengono chiuse le strade. C’è molta meno gente che partecipa ed è predisposta alla “diversità” per un giorno (o qualche ora). Ma poi si sente dire: «Visto che bella la maratona davanti ai Fori Imperiali?». Ammettiamo che è una strana psicologia.

Nibali e Pantani

Chiusa la digressione sul perché ci sia meno partecipazione ai grandi eventi, torniamo al ciclismo. Torniamo nel nostro orto e, come si suol dire, diamo “una botta al cerchio e una alla botte”. Perché è vero che forse non saremo un popolo dai bagni di folla facili”, però quando c’è il campione con la “C” maiuscola, quello in grado di entrarti dentro l’anima le cose cambiano.

«Non sarà stato un super bagno di folla come quello di Vingegaard – continua Pastonesi – però ricordo il ritorno di Nibali a Mastromarco. Si era mobilitato l’intero paese. Vincenzo salì sul balcone del comune, con lui il sindaco e fu accolto con passione da tantissimi tifosi».

E poi c’è lui: Marco Pantani. Al ritorno dal Tour, nel 1998 dopo la doppietta, a Cesenatico si parlò di oltre mezzo milione di persone. C’era anche Romano Prodi, allora presidente del consiglio ad accoglierlo.

«Ecco – ribatte Pastonesi – quello è stato forse l’ultimo vero grande bagno di folla. Quello di Cesenatico è paragonabile a quelli che abbiamo visto recentemente. Marco era arrivato a doversi travestire per poter uscire… Come alcuni calciatori. Si parlava che Totti uscisse di notte e camuffato per poter girare per Roma. Marco era su quella falsariga per non farsi riconoscere ed essere assillato».