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Viviani convinto: ricomincia tutto da Montichiari

17.02.2021
7 min
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Ricomincia tutto da qui, da Montichiari, dal legno levigato di questo auditorium del ciclismo, in cui le ruote frusciano e le voci rimbalzano. Viviani si muove come il padrone che torna dopo un lungo viaggio e in effetti il veronese è appena arrivato da Almeria, dove ha visto i compagni della Cofidis correre, aspettando il suo momento. Lo scherzetto del cuore gli è costato un bel ritardo nell’inizio della stagione, ma adesso che tutto è a posto, si può pensare alla ripartenza dallo Uae Tour, ormai fra pochi giorni.

Elia Viviani, Francesco Lamon
Due battute con Lamon, appena arrivato a Montichiari, l’uomo che lancia il quartetto
Elia Viviani, Francesco Lamon
Due battute con Lamon, l’uomo che lancia il quartetto

Test in 3D

Le cose da fare sono tante. Ci sono gli uomini di Pinarello che aspettano con lo scanner 3D per verificare che il manubrio vada bene. Oggi il test è toccato a tutti gli azzurri e anche alle ragazze di Salvoldi. Viviani è l’ultimo. La perfezione del quartetto passa anche per l’ottimizzazione dei flussi e la miglior penetrazione aerodinamica. La scansione prevede in primis che attorno al manubrio venga messa della carta gommata per impedire i riflessi della lega. Poi che l’atleta, con la bici sul rullo, si metta nella posizione più aerodinamica e così rimanga per due minuti, durante i quali l’addetto allo scanner gli gira intorno operando tutti i rilevamenti necessari. La sagoma in 3D che se ne ricava, dopo qualche minuto compare progressivamente nel display del computer, mano a mano che i dati vengono elaborati.

Mentre tutti gli azzurri sono saliti in bici e si sono subito messi nella posizione richiesta, Elia ha iniziato a pedalare per ottenere la perfetta simbiosi con la bici e si è fermato dopo una decina di minuti, dando il via al rilevamento.

Il suo rifugio

Quando la sagoma 3D si è materializzata nello schermo, Elia ha firmato la liberatoria poi è andato a prepararsi per l’allenamento in pista. Quello che gli era mancato lo scorso anno e per il quale è volato direttamente fin qui dalla Spagna, rinunciando a passare per Verona in visita ai suoi genitori. Elena Cecchini, la compagna, è in Spagna in ritiro con la squadra.

«La pista è come un rifugio – dice Viviani – e ho provato a tornarci lo scorso anno fra Tour e Giro, ma era tardi e non avere continuità mi aveva tolto lo spunto. Al mondiale di Berlino mi sono accorto che ero lontano dai primi e su strada era evidente che in volata mancasse qualcosa. Sul piano fisico e anche mentale. Qui lavoriamo duro ed essere con questo gruppo così forte mi motiva a impegnarmi di più. Una volta ero io a fare la differenza, adesso devo rimboccarmi le maniche. Sono stato qui prima di Natale, poi a gennaio e il prossimo ritiro sarà a marzo».

Prima la strada

Si fa fatica a capire se in questo momento nella sua testa venga prima la strada oppure le Olimpiadi, anche se poi approfondendo il discorso, si capisce che davvero i due discorsi sono complementari al 100 per cento.

«C’è obiettivamente un riscontro di gambe – spiega – al tanto lavoro fatto per tornare ad avere il picco di watt vincente. L’anno scorso avevo dei valori medi molto alti, ma era come se avessi il limitatore. Se nella tappa di Parigi mi lasciano al quarto posto, io lotto per vincere, non finisco quinto. Per questo abbiamo lavorato e lavoreremo nei prossimi giorni sulle partenze da fermo e le volate lanciate con il quartetto. E’ bello vedere i ragazzi che lavorano per me. Riusciamo a simulare le situazioni delle gara su strada, usando i rapporti della pista. Per cui quando mi troverò a sprintare con il 54×11 non mi sembrerà così duro. Da qui in avanti sarà tutta una questione di gestione, dando continuità alla pista e prendendo il buono per la strada. Poi, come nel 2016, verrà il momento in cui sarà tirata una riga e da lì ci sarà solo la pista. Ma prima c’è da iniziare bene la strada. Una vittoria darebbe un surplus di serenità».

Il pranzo di Montichiari: una piadina al volo, poi Viviani sale in pista
Il pranzo a Montichiari, una piadina e via

Razionalità addio

Nel frattempo il ciclismo è cambiato e con il ciclismo sono cambiati i velocisti. Lo hanno detto tutti gli sprinter con cui abbiamo parlato, i percorsi veloci sono ormai un ricordo.

«Siamo felici – ammette Viviani – se troviamo una corsa con 2.000 metri di dislivello. Di velocisti alla Kittel, sono rimasti Groenewegen e Jakobsen. Gli altri sono tutti corridori di 73-75 chili, che saltano le salite e possono arrivare in fondo a un grande Giro. Ce ne sono tanti in ogni corsa. Il mio obiettivo è tornare l’Elia che nel 2018-19 vinceva il campionato italiano, Amburgo, Plouay, ma prima voglio ricominciare a vincere tanto. E’ una catena, se imbocchi la prima maglia, poi le altre vengono da sole. Invece non vincere è logorante, ti metti ad analizzare l’impossibile. Provi a cambiare mille cose. Mi sono messo a fare le volate da solo, pur sapendo di aver fatto le cose migliori col treno. La razionalità, che è sempre stata il mio punto forte, è andata a farsi benedire».

Viviani e Scartezzini, due veronesi a Montichiari
Viviani e Scartezzini, due veronesi a Montichiari

Modello Deceuninck

E allora, mentre Elia cerca un magnete da applicare sulla lenticolare posteriore e far funzionare finalmente il Garmin, il discorso va ad un vecchio adagio che circola nel ciclismo: come mai chiunque vada via dalla Deceuninck poi non vince più?

«Perché è difficile ricreare l’ambiente che c’è là – dice – ma francamente non pensavo fosse così evidente. Quando andò via Kittel, pensai che uno da solo non potesse andare in un’altra squadra e fare la differenza. Sembrava semplice, bastava ricreare le stesse dinamiche. Ci ho provato. Morkov era ancora sotto contratto, ma Sabatini è ugualmente fortissimo. Solo che non basta. Là hai corridori che tirano tutto il giorno, qua fai fatica a chiederlo, dato che non vinci. Chissà, magari se mi fossi sbloccato subito in Australia, anziché cadere, sarebbe stato tutto diverso. Ma in ogni caso non è soltanto Elia che non è andato, è stata la squadra a non brillare. Il primo anno nel WorldTour e il fatto che le corse più piccole siano state cancellate ha fatto sì che abbiamo dovuto sempre affrontare sfide altissime».

Viviani meccanico a Montichiari, cercando di fissare il magnete
Fa il meccanico a Montichiari, cercando di fissare il magnete

Numeri e sensazioni

Adesso tutto sembra a posto. Il chip che gli hanno inserito sotto pelle proprio sopra al cuore controlla che i battiti siano in ordine e così gradualmente l’attività è ripresa al pieno regime.

«Nel ciclismo moderno – spiega Elia – le vere spie della condizione sono i numeri, ma le giornate che ti fanno pensare che le cose vanno bene sono quelle lunghe in cui torni a casa che stai ancora bene. Sabato scorso ho fatto l’ultima distanza ad Almeria. Le prime due ore con i compagni che il giorno dopo avrebbero corso, quindi 5 ore e mezza da solo, con volate dietro macchina e sono rientrato avendo ancora buone sensazioni. In una settimana sono migliorato tanto. Per questo vado in Uae. E anche perché non sarebbe giusto mandare il mio team senza di me. E’ la gara perfetta per riprendere. Ci sono tappe piatte. Si può provare il treno. Una settimana giusta per lavorare. Sarò contento di arrivare quinto o sesto. Ma se dovessi essere lì davanti, farei la volata per vincere e non sarei felice di finire quarto…».