SANREMO (IM) – Il pullman della UAE Emirates è preso d’assedio da tifosi, tanti bambini e un gruppetto di messicani che inneggiano al nome di “Torito”, chiamando Del Toro affinché scenda per salutarli. Isaac però ancora non si vede. Alla spicciolata arrivano i corridori che, finito il loro compito, hanno raggiunto il traguardo e poi si sono fermati per salutare Pogacar in attesa del podio. Ogni volta che uno sale gli scalini, dall’interno si sente un’esplosione di urla. Finché dopo un po’ il primo a scendere è Matxin.
Lo sports manager del UAE Team Emirates, pur abituato a grandi vittorie (l’ultima in ordine di tempo è stata la Strade Bianche) ha gli occhi lucidi. Vincere la Sanremo è stato il coronamento di un lunghissimo viaggio, il solo che finora fosse sfuggito alla logica del dominio del campione del mondo: un mistero che questa volta si è finalmente svelato.
«In questo momento – dice – provo tanta felicità e voglia di abbracciare i ragazzi, come ho appena fatto. A Del Toro ho detto che gli voglio bene. Ho voglia di gridare dentro al pullman, voglia di festeggiare per questa corsa che da anni stava diventando complicata. E proprio nell’anno più complicato, l’abbiamo vinta. Sono emozionato ovviamente, molto emozionato».


Un attaccante anticonformista
E’ magico ripercorrere il lavoro che i ragazzi della UAE Emirates hanno fatto per il loro capitano caduto e per qualche istante spaesato. L’hanno raddrizzato, preso per mano e condotto di nuovo nel cuore della corsa, lasciandogli fare poi quello che meglio gli riesce: vincere.
«Ci abbiamo creduto dall’inizio – prosegue Matxin – perciò nel momento in cui Tadej è arrivato davanti, non gli abbiamo neanche chiesto come stesse. Brandon (McNulty, ndr) si è messo a menare, poi Isaac (Del Toro, ndr) ha fatto il forcing e ha fatto il buco a Van der Poel e Ganna, due dei migliori corridori al mondo. Tutti credono in questo team e credono nella forza del gruppo, Tadej è stato fortissimo, senza dubbio il migliore del mondo, nella UAE Emirates – sottolinea con orgoglio – la squadra migliore del mondo.
«Negli ultimi quattro anni abbiamo cambiato il concetto di questa gara, con un Tadej attaccante e anticonformista, rendendo la corsa sempre più dura. Però la caduta ci ha spiazzato e ha rischiato di vanificare tutto il lavoro. E’ molto più difficile vincere quando tutto sembra perduto…».


Gianetti: Pidcock faceva paura
Gianetti lo ritroviamo che ancora festeggia dopo il traguardo, con l’entusiasmo di chi ha vissuto lo sport e sa che cosa significhi raggiungere la vittoria tanto a lungo sognata. A lui capitò con la Liegi del 1995 (peraltro indossando la maglia che il Team Polti ha riproposto per questa Sanremo) e vedere Tadej riuscire nello scopo in questo giorno che rischiava di essere compromesso dalla caduta ha fatto esplodere una gioia sfrenata.
«Quando c’è stata la caduta – dice il capo della UAE Emirates – non ho pensato che fosse finita, ma era evidente che si sarebbe complicato tutto. McNulty è stato grandissimo e ha fatto il lavoro di tutta la squadra. Poi c’è stata l’accelerazione potente di Isaac. Sulla Cipressa si era visto che Van Der Poel non fosse brillantissimo, che ci fosse un po’ di differenza, mentre si era visto invece che Pidcock stava veramente molto bene. Ogni volta ha chiuso con facilità, ha reagito velocemente agli attacchi e quindi ci faceva paura e alla fine si è giocato la Sanremo».


La rabbia dopo la caduta
Gianetti la corsa l’ha vista nello schermo di un cellulare, perché i televisori sul traguardo non funzionavano. Ha raccontato che nonostante tutto, la squadra sia riuscita a mettere in atto il piano che avevano studiato, con la differenza di non aver potuto preparare l’attacco nel modo migliore.
«Tadej ha scalato la Cipressa 20 secondi più velocemente degli altri – dice ancora il team principal della UAE – ma avendoli dovuti recuperare, è stato uno sforzo importante (Tadej ha percorso i 5,7 chilometri in 8’50” alla media di 37,8 orari e abbassando il record di scalata di 10″, ndr). Per questo durante l’attacco, Tadej è parso un po’ imballato, non è stato proprio uno scatto violento. Ma veniva subito dopo una caduta, aveva fatto un recupero impressionante, quindi era anche difficile pensare che in quel momento potesse fare di più.
«E’ chiaro che la caduta gli abbia dato lo scatto mentale di dire: non è possibile, con tutto il lavoro che ho fatto per questa Sanremo, non è possibile buttare così un anno di lavoro. Così ci ha creduto, ha tirato sempre, forse anche più degli altri. Ci ha provato in ogni modo. Andando in progressione sul Poggio, dove però ha trovato un Pidcock in grande giornata, e quindi ha dovuto giocarsela in volata, sempre partendo dal davanti e anche questo non aiutava…».


Stando ai dati diffusi da Velon, lo scatto con cui Pogacar ha staccato Van der Poel è durato 1’10”, durante i quali la media è stata di 40,8 ad una punta massima di 44,2 orari. Potenza media di 620 watt e massima di 890.
Gianetti ci saluta dicendo che la vittoria vale oro per la squadra, non a livello di soldi, ma a livello puro di prestigio. Con questo circoletto attorno alla Sanremo, la sola Monumento che manca a Pogacar è la Roubaix. Ma prima, dice scherzando, vediamo di pensare al Fiandre…