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Quarant’anni al Giro, i ricordi del professor Tredici

23.01.2022
5 min
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All’interno dell’organizzazione del Giro d’Italia c’è una figura che ormai è un’istituzione: quest’anno il professor Giovanni Tredici festeggerà il suo quarantennale alla guida dello staff medico della corsa rosa. Docente all’Università degli Studi di Milano Bicocca (in apertura è con Pantani dopo la caduta del 2003), è entrato a far parte del gruppo nell’ottobre 1982, per Giro del Piemonte e Giro di Lombardia. Nella sua vita ha visto migliaia di ruote scorrergli davanti, migliaia di vite passare tra campioni e presunti tali, gregari dalla lunga carriera e pro’ da una toccata e via, insomma ha potuto constatare con mano come il ciclismo sia cambiato, come d’altronde la vita di tutti noi.

Quando ci si avvicina a un traguardo temporale così importante, è normale che ci si guardi indietro e si facciano un po’ i conti: «Una volta il Giro d’Italia era una festa nazionale: non c’erano solo i corridori, la carovana pubblicitaria passava molto prima di loro ma inculcava quell’atmosfera di festa che restava a lungo e i corridori erano parte di quest’atmosfera. Oggi è tutto cambiato, tutto molto più professionale, ma anche asettico, tutto più regolamentato».

Ha rimpianti?

No, è una constatazione. Allora l’epicentro dell’attività era fra Italia e Spagna, oggi si è spostato al Nord e noi siamo un po’ ai margini. Sono cambiate le corse con il WorldTour che ha spostato l’attenzione su altri Paesi, è cambiata anche la geografia del ciclismo: al Giro d’Italia una volta i corridori nostrani erano l’80 per cento, oggi le proporzioni si sono invertite.

Tredici 2011
Il professor Tredici è nella carovana del Giro d’Italia dal 1982
Tredici 2011
Il professor Tredici è nella carovana del Giro d’Italia dal 1982
In che misura tutto ciò ha pesato sul vostro lavoro?

Tantissimo. Il lavoro è profondamente cambiato innanzitutto perché avevamo allora a che fare con 140-150 corridori, oggi superiamo i 180 ma abbiamo avuto punte anche superiori ai 200. Poi è cambiato proprio il modo di lavorare grazie alla maggiore tecnologia, alla comunicazione immediata, il che ci permette di coprire praticamente tutta la corsa. Sono aumentati i mezzi a disposizione e le persone, si lavora in gruppo ognuno mettendoci le proprie competenze: non basta dire “medico”, abbiamo nello staff persone con esperienze diverse e questo è fondamentale.

Questo significa poter garantire maggiore sicurezza?

Sicuramente, anche se per mia concezione so che si deve sempre provare a fare meglio, a studiare ogni volta la disposizione di uomini e mezzi per ottenere il massimo risultato. Il mio pensiero ad esempio è consentire un intervento di rianimazione in tempo utile: gli studi clinici provano che in caso di malore i primi 6 minuti sono decisivi e noi dobbiamo intervenire entro questo lasso di tempo. Una volta avevamo 2 ambulanze in tutto e una era senza medico, ora ne abbiamo 4 con 2 auto in più con un medico rianimatore a bordo, per un totale di 8 medici. E’ un numero importante, ma va anche impiegato bene considerando anche di non ostacolare lo svolgimento della corsa.

Qui il professor Tredici al Giro d’Italia del 2006 assieme ai figli, allora entrambi in carovana
Qui il professor Tredici al Giro d’Italia del 2006 assieme ai figli, allora entrambi in carovana
Ci sono state esperienze che hanno favorito il miglioramento dell’impegno sanitario?

Beh, ricordo ad esempio quando anni fa un corridore in Spagna ebbe un arresto cardiaco e l’intervento non fu così veloce come serviva o quando qui in Italia avvenne la stessa cosa e risolvemmo la situazione comprendendo come fosse necessaria un’ambulanza specifica per intervenire in simili situazioni anche a fondo gruppo. Tre anni dopo a Bologna un calciatore si sentì male e non c’era la struttura sanitaria per l’immediato soccorso… Quella volta l’intervento immediato dell’ambulanza permise di evitare di portare lo sfortunato ragazzo in ospedale.

In caso di cadute?

Ora abbiamo in corsa un’apparecchiatura radiologica che consente di verificare subito le condizioni del corridore e questo si è rivelato utilissimo proprio in questi ultimi periodi segnati dalla pandemia. Avere un responso immediato senza dover passare dall’ospedale permette di guadagnare un grande lasso di tempo: un corridore lo scorso anno, caduto alle 2 del pomeriggio, all’una di notte era già sotto i ferri. In questo modo il recupero è più rapido e lo stop agonistico più breve.

Quanta gente ha ai suoi ordini?

In periodi normali lo staff sanitario al Giro è di 28 persone, diretti da me e dal Dott. Massimo Branca, anche lui con un’esperienza solo di pochissimi anni inferiore alla mia…. Poi c’è mio figlio nello staff e voglio ricordare due ex pro’ che guidano le auto mediche, Francesco Frattini e Simone Zucchi, che sanno come destreggiarsi in corsa.

Tredici Weylandt
Un cartello a ricordo della tragedia di Wouter Weylandt al Gido 2011
Tredici Weylandt
Un cartello a ricordo della tragedia di Wouter Weylandt al Gido 2011
Ci sono stati casi nei quali si è sentito sconfitto?

Non posso dimenticare la tragedia che colpì il belga Weylandt, non c’era nulla da fare quel giorno, è la dimostrazione che puoi anche essere attento al massimo ma il destino vince sempre. Bisogna però cercare di prevenirlo, per quanto possibile. Ma ci sono anche momenti di soddisfazione, come quando recuperammo un corridore caduto in una scarpata per 76 metri…

Il che ricorda il caso di Evenepoel al Lombardia 2020

Lì avrei qualcosa da ridire. Sarebbe bastato aspettare qualche minuto l’arrivo del Soccorso Alpino, che lo avrebbero riportato su in assoluta sicurezza. I miei ragazzi hanno rischiato, non erano legati. Per fortuna è andata bene.

Evenepoel Lombardia 2020
Il recupero di Evenepoel al Lombardia 2020: una caduta frutto dei suoi problemi di guida
Evenepoel Lombardia 2020
Il recupero di Evenepoel al Lombardia 2020: una caduta frutto dei suoi problemi di guida
Le cadute sono aumentate in questi 40 anni?

Sì, per almeno il 50 per cento, ma le fratture non sono aumentate in questa proporzione. Devo dire però che oggi le cadute in volata sono minori perché in genere i corridori sono più corretti di una volta. Una cosa che ho anche notato è che le bici ora danno meno appoggi ai corridori in caso di caduta: una volta ti scappavano da sotto, ricordo addirittura bici sugli alberi… A parte le battute però questo significa anche che è cambiato il modo di stare in sella e ciò ha comportato un aumento dei traumi alla schiena.

Proviamo a chiudere con un sorriso: ricorda qualche caso particolarmente strano o buffo?

Ce ne sono tanti, ma ne cito volentieri uno: Giro d’Italia, tappa a Catania. Cade Guidone Bontempi, io mi avvicino e tutto quel che mi esce è «Guido, come va?». «E come vuoi che vada?!», e giù parolacce… Me l’ero cercata!