CASANO DI LUNI (MS) – Vedere una figura come quella di Giuseppe Martinelli tra i ragazzi del Giro della Lunigiana rende l’idea di quanto la passione e l’amore per il ciclismo del tecnico bresciano siano sentimenti intensi. E’ venuto sulle strade della Liguria e della Toscana con i ragazzi della Rappresentativa Sardegna, tornata dopo tanti anni dall’ultima volta. Invito arrivato grazie alle prestazioni e alla maglia tricolore vinta da Enrico Balliana.
I suoi ragazzi Giuseppe li guarda e ci parla come uno zio. Li sgrida quando sono in ritardo per la presentazione delle squadre, ma lo fa in maniera scherzosa. Alla fine il ciclismo vive anche di leggerezza, soprattutto quando tutto ciò che circonda questi ragazzi li spinge a cercare margini da limare e prestazioni da grandi.
«E’ stata la prima esperienza qui al Giro della Lunigiana, da direttore sportivo – racconta Martinelli ai margini della festa di fine gara – e devo dire che è una corsa nella quale si vede che il livello è altissimo. Ci sono le migliori nazionali al mondo, ma anche gli italiani che vengono qui sono molti forti e competitivi. Non ho visto grosse sorprese, perché Fedrizzi, Pezzo Rosola, Gugnino e tanti altri sono gli stessi che abbiamo visto durante tutto l’anno».


Eri già venuto al Lunigiana?
Da spettatore, nell’anno di Evenepoel, prima quando aveva vinto Cunego e anche nel 2024 quando ci fu la sfida tra Finn e Seixas. I percorsi sono sempre belli, duri e chi emerge non lo fa per caso.
Com’è vivere da dentro il Lunigiana?
La mia più difficile interpretazione è proprio quella di non avere la radio. Non riuscire a fare delle tattiche in corsa o parlare con i ragazzi è davvero penalizzante.
Cosa porti a casa da questa prima esperienza?
L’ho detto ai ragazzi ieri (venerdì, ndr) che devono imparare da quelle squadre che sanno già fare un determinato lavoro e riescono a farlo senza le radioline. Si mettono a disposizione del leader, si trovano, parlano tra di loro. Lo hanno fatto bene Austria, Belgio e anche la Slovenia. Mi sarebbe piaciuto vedere anche l’Italia.


Forse un’utopia?
A pochi giorni dal mondiale sarebbe bello dare modo ai ragazzi che saranno parte della nazionale di correre insieme in una corsa importante come il Lunigiana. Vedere Fedrizzi, Balliana, Pezzo Rosola e tutti gli altri aiutarsi, prendere le misure. Magari lo stesso Balliana tirare la volata a Fedrizzi in occasione dell’ultima tappa.
Hai parlato di radioline, ritorniamo un attimo sulla seconda tappa, quella corsa e poi annullata?
Secondo il mio punto di vista ci sono state delle lacune, ma quando dalla Prefettura arriva la disposizione per la quale non si può transitare su una parte del percorso le soluzioni sono poche. Se sei preparato a un piano B, si risolve, altrimenti no. In quel caso sicuramente non c’era un piano alternativo. Ma a mio avviso la lacuna più importante è stata quella di non capire che bisognava avvisare i corridori che erano davanti. capisco fosse difficile, però qualcuno era lì: un cambio ruota, una lavagna…
Dalla corsa hanno detto che non era possibile avvisare i corridori, ma loro hanno gareggiato e di questo andava tenuto conto.
Farli pedalare per 70 chilometri in condizioni difficili, con la strada bagnata e a tratti pericolosa per poi azzerare tutto non è stato il massimo. Una piccola classifica c’era, perché alla fine avevamo 25 corridori davanti con un vantaggio. Alcuni ragazzi si sono ritirati ma ieri hanno poi potuto riprendere la corsa.


Sono stati momenti concitati, con decisioni prese all’ultimo, a partire dalla Prefettura…
Penso siano andati tutti nel panico, anche il presidente di giuria che poi ha deciso di azzerare tutto. Il motivo era legato al fatto che i belgi sono riusciti ad avvisare i propri corridori visto che avevano un’ammiraglia dietro al gruppo di testa. Ad esempio io ero la quattordicesima macchina, i ragazzi non li ho mai visti.
Riemerge il discorso delle radioline, ormai sempre più importanti.
Con le radioline avremmo avuto un ordine d’arrivo, perché tutti noi direttori sportivi avremmo avvisato i corridori che il traguardo sarebbe stato al chilometro 70. Nel corso della mia carriera da diesse nel professionismo ho passato tutti gli step: prima le radioline non c’erano, le hanno messe, abbiamo discusso sulla loro utilità. Ma io rimango sempre favorevole.
Perché?
Servono per comunicare con i ragazzi, ho vinto delle gare grazie alle tattiche passate per radio ai ragazzi. Le ho sempre utilizzate senza stressare nessuno, ma in ogni sport c’è un coordinatore che comunica ai propri atleti cosa fare e in quale momento. Ma rimane anche il senso della sicurezza.


Cioè?
Nella discesa dello Scoffera, nella tappa annullata, avrei detto ai miei ragazzi di non rischiare, di stare tranquilli. Quando poi è arrivata la comunicazione dell’accorciamento della tappa sono andato anche io nel panico. Mi sono chiesto in che modo avrei potuto comunicare questa cosa ai miei ragazzi. Ho mandato immediatamente il furgone del rifornimento ai 400 metri dal nuovo arrivo. Ma come faceva a farglielo capire…
Lo stesso Ornego che era nel gruppo di testa ha detto di non aver capito dello spostamento dell’arrivo.
La radio serve, perché la categoria è diventata ormai quella di riferimento e chi è in macchina deve avere modo di parlare con i ragazzi. Considerando che per le gare regionali e nazionali in Italia la radiolina c’è. Io la uso per dire ai miei corridori cosa vorrei che imparassero, non cosa fare. Capire la tattica, vivere la corsa. Non ho mai vinto una corsa juniores grazie alla radio.
Si passano però le comunicazioni base?
Tante volte comunichi i distacchi, la situazione in testa alla corsa o in gruppo. Avvisi sui passaggi importanti o rischiosi che si troveranno più avanti. Sono ragazzi giovani, è vero che facciamo la riunione prima della gara ma poi loro non possono ricordare tutto. E’ normale che sia così.