Alzare le braccia al cielo dopo uno sprint, quasi all’improvviso, dietro una curva. E poi gioire. Sapere che dentro di te la strada percorsa è sempre più quella giusta, che i sogni, passo dopo passo, si stanno avverando. In una parola: sei felice. Giovanni Aleotti era felice qualche giorno fa sulla vetta del Paltinis, in Transilvania al centro della Romania.
Uno splendido posto: natura ancora selvaggia nei monti Cindrel. D’inverno si scia anche, ma nei giorni del Sibiu Tour la bici impazza. E vincere lassù, anche se non è il Tour che si corre 2.300 chilometri più ad ovest, ha il suo perché. Il corridore della Bora-Hansgrohe ha vinto la sua prima corsa da professionista, anzi le prime due, visto che oltre ad una tappa si è portato a casa anche la generale del Sibiu.
Giovanni, prima di tutto complimenti. Ti aspettavi questa vittoria?
Vincere al primo anno da professionista non me lo aspettavo. Partivo per fare bene perché la squadra mi dava l’opportunità di provarci. Sapevo che stavo bene ma da lì a siglare la prima… Comunque è stato un successo che mi dà molto morale per il resto della stagione.
E hai battuto Fabio Aru, che resta sempre un grande corridore. Vi siete parlati?
In realtà abbiamo parlato più dopo la tappa che in corsa. Mi ha chiesto se fossi andato in Sardegna per la Settimana Internazionale Italiana. Eravamo molto concentrati. Lui è stato fortissimo ed è un bravo ragazzo. E’ un corridore importante. E’ stata una bella sfida, dai.
Cosa ti è passato per la mente quando hai tagliato quella linea?
Tanta gioia. Come detto ero concentrato, ma subito sono stato contento. La squadra era contenta, i diesse e lo staff erano contenti… E la sera con i compagni abbiamo festeggiato. Aver ricevuto da loro l’aiuto al primo anno da pro’ non è cosa da poco. E poi riuscire a finalizzare il lavoro è stata una soddisfazione in più.
Che poi il tuo piccolo capolavoro non lo hai fatto solo vincendo la prima tappa, ma controllando la corsa da vero leader. Come ti sei sentito in questo ruolo? Hai accusato un po’ la pressione?
Io mi sono impegnato al massimo sin da subito nel prologo cittadino del giorno prima. Poi dopo che abbiamo preso la maglia l’obiettivo era difenderla. Anche nella tappa successiva c’era un arrivo impegnativo: 23 chilometri di salita e traguardo a 2.030 metri di quota. Però io ero tranquillo e il team non mi ha fatto sentire la pressione. E poi già aver vinto una tappa era un buon risultato. No, no… l’ho vissuta bene!
Prima hai parlato di bella sfida con Aru. E infatti anche il giorno dopo siete arrivati secondo e terzo…
Mi aspettavo un suo attacco. Vedevo che Fabio era il più forte e il più attivo. E’ quello che mi ha messo più in difficoltà di tutti. Ma la squadra sapendo che Aru era il più pericoloso mi aveva detto di controllarlo, di stare attento soprattutto a lui. Poi devo dire che era una scalata adatta a me, perché era pedalabile, e anche questo magari ha inciso.
Dopo il Giro cosa hai fatto?
Ho passato qualche giorno tranquillo anche se non ho staccato del tutto perché già pensavo all’italiano che era qua ad Imola (Aleotti è emiliano, ndr). Solo dopo ho staccato. Ma domani riprenderò alla Settimana Internazionale Italiana.
E non hai fatto altura?
No, perché dopo il Giro ho deciso, in accordo con il team, di stare un po’ a casa. Di fatto mancavo da molto tempo, visto che ero stato in ritiro a Sierra Nevada prima proprio del Giro. E poi nel mezzo ci sono state parecchie gare e fare altura per pochi giorni ha poco senso.
Oltre alla Settimana Internazionale Italiana quale altre gare farai?
Farò San Sebastian e il giorno dopo il circuito Getxo.
San Sebastian è una gara importante. E’ adatta ad Aleotti…
Ed è anche impegnativa. Però con quelli che escono dal Tour…
Ma molti di loro però saranno a Tokyo…
Quello è vero – ride Aleotti – un occhio ce lo butto! E’ una bella gara, vedremo come starò.
Con Bressan, il tuo mentore tra gli U23 al Cycling Team Friuli, vi siete sentiti dopo il tuo successo?
Sì, subito mi ha inviato i vari articoli che parlavano di me. E’ una soddisfazione per lui, ma anche per la squadra, per Renzo Boscolo. Ho messo in pratica tanto di quello che mi hanno insegnato. Loro mi hanno formato. E non lo dico tanto per dire.
C’era qualcosa che Bressan ti ripeteva sempre?
Roberto mi ripeteva sempre di fidarmi delle persone che avevo dietro, della struttura che mi supportava e così ho fatto. Quando senti la fiducia di chi hai intorno e gli altri si fidano di te fai la differenza. Tra di noi c’è un buon rapporto e l’ho sempre ascoltato. Tra gli under 23 ho messo da parte i suoi consigli già al primo anno perché potessi raccogliere qualcosa negli anni successivi.