CONTROGUERRA (Teramo) – Sfila dopo la volata con la bocca spalancata, alla ricerca di ossigeno e, forse, anche di quell’attimo per capire cosa sia appena successo. In realtà Nicola Conci lo sa benissimo. Sono però quegli istanti di trance agonistica, il vuoto che arriva dopo aver dato tutto fin sulla linea del traguardo.
Quel giorno Conci è arrivato terzo, dopo essere stato il promotore dell’attacco decisivo. L’atleta della XDS-Astana ha provato a giocarsi le sue carte insieme a Kevin Vauquelin e Mathis Rondel. Vederlo così brillante a Il Giro d’Abruzzo è stato un piacere. Perché dietro quel terzo posto c’è una stagione nella quale Conci ha dovuto cercare il proprio spazio, affrontare qualche problema fisico e trovare un equilibrio diverso. E quella giornata abruzzese potrebbe essere un piccolo segnale di svolta.


Maledetto crampo
La corsa si è decisa quando Conci ha scelto di anticipare. La squadra aveva lavorato per portare i propri uomini nelle migliori condizioni possibili e il trentino ha letto il momento giusto per uscire allo scoperto.
«Quello scatto in contropiede – spiega Conci – era un po’ la nostra tattica. Sapevamo di non avere nulla da perdere, perché ci giocavamo il terzo e il quinto posto in generale. Conoscevamo le caratteristiche di Diego Ulissi e lui mi ha lanciato benissimo. Ho dovuto anticipare a circa 40 chilometri dall’arrivo, che era un buon momento anche perché tra le due salite il percorso sembrava andare per la maggior parte in discesa e si riusciva a fare velocità.
«Ho fatto un bell’attacco, dopo un gran lavoro della squadra prima della salita e coprendo anche gli attacchi durante tutta la salita. Sono partito a 39 chilometri dall’arrivo, sullo strappo, e mi hanno seguito Vauquelin e Rondel».
Conci poi racconta l’epilogo, ma al tempo stesso guarda avanti. Il terzo posto è un punto di passaggio. E anche questa è maturità.
«Sapevo che Vauquelin era uno dei favoriti su una tappa del genere, quindi ci ho giocato dall’arrivo, quando mi sono alzato in piedi e ho sentito un crampo al polpaccio. Ho fatto la volata con un piede bloccato senza poter spingere fino a fondo. Il piede era bloccato, perché il muscolo era fisso in una posizione. Non ho fatto un grande sprint proprio per questo problema. Però so di aver fatto una buona prova. Con la squadra ci abbiamo provato e speriamo possa essere di buon auspicio per le prossime corse».


Sogno azzurro?
La prestazione di Conci arriva in un momento particolare della stagione. Il trentino non nasconde di aver avuto una prima parte di anno complicata, soprattutto per alcuni problemi allo stomaco che ne hanno condizionato il rendimento. Anche per questo una giornata come quella di Controguerra assume un significato particolare. Non tanto per il piazzamento in sé, quanto per le sensazioni ritrovate e per la consapevolezza di poter essere ancora protagonista quando la corsa si accende. E allora la testa vola anche ad una possibile convocazione in azzurro, almeno per gli Europei in Slovenia.
«No – dice Conci con tono sincero e pacato – dubito che possa avvenire. Non ho avuto contatti ultimamente, quindi non penso che all’ultimo mi chiamino. Ovviamente, se dovesse arrivare una telefonata da parte del cittì, sarebbe un onore poter indossare la maglia azzurra. Però mi rendo anche conto che è giusto premiare i ragazzi che sono andati bene durante tutta la stagione.
«Io nella prima parte dell’anno ho avuto diversi problemi allo stomaco e quindi non ho performato come avrei voluto. Però sono riuscito a essere di supporto alla squadra in tante occasioni e questo è importante. Ora guardiamo avanti. Sicuramente questo terzo posto è una piccola iniezione di fiducia, perché è sempre importante essere davanti».


Dimensione ed equilibrio
Conci è un ragazzo volenteroso, ormai un professionista arrivato a una fase importante della propria maturazione. Forse questa stagione gli è servita proprio per trovare una dimensione diversa, più consapevole. Non necessariamente quella del corridore chiamato ogni volta a cercare il risultato personale, ma quella di un atleta capace di mettere le proprie qualità al servizio della squadra e di cogliere le occasioni quando si presentano. E quando un atleta trova la sua dimensione, trova anche il suo equilibrio… e rende di più.
«Io – spiega Conci – sono un corridore che principalmente aiuta la squadra. Poi ovviamente, quando arriva una soddisfazione personale fa più che piacere. Ora rimango concentrato e penso alle ultime corse. Ci sono tante gare in cui poter fare bene io, ma soprattutto può fare bene la squadra. siamo davvero un bel gruppo. Ulissi, Scaroni e non solo loro sono atleti importanti. Lavorare per loro, per la squadra può darmi e darci tanto. Scaro è in grande forma e ci sono le classiche italiane di fine stagione».
In effetti dopo il traguardo i ragazzi di Vinokourov erano dietro il palco per le premiazioni. Avevano vinto la classifica a squadre. Sembravano uniti, sereni. E tutti raccolti attorno a capitan Ulissi. Ce ne fossero di fari così…
«Ormai sto trovando un po’ più il mio ruolo, cioè quello di aiutare principalmente la squadra. Mi rendo conto anch’io che il livello è veramente alto, sia che si vada a fare il Tour de France sia che si corra al Giro d’Abruzzo, e oggi ne è stato un esempio. E’ un peccato, perché avrei potuto portare a casa una vittoria. Però cercherò di risolvere questa storia dei crampi e vediamo».


Uno occhio alle piccole corse
Il Giro d’Abruzzo è una corsa che può sembrare lontana dai riflettori delle grandi prove WorldTour, come ha detto Conci, ma dentro il gruppo il ritmo resta quello di una gara vera. Anzi, spesso la presenza di corridori giovani e di atleti in cerca di una conferma rende le dinamiche particolarmente interessanti. Il tema che ha sollevato Nicola è interessante: il livello è alto sia che sia corra al Tour che all’Abruzzo.
«Innanzitutto – dice Conci – c’è da dire una cosa: qui ci sono corridori di livello che nelle corse WorldTour di primissimo piano vanno forte, sono davanti e si giocano la vittoria. Faccio l’esempio di Rondel o di Vauquelin, che ha vinto anche una tappa al Tour. Non è che quando ha vinto quella tappa facesse cinque minuti a 500 watt e qui al Giro d’Abruzzo ne ha fatti 400. Se non ne ha fatti 500 era lì. Magari il picco di forma può essere diverso, però il corridore è quello. Quando si mena, si mena veramente. E’ ovvio che mediamente nella corsa si vada un po’ più piano quando viene lasciata la fuga o quando si controlla, e in queste gare il ritmo può essere leggermente più basso. Ma quando la corsa entra nel vivo, si va forte».
C’è però un aspetto che Conci osserva con attenzione, soprattutto quando si trova a condividere il gruppo con tanti corridori giovani.
«Quello che noto maggiormente come differenza è che ci sono tanti giovani che, non voglio dire non sappiano stare in gruppo, però tante volte rischiano troppo. Non si rendono conto che certe mosse e certi comportamenti in determinati momenti del gruppo, al Giro d’Italia o al Tour de France, non li vedi fare. E mi dispiace un po’ vedere questi ragazzi che in gruppo si comportano un po’ come vogliono loro. Però mi auguro che imparino col tempo».
La breve chiacchierata con Nicola a Controguerra ci ha lasciato con pensieri positivi. La sensazione è stata quella di aver avuto di fronte un corridore maturo, consapevole di sé stesso e padrone del mestiere. Lo dimostrano le sue parole, le tempistiche dell’attacco, la reazione al crampo nello sprint.