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Come si dirige una corsa? A lezione da Babini…

10.01.2022
7 min
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Quando siamo seduti sul divano e apprezziamo le gesta dei corridori, diamo per scontato tutto quello che sta attorno e che fa funzionare questo fantastico sport. Dietro a una Parigi-Roubaix di Colbrelli o ad un titolo europeo ci sono figure che gestiscono tutto quello che sta prima, durante e dopo la corsa. Il direttore di corsa e l’organizzatore fanno parte dei mille occhi che devono garantire la sicurezza e la riuscita di un evento. Un’orchestra di interpreti composta da innumerevoli collaboratori disseminati sul percorso e coordinati da un direttore d’orchestra. Raffaele Babini è tra questi una delle figure più affermate nel panorama nazionale e internazionale. Fa parte del team di RCS da quindici anni e vanta la direzione di corse tra le più importanti al mondo come Giro d’Italia, Milano-Sanremo, europei di Trento, mondiali di Imola e molte altre.

Tra tutte le esperienze che ha vissuto ci sono anche eventi tragici come quello del 9 maggio 2011. «La morte di Weylandt, l’ho vissuta da vicino ed è stata straziante. Per una piccola distrazione abbiamo perso un corridore che oggi potrebbe essere qui. A volte mi lascio prendere dall’enfasi e da quello che può essere determinante per la vita dei corridori». Questo fa capire quanto la sicurezza durante una corsa sia importante e quanti siano gli aspetti su cui ci si debba soffermare.

Raffaele Babini al Giro d’Italia under 23 insieme a Fabio Vegni (foto di ExtraGiro)
Raffaele Babini al Giro d’Italia under 23 insieme a Fabio Vegni (foto di ExtraGiro)
Quanto è importante essere organizzatore e direttore di corsa?

E’ un po’ il il mio pallino, credo che fare la direzione di corsa voglia dire conoscere nel dettaglio l’impianto organizzativo. Aver gestito in toto gli europei di settembre a Trento è stata una grande sfida in cui ho dovuto assumere l’impegno e curare tutti i dettagli che sono dietro all’organizzazione, non solamente per i percorsi, questi vengono dopo, ma tutto l’impianto strutturale. A partire dagli hotel che ospitano, dall’accoglienza, alla partenza, al percorso e il dopo gara. Per quanto riguarda i ruoli, sono tutti importanti dentro all’organizzazione. Per arrivare ad avere un risultato globale ottimale degno di un grande evento sotto ogni profilo.

Parliamo di sicurezza, come si gestiscono le responsabilità?

La pianificazione credo che sia tutto. Il nostro ruolo oggi più che mai ha assunto, dalle modifiche dal disciplinare tecnico a pieno titolo, la responsabilità totale da parte del Ministero come direzione di corsa. Ed è l’unico che si interfaccia per quanto riguarda la sicurezza non solo per gli atleti ma a 360 gradi. Io ritengo che sia fondamentale vivere tutti i passi che l’organizzatore si trova di fronte. Come consulente tecnico e come figura preparata, al quale non si può concedere nessuna divagazione e nessuna dimenticanza. Oltretutto le attenzioni e responsabilità non sono solo sportive ma anche pecuniarie. 

Questo viene applicato a tutte le categorie?

Sì, non mi stancherò mai di dirlo. Non c’è una diversificazione della gestione di un evento, piccolo medio o grande che viene distinto da livelli di categoria ma non di sicurezza. Io ritengo che un giovane sia ancora più prezioso e vada tutelato sempre in tutto e per tutto. Non dobbiamo sottovalutare nessun aspetto quando si tratta di oggettività di sicurezza.

Com’è cambiata la sicurezza in gara negli anni?

Il nostro scenario è cambiato da 30 anni a questa parte per quello che è la corsa in sé. L’arredo viario disposto dagli enti proprietari che hanno modificato radicalmente quella che è la viabilità delle nostre strade è di conseguenza a caduta nel nostro sport. Una volta c’era un’intersezione importante di un incrocio regolato da semaforo, oggi ci sono rotatorie e canalizzazioni che sono servite a smaltire la viabilità ordinaria. Il ciclismo s’è trovato a fare i conti con una situazione dove la sicurezza stradale è diventata discutibile. Per quello che è il bene della viabilità ordinaria, risulta negativo per il ciclista fine a se stesso. 

Qui Babini durante una riunione tecnica insieme agli addetti delle moto staffette
Qui Babini durante una riunione tecnica insieme agli addetti delle moto staffette
E’ cambiato anche il modo di correre?

Una volta le velocità erano intorno ai 45 all’ora, oggi affrontano tratti ai 60 con punte fino ai 70. Anche la caduta ha avuto un evoluzione nell’impatto. Oggi vediamo che sempre più spesso alla luce degli elementi che troviamo sulla sede stradale, ne derivano conseguenze più gravi. E gli infortuni diventano sempre più frequenti.

Come si prevedono i pericoli a cui va incontro il gruppo?

Per organizzare servono squadre, o gruppi di lavoro altamente professionali,  parlo di eventi di livello. Servono squadre organizzative che hanno visione della corsa, delle dinamiche della corsa, delle caratteristiche piano altimetriche dei percorsi e saper leggere quello che il corridore interpreta a modo proprio. Noi siamo quelli che hanno consapevolezza della casistica che si trova dalla partenza all’arrivo. Poi le corse in sé hanno una composizione dinamica, hanno bisogno di una lettura attenta e in evoluzione.

Riuscite a prevedere tutto?

Non mi sento mai soddisfatto di quello che si fa. Io mi chiedo sempre se ho fatto tutto per essere il garante della sicurezza di questi ragazzi. Mi impegno al massimo per non lasciare niente in mano al caso. Poi lo dico in tutta sincerità e anche con serenità: capitano quei momenti che trattieni il respiro e dici «E’ andata bene». Ma questi momenti si riducono al minimo, se si analizzano tutte le criticità e si riescono a coinvolgere tutti i collaboratori, lo pretendi e su questo i corridori ti seguono.

In che senso?

I corridori hanno la percezione esatta di quello che gli sta intorno. Se siamo professionali lo recepiscono nell’immediato. Per esempio, dal modo di fare un ritrovo di partenza fino allo svolgere un percorso di gara. Per arrivare agli ultimi chilometri che spesso meritano un’analisi più approfondita. Se curi ogni dettaglio l’atleta lo vede e corre più rilassato. 

Ecco Babini durante un briefing con Marco Selleri e altri collaboratori di ExtraGiro
Ecco Babini durante un briefing con i collaboratori di ExtraGiro
La cura del dettaglio è determinante quindi…

Io sono molto determinato su questo punto, devi essere il primo che vuole da tutti il meglio. Per esempio, sono stato un assertore che gli autisti dovessero essere non solo tesserati, ma debbano avere una formazione di base. Tu puoi essere un bravo autista, ma la corsa la si deve saper leggere. In qualsiasi caso, che si abbia a bordo un direttore di corsa, un responsabile, un medico o qualsiasi altra figura, lo devi conoscere e devi conoscere il suo ruolo. Lo devi portare sempre nel punto ottimale per svolgere quella funzione  con le condizioni di massima sicurezza.

E’ una questione di sinergie da parte degli addetti ai lavori?

Esatto, pretendere da ognuno il comportamento più professionale, porta a qualificare il livello organizzativo quindi il livello dell’evento. Nel primo Giro d’Italia U23 che abbiamo organizzato, quando Marco Selleri mi chiamò, io posi una sola condizione: tenere l’asticella alta. Alcuni dicevano che non erano professionisti, poco importa, la sicurezza non deve avere categoria. Al terzo anno ho trovato un livello altissimo da parte di tutti, proprio perché avevamo alzato gli standard e quello era diventato la nostra normalità. Se tu pretendi il massimo dai corridori, direttori sportivi, collaboratori, prima e dopo l’arrivo, si va verso verso la garanzia della sicurezza costante.

Con ExtraGiro avete organizzato un mondiale in tempi record…

Un mondiale non si inventa. Si vede se hai delle basi sulle quali hai lavorato duramente nel corso degli anni. Tutto è servito a organizzare eventi che potevano sembrare improponibili. Il merito non è stato solo nostro, ma anche delle Prefetture e degli agenti che inviano. Voglio fare un plauso per quello che fanno per il ciclismo. Perché aspettare ore sotto il sole, freddo o pioggia per un breve passaggio è qualcosa che aggiunge valore alla corsa. 

Analizziamo tre argomenti di una corsa su cui il vostro occhio deve prevedere tutto. Il primo è un arrivo in volata. Come si sceglie un arrivo in un centro cittadino?

Per gli arrivi a 70 all’ora, si segue la norma sportiva, amministrativa: lo dicono gli atti organizzativi. Nei punti dove la velocità è molta alta sta diventando impossibile arrivare nei centri storici. Di inviti ne arrivano molti, ma per garantire la sicurezza, molti non sono adatti e siamo costretti a rifiutare. Milano-Sanremo, Lombardia, Strade Bianche, Giro Under, lo spettatore non può non riconoscere la sicurezza che è stata messa in atto.

La drammatica caduta che ha coinvolto Jakobsen e Groenewegen
La drammatica caduta che ha coinvolto Jakobsen e Groenewegen
Una grossa polemica per un arrivo in volata fu al giro di Polonia…

Quello è qualcosa di inaccettabile. Un’atleta come Groenewegen si è preso gran parte della colpa e forse ne risentirà anche la sua carriera. Ma se andiamo a riesaminare la dinamica. In quante volate ci sono scorrettezze, moltissime, ma c’è un margine anche in queste dinamiche tecnico sportive. Lì ha sbagliato l’organizzatore. Le transenne che volano a 5 metri dall’arrivo, non sono accettabili. Qualcosa non ha funzionato. Le transenne non volano. Il conto l’ha pagato solo uno.

Un altro aspetto su cui si polemizza sono le moto tra i corridori…

Gli operatori tv non sempre sono i migliori interpreti della sicurezza. A volte si deve passare anche a toni esigenti nei loro confronti. Perché basta una disattenzione nel voler fare una ripresa più bella che può costare la sicurezza di molti corridori. L’obiettivo della telecamera e dei fotografi è preziosissimo e deve essere lì a documentare, ma lo si deve fare con criterio. Quando c’è la professionalità da parte loro non si deve neanche usare la radio, basta un cenno e si viene capiti. 

L’ultima provocazione riguarda il Tour 2021. La spettatrice con il cartello che ha steso il gruppo…

L’atleta ha bisogno del pubblico. Nel ciclismo sia ha una platea varia che sta a bordo strada. Ci sono dei momenti in cui all’interno del gruppo non si molla la posizione per nessuna ragione. Perché in certi frangenti è talmente alta di competizione che non ci si può permettere che il capitano vada in trentesima posizione. Poi c’è enfasi, il ragazzino che vuole la borraccia, lo spettatore che vuole accarezzare il corridore. Il ciclista è rispettato e prova empatia e questo può essere un pregio ma può diventare anche un difetto. Bisogna quindi sensibilizzare il pubblico.