Neanche il tempo di salutare il Giro d’Italia e la notizia che Damiano Caruso sarà dal 2027 uno dei direttori sportivi del Team Bahrain Victorious è parsa la conseguenza logica del suo lungo cammino nel team. Un altra corsa da protagonista accanto a Eulalio, la vittoria sfiorata ad Andalo e adesso la concreta possibilità di partecipare anche al Tour che in qualche modo, negli anni con la BMC, gli diede una nuova dimensione fra gli uomini di classifica.
Caruso il lavoro di regia ce l’ha nel sangue, anche se finora l’ha esercitato soltanto dalla bicicletta: punto di riferimento per i direttori sportivi, grande atleta e uomo maturo. Uno che non ha mai fatto storie né scene, concreto quando avrebbe potuto darsi delle arie, legato alla sua terra quando le sirene lo avrebbero portato altrove. Caruso è l’uomo giusto per insegnare il ciclismo ai ragazzi. E se finora l’ha fatto da corridore, dal prossimo anno le sue parole potrebbero lasciare il segno in modo importante.


Gli incroci fra Caruso e Pellizotti
Caruso e Pellizotti da corridori non hanno mai vissuto sotto le stesso tetto, ma si sono sfiorati in un curioso intreccio fra la Liquigas poi divenuta Cannondale e la Bahrain Merida, in cui il siciliano sostituì Franco, che aveva appena smesso, come uomo di fiducia per Nibali. Avversari in corsa (in apertura al Delfinato del 2018), compagni di nazionale nel mondiale di Innsbruck e dal 2019 con ruoli diversi nello stesso team: Franco come direttore, Damiano come corridore. Che cosa pensa Pellizotti di Caruso tecnico, che idea si è fatto di questo annunciato sviluppo di carriera?
«Questo mondo gli piace – ragiona Franco – e già da corridore ha sempre gestito la squadra, è il nostro direttore in corsa. Avere un uomo così fa la differenza. Mi aspettavo che sarebbe andata così, perché non ha mai cambiato tante squadre e alla base per lui c’è l’amore per questo sport. Non è di quei corridori che magari ogni 2-3 anni, quando gli scade il contratto, si mettono sul mercato o vanno nella squadra in cui potrebbe guadagnare qualcosa in più. Non so quanto prenda da noi, ma sono convinto che un corridore come lui, se in questi ultimi due anni fosse andato in un’altra squadra, avrebbe guadagnato molto di più».


Direttore e corridore, che rapporto c’è fra Pellizotti e Caruso?
Un bellissimo rapporto. Quando eravamo corridori, siamo andati in ferie assieme, con le famiglie. Insomma, qualcosa che va oltre la bicicletta.
Com’è stato Damiano in questo Giro d’Italia visto con gli occhi del direttore?
Uno come Caruso fa per due corridori e forse anche di più. E’ il road captain, gestisce la squadra se c’è da prendere qualche decisione e magari l’ammiraglia è lontana. Quando facciamo fatica a sentirci o bisogna prendere decisioni veloci, lui è quello di cui i ragazzi si fidano. E poi è un trascinatore che mette sul tavolo tanta dedizione per i più giovani. In corsa, ma soprattutto nei ritiri.
Perché soprattutto?
Perché alle gare hai il tuo lavoro, sai che devi fare quello e c’è poco altro. Secondo me Caruso fa la differenza durante i training camp, soprattutto quelli in altura. Magari quelli più piccoli, con meno corridori, dove i giovani riescono a imparare. Lui è un ragazzo che si mette sempre a disposizione, sa insegnare. Non è di quelli che si tengono tutto per sé, è sempre il primo a metterci la faccia, a parlare, a discutere anche con noi direttori.
E’ il regista in squadra, pensi che il passaggio sull’ammiraglia sarà semplice?
Non è uno step facile, soprattutto il primo anno in cui devi far capire ai ragazzi che non sei più il compagno di squadra, quello che magari tante volte giustamente ti ha coperto le spalle e ti ha difeso. Passi dalla parte opposta, sei tu che devi gestirli dalla macchina, non sei più all’interno del gruppo e non vedi le cose da vicino. Non dico che il mio primo impatto fu una difficoltà, però non fu semplicissimo pormi in modo così diverso nei confronti di quelli che fino a due mesi prima erano i miei colleghi.


E’ difficile uscire dai riflettori?
Passare dalla bicicletta a un computer, a preparando tattiche e logistica non è semplice. Quando passerà direttore, smetterà di essere al centro dell’attenzione, come magari può essere in questo momento. Dovrà pensare prima ai corridori, poi allo staff. Il ciclismo è cambiato, però la base del direttore è quella.
Hai notato che ormai è pieno di giovani direttori, mentre per anni il ciclismo è stato popolato da figure carismatiche e più avanti con gli anni?
Fino a 10-15 anni fa, c’erano veramente pochi corridori che smettevano e intraprendevano questo percorso. Al giorno d’oggi ce ne sono tantissimi, lo vedi in ogni squadra: penso a De Marchi, per esempio. Il livello dei direttori sportivi si sta ringiovanendo tanto, come pure succede in gruppo. Una volta c’erano gli sceriffi che decidevano quel che si poteva e non si poteva fare. Oggi comandano i giovani. Non so spiegarmi come mai sia cambiato tanto.
Cosa ricordi del tuo passaggio sull’ammiraglia?
Ho finito il giro di Lombardia, mi sono fatto la doccia sul bus e appena sono sceso mi hanno consegnato le chiavi della macchina e mi hanno detto di portare i ragazzi in hotel, perché avremmo fatto un mini ritiro di un paio di giorni vicino Como. Quindi per me è stato veramente veloce. La sera durante la cena mi hanno tolto la t-shirt da corridore e mi hanno dato quella da direttore e senza accorgermi sono diventato un direttore sportivo.


Per Caruso sarà lo stesso?
Credo che comincerà verso fine ottobre, quando faremo il primo meeting con coach, dottori e tutto lo staff della preparazione. Saranno quattro giorni di fuoco e lì vorrò vederlo perché saranno veramente terribili. A confronto il primo training camp di dicembre sarà più bello e più soft. Ci saranno i corridori nuovi e Damiano avrà modo di integrarsi.
Dovrà cominciare anche a lavorare del resto, no?
In effetti – sorride Pellizotti – ha quasi 40 anni!! Però vi ripeto: sono convinto che gli piacerà, ha così tanta passione che riuscirà molto bene.
Caruso farà il Tour?
E’ sulla lunga lista, io sono convinto che possa e che sia un valore aggiunto per la squadra, per Antonio e per Lenny (Tiberi e Martinez, ndr). Lui poi è convinto, anche se inizialmente storceva un po’ il naso. Per un corridore come lui, aver finito a 38 anni il Giro come l’ha finito lui e poi chiudere col Tour sarebbe il top. Sono convinto che abbiamo la squadra perché sia un bel Tour e lui si potrà divertire anche lì. Di sicuro Tiberi lo vuole al 100 per cento, ma anche Martinez è rimasto molto colpito alla Parigi-Nizza e al Romandia.