La nostra telefonata con Samuele Alari inizia mentre si trova in macchina di ritorno da Brescia, dove da quest’anno ha cominciato a studiare design. Il corridore bergamasco ha ripreso gli studi dopo due anni di pausa, una decisione nata dal fatto che il campionato italiano under 23 di Piasco ha rappresentato la sua ultima corsa da ciclista. Samuele Alari ha deciso di dire basta, il ciclismo è uscito lentamente dalla sua vita che nel frattempo ha cambiato focus (in apertura foto Xpix).
«Quella di smettere – ci spiega mentre sta tornando verso casa nella bergamasca – è una scelta arrivata qualche mese fa. A inizio anno ero partito molto convinto su quello che dovesse essere il mio cammino con la SC Padovani Polo Cherry Bank. Arrivavo dal devo team della Tudor Pro Cycling e avevo delle aspettative chiare, precise. Una specie di voglia di rilanciarmi, sfruttando il cambio di squadra per mettermi in mostra e ripartire».


Una scelta maturata nel tempo
I primi mesi sono arrivati, con i vari ritiri e un programma di corse definito, le cose però sono andate in maniera diversa rispetto a quanto Samuele Alari si sarebbe aspettato. Le aspettative riposte in lui da parte della SC Padovani erano alte, ma lo erano anche quelle che il corridore classe 2005 si era posto.
«Non tutto è andato secondo quanto pensato – prosegue Alari – perché nei vari allenamenti sentivo di stare bene e di avere ottimi numeri. Dati che però non si sono tramutati in risultati, un po’ per altruismo mio e anche per altri aspetti. Mi divertivo ancora molto, ma verso metà anno avevo cominciato a capire che non fosse la mia strada. Certe dinamiche non le sentivo più mie».


La motivazione non è tornata poi quando hai vinto a fine stagione?
Avevo già preso la mia decisione da un mese, mi ero confrontato con la squadra e avevo promesso di dare il massimo fino all’ultima gara. In un certo senso non dico che me lo aspettassi, ma sapevo di aver lavorato bene. Però avevo messo in preventivo che sarebbero state le ultime corse della mia carriera.
Ha influito il fatto di essere uscito da un devo team ed essere tornato in una formazione continental?
Onestamente no, perché rispetto agli anni scorsi mi sono divertito davvero tanto durante la stagione. Però nel proseguire avevo capito che il divertimento era diventato sempre meno. Inoltre è uno sport che richiede sempre più sacrifici e le difficoltà crescono anno dopo anno. Dei miei compagni solo Stefano Masciarelli è riuscito a passare professionista (lo farà con la Solution Tech Nippo Rali, ndr).
Ti eri dato un ultimatum?
Partivo con l’idea di arrivare in estate e fare un punto, un limite che può essere stato positivo o negativo ma ero deciso. Sono sempre stato consapevole che il ciclismo non fosse l’unica soluzione nella mia vita, ho tante altre passione e ho deciso di seguirle.


Avevi capito di voler fare altro?
Sentivo dentro di me questa voglia di cambiare, ma fino alla fine mi sono divertito e ho dato il massimo. Alla Veneto Classic, l’ultima gara dell’anno, insieme alla squadra eravamo andati anche a mangiare una pizza tutti insieme al termine della corsa. Mancava la motivazione per continuare.
Legata a cosa?
E’ partito tutto da dentro, era una sensazione che mi portavo dietro da un po’ di tempo. Il tutto è stato poi alimentato dalle varie situazioni, anche la fatica di trovare squadra tra i professionisti mi ha portato a dire basta.
La passione del design da dove arriva?
L’architettura e il design mi sono sempre piaciuti, ho studiato al liceo artistico con indirizzo ad architettura e ambiente. Negli anni dopo la scuola ho sempre coltivato queste passioni leggendo e prendendo riviste e libri. Mi è sempre piaciuto tenermi informato e negli anni ho capito che non fosse solo una passione. Ogni volta che andavamo a correre all’estero mi fermavo a guardare i vari edifici e osservare.


Hai ritrovato uno stimolo che avevi perso?
In un certo senso sì, perché la bicicletta è lentamente uscita dalla mia mente. Un mondo che ogni anno arriva a chiedere di più ed è sempre esigente. E’ stata una decisione difficile, perché alla fine è irreversibile. Ma ho capito fosse il momento di guardare avanti.
C’è qualcosa che il ciclismo ti ha lasciato e ti porti dietro ora?
Nei due anni in Tudor sono migliorato tanto con l’inglese, ma anche a livello sociale. Adesso in università mi viene semplice parlare con le persone, fare domande. Quando vai a correre in giro certe barriere le abbatti subito e tutto viene in maniera naturale.
Hai già fatto un’uscita in bici?
Lunedì, sono andato un’ora e mezza con la mountain bike a fare un giro. Il solo obiettivo era divertirmi senza pensare ad altro.