Dottore Emilio Magni 2026 (foto XDS Astana)

Le storie di Magni: dottore all’antica, amico dei ciclisti

25.10.2026
10 min
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Quando pochi giorni fa, con un pretesto che sul momento ha trovato incomprensibile, al dottor Magni hanno chiesto di risalire sul pullman della XDS Astana, non poteva immaginare che discendendone avrebbe trovato i corridori con le bici tutte in piedi in una passerella d’onore tutta per lui. La squadra si era radunata a Montecatini per le prime visite ed è stata quella l’occasione in cui il medico di Vaiano ha salutato staff e atleti prima di mettere le sue cose in una scatola virtuale e prendere la via della pensione.

Emilio Magni, laureato in medicina nel 1977, ha messo per la prima volta piede nel ciclismo professionistico vent’anni dopo. Ha prestato la sua opera garbata e attenta accanto a corridori come Pantani, Garzelli, Basso, Bartoli, Petacchi, Sagan e Nibali. Proprio seguendo il siciliano, nel 2006 passò alla Liquigas, di lì all’Astana, poi la Bahrain-Merida, la Trek e nel 2022 fece ritorno nell’Astana.

Quando a fine 2025 disse a Vinokourov di volersi fermare, al capo quasi venne un colpo e si impegnò per convincerlo di tener duro un altro anno. E alla fine Magni, 76 anni compiuti la scorsa primavera, disse di sì (in apertura foto di Yuri Belezeko/XDS Astana).

«Venivo da una stagione con 151 giorni di trasferta – ricorda Magni – e volevo proprio smettere. Loro però insistevano e alla fine capitolai, chiedendo però di fare solo il calendario italiano e la metà dei giorni. In realtà ne sono venuti di più, perché un collega è andato a fare i Giochi Asiatici e ho dovuto coprire le corse italiane di fine stagione. Nel frattempo però dalla Jayco-AlUla è rientrata Raquel, che all’Astana è di casa, e proprio a Montecatini le ho passato tutte le consegne (Raquel Ortolano Ríos, è stata medico basco nella squadra kazaka sin dagli inizi, ndr)».

Pochi giorni fa a Montecatini, la XDS Astana ha concesso al dottor Magni la più classica passerella d'onore
Pochi giorni fa a Montecatini, la XDS Astana ha concesso al dottor Magni la più classica passerella d’onore
Pochi giorni fa a Montecatini, la XDS Astana ha concesso al dottor Magni la più classica passerella d'onore
Pochi giorni fa a Montecatini, la XDS Astana ha concesso al dottor Magni la più classica passerella d’onore
Allora dottor Magni, raccontaci qualcosa di quello che è stato e quello che sarà…

Quello che sarà faccio fatica a immaginarlo, perché dopo trent’anni sto vivendo tutto con un po’ di incertezza. Per ora sto lavorando tre giorni a settimana in alcuni ambulatori, ma è arrivato il tempo che io mi dedichi alla famiglia. Da un punto di vista professionale ho sempre scelto come ho voluto, come se fossi stato single. E questo ovviamente ha fatto sì che tutto il resto – i figlioli, la famiglia e tutti gli impegni – gravasse su mia moglie Alessandra. Ma ora che anche lei da qualche anno è in pensione, mi ha detto: «Emilio, forse è arrivato il punto che anche noi si faccia qualche giratina, visto che la salute ce lo permette». Come faccio a darle torto?

Quanto è cambiato il ruolo del medico di squadra negli ultimi 30 anni?

Quando ho cominciato – spiega Magni – c’erano molte meno figure: non c’erano gli osteopati, i nutrizionisti e nemmeno gli addetti stampa, cui oggi dobbiamo rendere conto anche noi. Come medici eravamo coinvolti più direttamente nella gestione sanitaria della squadra. Ora, come in tanti altri settori, quello del medico è un ruolo di coordinatore. Si fa carico delle varie problematiche e poi stabilisce quale sia la soluzione migliore, che non passa esclusivamente da lui, ma anche da altre figure.

Qual è stato secondo te il passaggio più significativo della pratica medica nel ciclismo?

Forse quando nel 2011, l’UCI introdusse il divieto di usare gli aghi. E’ cambiato tutto. Una volta nel giorno di riposo di un Grande Giro, con un collega facemmo il conto di quante compresse avrebbe dovuto ingerire un corridore per sostituire l’equivalente dell’integrazione che fino a poco prima si sarebbe potuto dare in endovena. Dal conto vennero fuori oltre 70 pasticche al giorno.

Non era raro vedere corridori attaccati a flebo di disintossicanti…

Tutta roba lecita, sia chiaro, la stanza del dottore era un piccolo ambulatorio. Dalle cinque o le sei quando arrivavamo in hotel e fino alle otto e mezzo che si andava a cena, era un andirivieni continuo. Ora è cambiato molto, potrei dire che è anche più stimolante e difficile per un medico, perché prima si andava un po’ a tappeto, mentre negli anni seguenti il discorso è diventato più personalizzato, corridore per corridore.

Andiamo per immagini: Nibali buttato giù sull’Alpe d’Huez, una giornata assurda conclusa a notte fonda…

Facemmo subito la radiografia nella clinica mobile del Tour. Però avevano fatto solo la proiezione antero-posteriore, cioè dal davanti al dietro, e non è giusta per valutare eventuali fratture. Così mi misi a insistere e alla fine la fecero anche in proiezione laterale e si vide subito la frattura della vertebra. A quel punto chiamarono l’elicottero perché si doveva scendere all’ospedale di Grenoble, ma l’elicottero, non so per quali motivi, non si presentò.

Si disse che fossero tutti impegnati per evacuare i VIP dall’Alpe d’Huez e andaste in ambulanza, giusto?

Settanta chilometri di scosse e botte nel traffico. Mi ricordo che Vincenzo era veramente sofferente e sdraiato, io accanto a lui. Insomma, fu una notte da ricordare…

Tornaste in hotel a notte fonda e Vincenzo trovò anche il tempo per un’intervista, in cui disse che non sarebbe ripartito. Il corridore vuole sempre ripartire: ricordi casi di rinascite nonostante condizioni critiche?

Mi viene in mente un caso molto più banale – risponde Magni – che però spiega bene. Non mi ricordo in quale Giro, eravamo al Bahrain, e Damiano Caruso mi chiamò alle 5 del mattino, con una febbre che già alla mano era oltre i 40 gradi. La misurai e la colonnina del mercurio non trovava la fine. Era una giornata infernale, freddo e pioggia. La fortuna fu che la partenza era tardi. Si usciva dall’albergo alle 11,30, perché eravamo vicini e la tappa partiva verso l’una. Riuscimmo a rimettere in piedi Damiano, che partì. Per due o tre giorni, tenne duro nonostante il tempo brutto, ma nell’ultima settimana andò così forte che quasi rischiò di vincere delle tappe.

Diciamo spesso che per questo i corridori sono persone fuori dall’ordinario…

Abbiamo visto fare cose… Pensiamo anche alla gestualità dell’individuo. Appena cadono loro pensano solo a risalire in bici. E se non ci sono traumi che richiedono lo stop, dopo aver valutato la situazione e ovviamente con il consenso del diretto interessato, a volte nel ciclismo le tappe vengono bruciate.

Ecco il giorni del Giro 2019 cui si riferisce Magni: Caruso convive per qualche tappa con la febbre, poi guarisce e spicca il volo
Ecco il giorni del Giro 2019 cui si riferisce Magni: Caruso convive per qualche tappa con la febbre, poi guarisce e spicca il volo
Ecco il giorni del Giro 2019 cui si riferisce Magni: Caruso convive per qualche tappa con la febbre, poi guarisce e spicca il volo
Ecco il giorni del Giro 2019 cui si riferisce Magni: Caruso convive per qualche tappa con la febbre, poi guarisce e spicca il volo
Come la stessa frattura di Nibali, operata per andare al mondiale di Innsbruck?

Il caso esemplare. La cementificazione della vertebra è una tecnica che negli ultimi anni ha preso molto campo, però era una delle due soluzioni possibili e l’altra sarebbe stata quella di stare fermo e ricominciare dall’anno successivo. Invece il mondiale era adatto a lui e fu una decisione un pochino sbilanciata.

La decisione fu della squadra, della nazionale o dello stesso Nibali?

Fu di Vincenzo. Ricordo però che io salii a Innsbruck e in accordo con il medico della nazionale (Magni non faceva parte dello staff azzurro, ndr), che se non erro era Massimo Besnati, gli feci delle infiltrazioni paravertebrali.

Forse adesso, rileggendo la voglia di Nibali di essere a quel mondiale, si capisce anche la voglia che avrebbe avuto Pogacar di andare agli europei in Slovenia…

Credo si siano consultati e abbiano fatto le valutazioni mediche più appropriate. Anche noi ci muovemmo bene. Si tenne la situazione in stand by, in attesa di verificare due o tre situazioni e avere le consulenze che ci avrebbero permesso di tirare le somme. E solo alla fine – conclude Magni – si procedette all’intervento.

Ricordiamo anche Emilio Magni alle prese con il primo caso di Covid in gruppo con Ciccone, altro periodo balordo…

Eravamo in ritiro a San Pellegrino. Ciccone non stava malissimo, ma neanche bene. Aveva questo raffreddore importante, tosse e gli altri sintomi. Nel 2021, non c’erano i tamponi, tranne quelli ufficiali, fatti dagli addetti con lo scafandro. In quei giorni visitai Giulio e fui a contatto con lui per almeno due o tre volte, finché poi venne fuori il discorso della positività. Si viveva male, ma male davvero. Non so come si facesse ad andare avanti.

Emilio Magni, Giulio ciccone
Ciccone si ritirò dal Giro del 2021 per non aver ben recuperato dal Covid: il dottor Magni ricorda lo spaesamento di quei primi tempi
Emilio Magni, Giulio ciccone
Ciccone si ritirò dal Giro del 2021 per non aver ben recuperato dal Covid: il dottor Magni ricorda lo spaesamento di quei primi tempi
Non si sapeva come gestire i vari casi?

E neanche come curarli. All’inizio c’era il discorso del cortisone, poi un sacco di altre cose, finché si capì che dovevano stare fermi e quando arrivarono i vaccini divenne obbligatorio farli e le cose cambiarono. La situazione ci colse alla sprovvista, altrimenti non sarebbe stata una pandemia. Tentammo di difenderci, con i corridori richiusi nella bolla e i test da fare tre giorni prima di andare a correre. I tre giorni però spesso cadevano il giovedì o il venerdì, quindi non era detto che entro la domenica, giorno della gara, tu avessi la risposta. Se invece uno aveva fatto il test nei dieci giorni precedenti, non importava fare quello dei meno sei. Ricordo tanta confusione…

Come mai scegliesti di stare così a lungo con Nibali?

Domanda giusta, di solito… (il dottor Magni fa una pausa, ndr) di solito è una cosa che succede ai massaggiatori. Quando uno è nella stessa squadra, si stabilisce un rapporto privilegiato, ma non sono stati tanti i medici a cambiare squadra come ho fatto io con Vincenzo.

Come è andata?

Lo vidi per la prima volta in Belgio, nell’hotel di Piva, quando approdò alla Fassa Bortolo da neoprofessionista. Era il 2005 e la Fassa aveva già annunciato che non avrebbe proseguito. Si decise che una parte della squadra, d’accordo con Giancarlo Ferretti, si sarebbe spostata nella Liquigas che stava nascendo con Amadio e Zanatta. Ci si conobbe lì. Lui disse che viveva a Mastromarco, io sono di Prato e gli dissi che se aveva bisogno potevamo anche sentirci. E l’anno dopo venne anche lui in Liquigas.

Che effetto ti ha fatto passare fra le ruote come un corridore vero?

Bello, inaspettato al 100 per cento. Ero giù in attesa che scendessero, quando Stocco cioè l’autista, mi ha fatto risalire con una scusa assurda: ho capito solo dopo che si dovevano preparare con le bici. Volevano che fossi l’ultimo a scendere e devo dire che la sorpresa è riuscita benissimo.

Sentiranno la mancanza del dottor Magni o di Emilio, del professionista o dell’amico?

Con i ragazzi, come sapete, al di là dell’adattamento ai profondi mutamenti di questi ultimi 10 o 15 anni – fra tecnologia, informatizzazione e comunicazione cui bisogna adattarsi – ho sempre cercato di privilegiare l’aspetto umano. Ho provato ad ascoltarli, dargli una mano in quello che mi sembrava utile. Ecco, io questo l’ho mantenuto e sinceramente mi sembra sia stato apprezzato.

Emilio Magni, Michele Scarponi
Il dottor Magni ha sempre avuto notevole sintonia con gli atleti di grande umanità: Caruso e Scarponi su tutti, oltre al “suo” Nibali
Le stesse parole che ci ha detto Damiano Caruso giorni fa sul fatto che i corridori ormai sono macchine perfette, ma della loro felicità forse non si preoccupa nessuno…

E’ vero e fra l’altro avete ricordato uno con cui sono andato veramente d’accordo, forse perché veniamo da una scuola simile. Quando ho cominciato a lavorare alla fine degli anni 70, oltre che in ambulatorio come medici di famiglia si visitava ancora a casa. Eravamo il primo baluardo per la gente comune, perché potessero esporre i loro problemi, per cui saper ascoltare è sempre stata una prerogativa della nostra generazione.

Raccontala giusta: quando partivi per il Giro o per il Tour, i tuoi assistiti cosa facevano?

Bestemmiavano (il dottor Magni se la ride, ndr), bestemmiavano! Magari gli sportivi o gli appassionati di ciclismo avevano piacere che il loro medico avesse questi contatti con atleti di alto livello. Però, nella grande maggioranza, non erano contenti. Un po’ gliela buttavo sul ridere, però mi preoccupavo di trovare dei sostituti in gamba, che ai tempi si trovavano con più facilità. Dei bravi ragazzi che collaborassero con me e fossero disponibili anche a mantenere il rapporto nel tempo senza doverli cambiare ogni volta. Magari mi costava di più, però vivo nel paese in cui sono nato, ci si conosce tutti: siamo 10.000, sicuramente qualcuno non lo gradiva, ma credo di averli seguiti tutti al mio meglio.

Anni fa mettesti via la bici e iniziasti a camminare: ci sarà tempo ora per qualche pedalata?

L’altro giorno mi hanno fatto un regalone, una bici nuova di zecca, però sarà dura alla mia età. Due domeniche fa vicino Poggio a Caiano, una donna guardava il telefonino e ha travolto un gruppo di ciclisti che veniva nella direzione opposta. Fra loro c’era un mio grande amico che è ancora all’ospedale di Careggi, intubato, sedato, con un ematoma intracranico, caviglia devastata e pneumotorace. Questo per dire che non vado in bici dal 2010 e risalirci ora penso che sarà difficile…

Grazie della chiacchierata dottor Magni, buona vita, ma sappi che non ti libererai di noi così facilmente.

Grazie a voi, chiamate pure: vi ascolterà sempre volentieri. Ora spero solo di non diventare il classico vecchio bacucco (ride, ndr) che dice a tutti com’era ai suoi tempi…