In apparenza non era cambiato nulla, neppure la fiducia sul fatto che avrebbero vinto loro. Alla partenza del Giro di Lombardia, attorno al pullman della UAE Emirates c’era insolitamente parecchio spazio, quello che non ci sarebbe stato con Pogacar a bordo. Eppure sotto c’era ancora la Colnago iridata e sopra il campione del mondo, Brandon McNulty, atteso da sua moglie Summer. Gianetti in un angolo parlava con Agostini, Matxin faceva avanti e indietro fra i corridori e i meccanici.
Il resto era il solito andirivieni prima di una corsa importante, palesemente con meno stress. Quando c’è Tadej, la pressione dei giornalisti, degli sponsor e dei tifosi può essere asfissiante. Per questo Matxin, disponibile come sempre, non ha avuto problemi nella mattina di Bergamo a concenderci anche più dei cinque minuti che gli abbiamo chiesto per toglierci qualche curiosità: su Pogacar, su McNulty iridato e anche su Tim Wellens, che ai mondiali non c’è andato per rispetto verso la sua squadra. E per loro fortuna, viene da pensare, McNulty non l’ha pensata così…


Quanto è stato duro il giorno della caduta di Pogacar?
Quando cade un corridore, per me diventa il momento più brutto dell’anno, è così da sempre. Quando pensi che ha fatto gli allenamenti in altura, tanti sacrifici, ha seguito la nutrizione al dettaglio e poi di colpo perde tutto… Non solo i nostri, sapete? La sensazione di quando un corridore deve salire in ambulanza, è brutta qualsiasi sia il corridore. Quindi non stai tanto a pensare ai programmi della squadra. Non so se altrove la pensino diversamente, per noi viene prima la salute del corridore e tutto quello che serve sapere e fare perché guarisca.
Ai programmi si pensa dopo?
Quello è il secondo passaggio e noi quest’anno abbiamo dovuto farlo spesso. Nel 2026 abbiamo avuto 18 corridori rotti, due con il virus di Epstein Barr (la mononucleosi, ndr), Almeida l’abbiamo perso tutto l’anno, lo stesso con Jay Vine. Anche McNulty lo abbiamo perso per tre mesi a causa dell’Epstein Barr. Per tutto questo, il programma è stato modificato per più del 57 per cento. Tanti corridori che avevano in programma di allenarsi sono stati chiamati per coprire quelli che si sono infortunati.
Una cosa del genere in questo ciclismo di grande programmazione è un bel problema…
Infatti ad aprile sapevamo che non avremmo vinto 97 gare come l’anno scorso, ma ugualmente siamo arrivati a 74 e speriamo oggi di arrivare a 75 (purtroppo per Matxin, Del Toro non è andato come si sperava e il numero delle vittorie UAE è cresciuto grazie alle vittorie di Oliveira in Giappone, non al Lombardia, ndr).


Abbiamo letto della voglia di Tadej di rientrare per europei e Lombardia: ci avete pensato?
Certo che ci abbiamo pensato, non si può dire che non ci abbiamo pensato. Però alla fine devi mettere sulla bilancia le problematiche e i benefici. Ovviamente il beneficio è sempre vincere, ma una volta che è caduto, era giusto che la scelta fosse presa a livello medico. Si può dire che abbiamo dato la precedenza a un approccio preventivo, piuttosto che correre qualsiasi richio.
E’ stato difficile farglielo accettare?
No, non è andata così (il tono si indurisce e per un istante, Matxin si irrigidisce, ndr). Non è successo che la squadra ha deciso di non farlo correre, anche se è passato questo tipo di messaggio. E’ stata una decisione presa con lo staff medico. C’era bisogno di quelle settimane di stop e si è deciso da subito che la stagione fosse finita.
Quando lo si è rivisto in bici, i tifosi hanno iniziato a sperarci…
E’ chiaro che le cose siano migliorate con il passare del tempo e, appena ha potuto, Tadej ha ripreso ad allenarsi, perché è un corridore e gli piace andare in bicicletta. E’ andata così, ma non ci siamo messi a rispondere a tutte le ipotesi, perché avrebbe significato dare credito a voci che non ne hanno.


Quindi era già stato deciso dopo gli esami post caduta?
Abbiamo uno specialista della riabilitazione che è stato con lui fino al ritorno a casa, come ogni volta che un corridore cade. Come quando è caduto Stella oppure Baroncini. Il medico oppure qualcuno dello staff della squadra resta accanto al corridore in ospedale, poi lo accompagna fino a casa perché non si senta abbandonato e possa iniziare il recupero in modo più soft.
La vittoria di McNulty a Montreal è stata una sorpresa anche per voi oppure ci si poteva aspettare qualcosa?
Sapevamo che qualcosa poteva fare – sorride Matxin – ma certo non predico il futuro. Sappiamo che se gli lasci due metri, poi è difficile inseguirlo, perché è uno specialista della crono. Sa difendersi sulle salite, anche se non sempre le sue azioni sono stato valorizzate, perché magari non sono diventate vittorie. Penso al numero che ha fatto a Barcellona, al Tour de France. Alla fine ha vinto Del Toro e anche Tadej è arrivato davanti, ma hanno potuto farlo grazie a Brandon, che ha tirato da solo per tutto il circuito.
Adesso però devi toglierci una curiosità su Wellens: è vero che non è andato ai mondiali per rispetto verso la squadra e i tanti infortunati?
Questo secondo me dovete chiederlo a lui, perché non so cosa si sia detto con il cittì della nazionale. Tanto volte dipende anche da come si senta il corridore, magari in relazione al percorso.


Quindi voi non gli avete chiesto nulla?
Proprio no. Per me il momento più difficile dell’anno è fare il programma quando ci sono europei e mondiali, perché abbiamo come minimo 25 corridori che possono essere convocati. Ma quella è una scelta della nazionale, noi non diciamo nulla e neanche potremmo farlo. Ogni volta che mi chiama Pauwels, il cittì del Belgio, e mi chiede disponibilità, da parte mia ha carta bianca. Lo stesso con gli italiani e i francesi. Al contrario, diamo tutto il materiale, ma di questo non parla mai nessuno. Tante volte diamo il pullman per la nazionale slovena, per la nazionale colombiana, per chi ce lo chiede. Diamo materiale ai nostri corridori, dalle bici ai gel o tutto quello che serve.
Quindi la scelta è stata di Wellens?
Faccio delle ipotesi, perché non so come sia andata. Può capitare che il corridore valuti il percorso: se va bene oppure no. Oppure può considerare se il tipo di ruolo che gli propongono lo soddisfi: magari può non avere voglia di andare a tirare nei primi cento chilometri.
Magari non aveva voglia di tirare per il nemico Evenepoel?
Ma no, Remco è un avversario, ma è un amico. Tante volte, quando si rendono conto di non essere corridori importanti nel progetto tecnico, alcuni preferiscono non correre. Però lo ripeto: sono ipotesi e ragionamenti senza sapere esattamente il perché della scelta. Al contrario, se vogliono il mio consiglio – Matxin allarga le mani – io avrei detto ad Almeida che avrebbe fatto meglio a correre il Lussemburgo, piuttosto che andare a Montreal senza nemmeno finire la gara. Perché so che stagione faticosa ha fatto e al Lussemburgo, con la crono e tutti i migliori ai mondiali, avrebbe avuto il modo di prendersi anche lui una soddisfazione.