Corridori che cambiano squadra e/o preparatore e smettono di andare forte. Marc Hirschi (foto in apertura) è solo un esempio: passato alla Tudor dopo le 9 vittorie del 2024, è stato capace finora di un solo centro alla Valenciana 2025. Sono cose che ultimamente capitano spesso e magari viene fatto notare che la nuova preparazione sia completamente diversa e spesso più leggera della precedente. E’ vero che le teorie attuali prevedono meno quantità e più qualità? Cambiare va bene per tutti? E chi è abituato a fare diversamente riesce ad adattarsi?
Abbiamo fatto le nostre domande a Paolo Artuso, che fino allo scorso anno era un allenatore della Red Bull-Bora e dal prossimo sarà in una squadra diversa, di cui non può ancora dire il nome.


Allora Paolo, c’è davvero la tendenza a lavorare meno in termini di quantità?
E’ vero. Ma secondo me, più che fare un confronto tra metodo vecchio e metodo nuovo, il punto centrale diventa più che altro la transizione. Quando un atleta ha lavorato a lungo con un allenatore, il suo corpo è profondamente adattato alla struttura dell’allenamento precedente: questo di conseguenza, quando si decide di cambiare, può influire nella risposta al nuovo metodo, capito?
Molto chiaro. Ma se quell’atleta otteneva grandi risultati, cambiare non è un rischio?
Prendiamo un atleta che per anni ha lavorato con approccio piramidale, quindi tanto volume, tanto lungo, tanto medio, tanta salita, magari pochi lavori sopra soglia e una progressione costante del lavoro. E’ un approccio corretto, con cui si costruisce un profilo fisiologico molto chiaro. L’atleta avrà una base aerobica enorme, una grande resistenza alla fatica e la capacità di tenere a lungo potenze elevate. E’ un allenamento che funziona, i risultati lo confermano e magari cambiare non serve a molto.
Però si sceglie ugualmente di farlo, magari perché si è dovuto cambiare allenatore: che cosa succede?
Capita di passare, ad esempio, da quell’approccio piramidale a un metodo probabilmente polarizzato. In alcune squadre come la Tudor e ad esempio la Bahrain, ci sono dei coach giovani che scelgono questo approccio, perché è supportato a livello scientifico da tantissime pubblicazioni. Però lo stimolo cambia in maniera completa.
In che modo?
Fai più Z1 (intensità pari al 50-60% della frequenza cardiaca massima, ndr), fai lavori molto intensi, elimini la Z3 quindi il medio e magari fai anche meno ore. Il punto è che la base aerobica costruita precedentemente con la Z3 è molto diversa da quella ottenuta col polarizzato. Non è una base generica, ma è legata all’altra metodologia di allenamento. Il discorso è ampio…
Che cosa succede quando cambi?
Sono due cose completamente differenti, quindi il corpo deve adattarsi a una diversa gestione dell’intensità, a una diversa distribuzione delle zone, a una diversa richiesta di recupero. L’adattamento non è immediato: anche se di base l’atleta è forte, è motivato e segue tutto alla lettera, la scelta di cambiare ha uno strascico lungo.


Si tratta di un calo temporaneo?
Io credo di sì, perché il nuovo metodo che vanno ad applicare non è sbagliato, però è sbagliato in quel momento e per quell’atleta. Magari a inizio stagione e nelle corse più corte, i risultati arrivano. Mentre nelle grandi corse e con i dislivelli più grandi, ad esempio i tapponi dei Grandi Giri, c’è il calo più evidente.
Non avrebbe più senso personalizzare la preparazione anziché cambiare tutto?
Dovrebbe essere così, perché gli atleti non sono delle pagine bianche, hanno una storia fisiologica che va rispettata. E’ il tipico errore di tanti coach che non ascoltano la storia dell’atleta.
Che cosa dovrebbero fare, anziché cambiare tutto?
Dovrebbero capire assieme a lui cosa ha funzionato nel metodo precedente e da lì costruire una transizione graduale, perché non esiste il metodo giusto in assoluto. Devi trovare quello giusto per lui.
Allora perché cambiare?
Tanti coach vogliono imporre la loro filosofia. Però sta all’intelligenza del singolo capire che le eccezioni sono ammesse. Un altro esempio è la palestra, vi faccio questo esempio.
Prego…
E’ appurato che la palestra funzioni, fa migliorare la durability, nel peak power e via dicendo. Eppure non tutti la fanno, come non tutti rispondono in modo identico all’altura. Una volta parlavo con Marc Lamberts, il coach storico di Roglic. E lui era d’accordo che esiste un’immensa letteratura su quanto la palestra faccia aumentare le prestazioni, ma sosteneva che si possano vincere grandi corse senza aver mai fatto uno squat. Roglic infatti non la usa quasi mai.


L’atleta giovane che lavora dall’inizio con il metodo polarizzato acquisirà la stessa resistenza di chi si allena in altro modo?
La base aerobica è la base della prestazione. Nel polarizzato vale ancora di più, perché vai a fare il 96-97% del volume totale a bassa intensità, mentre quando fai il medio, non ci stai tanto a lungo. Con la Z2 o Fatmax (lavoro a bassa intensità basato sul metabolismo aerobico e sull’uso dei grassi, ndr) riesci a totalizzare tre ore in una seduta. Se invece fai tre ore di Z3, il giorno dopo sei finito.
Alla fine è tutto un fatto di programmazione?
Va sempre considerata tutta la settimana. Se so che il sabato devi fare una giornata bella intensa di VO2Max e dovrai totalizzare tanti minuti ad alta intensità, il venerdì preferisco farti fare una Fat Max nella zona bassa. Quindi bene o male, gli adattamenti sono gli stessi, ma crei un danno muscolare inferiore e il giorno dopo riesci anche a produrre un VO2Max migliore.
L’allenamento polarizzato è questa grande novità?
Neanche un po’, se ne parlava quindici anni fa quando ero al Centro Mapei. Però avevi sempre un po’ di timore andando a correre senza aver fatto un minuto di soglia o dieci minuti al medio. E per questo magari sceglievi di non cambiare e lavoravi come sempre.
Perché oggi viene applicato alla lettera e senza grandi eccezioni?
Spesso parlo con dei coach giovani, che fanno riferimento solamente alle ricerche scientifiche. Non considerano che il 90% delle ricerche viene fatto sugli amatori e ci sono pochissime pubblicazioni sui professionisti. Gli unici che le fanno sono i norvegesi, perché la Uno X si è collegata all’Università di Agder e infatti i risultati si vedono.
L’esperienza sul campo suggerirebbe di cercare forme ibride?
Si può fare tanto. Qualcuno ad esempio si sta spostando nuovamente verso l’uso della frequenza cardiaca. Anziché chiedere di fare la salita di mezz’ora a 270 watt, magari chiede di non farla oltre le 150 pulsazioni.


Che cosa cambia?
Quando fai ripetute lunghe, con la frequenza cardiaca controlli di più il carico interno. Se fai mezz’ora di lavoro guardando il cuore, a un certo punto la potenza inizia a calare, ma in cambio il danno muscolare è inferiore ed è inferiore anche il consumo di glicogeno.
Se fai il contrario?
Se mantieni la potenza costante, a un certo punto il cuore inizia a salire in maniera più importante. Di conseguenza consumi di più, crei un po’ più danno muscolare e via dicendo. E’ la differenza tra carico interno e carico esterno. Questo per far capire che non esiste un solo modo di lavorare. E se ti arriva un corridore che già va forte, siamo sicuri che abbia senso cambiare i riferimenti solo per imporre il proprio metodo?