Domani mattina, poco prima delle dieci, il mondo del ciclismo darà l’ultimo saluto a Giancarlo Ferretti. Un nome che dice forse poco a chi si è avvicinato a questo sport negli ultimi anni, ma che ne ha fatto la storia: prima come corridore accanto a giganti come Gimondi, quindi come direttore sportivo alla guida della Bianchi-Piaggio, dell’Ariostea, la Mg-Technogym e la Fassa Bortolo. Squadre di campioni e uomini coraggiosi che assieme al Sergente di Ferro romagnolo – nato a Lugo il 9 agosto del 1941 e scomparso lo stesso giorno del 2026 – scrissero pagine di grandissimo ciclismo.
Fra questi certamente Nibali, ma anche Alessandro Petacchi, per il quale Ferretti cambiò il suo credo ciclistico, e prima di lui Moreno Argentin e Michele Bartoli, in un passaggio di testimone che portò il toscano alla corte del tecnico quando aveva 26 anni.
«Penso che non abbia mai raccontato – sorride Michele – che avrebbe voluto prendermi nel 1992 da neoprofessionista, ma venne fuori un problemino. Soffrivo di allergia e per questo alla fine rinunciò. Me lo raccontò due anni dopo all’Hotel Agip di Firenze quando ci incontrammo per firmare il contratto e disse che era stato il suo grande errore».




Che cosa rappresentò per te Ferretti?
Era il numero uno al mondo, il simbolo dei direttori sportivi. C’erano altre figure importantissime, però “Ferron” era uno ricco di personalità: nessuno provi invidia o rancore, ma Giancarlo era il riferimento. Io ero passato nella Mercatone Uno, una squadra importantissima, ma vivevo le storie dell’Ariostea tramite Damiani che era il mio massaggiatore qui in Toscana e lavorava con lui. Vedevo quella squadra come la Juventus, il riferimento di ogni giovane corridore che sognava di andarci.
Finché successe davvero…
L’Ariostea chiuse nel 1993, ma l’anno successivo Ferron mi chiamò. Prima non c’erano i procuratori, facevo tutto io. Perciò quando mi trovai con lui, potete immaginare l’emozione. Appuntamento all’Hotel Agip, andai con Alessandra: ci trovammo subito d’accordo e ne uscii con il contratto firmato. Era la fine del 1994, mi ero appena sposato e a partire dal 1996 divenni un corridore di Ferretti alla Mg-Technogym.
Cosa ricordi di quel primo incontro?
Ferretti fu subito esplosivo, pugni sul tavolo, tono di voce sopra le righe come quando aveva il morale a mille. Mi vedeva già in prospettiva: «Tu sei questo corridore. Ti prendo perché voglio vincere le classiche!». Parlava con la sicurezza che conosciamo tutti. Quando diceva certe cose è perché ci credeva e questo mi entusiasmò. Si parlò già di Fiandre e di Liegi, gare che nei due anni successivi avrei vinto proprio con lui. Fu anche un po’ visionario…
Che cos’altro disse?
Mi fece i complimenti. «Sei un ragazzo deciso, non pensavo così tanto alla tua età». Lo disse con entusiasmo e capii che mi aveva seguito, perché una volta i direttori sceglievano i corridori osservandoli nelle corse. Sicuramente gli avevano parlato di me il massaggiatore e poi anche Cecchini, che è sempre stato il mio allenatore e che lavorava con lui.


Ferretti ha sempre messo grande pressione sui suoi uomini…
E io avevo bisogno proprio di questo. Non so cosa facesse con gli altri, con me l’ha sempre fatto in modo a volte cattivo ma, passatemi il termine, anche dolce. Neppure io ero un tipo tanto remissivo, perciò quando gli dicevo qualcosa penso che gli desse peso. Mi ricordo quando ho vinto l’Amstel del 2002 e la sera prima lui entrò nella mia stanza…
Per dirti cosa?
Ero seduto con le gambe incrociate, non ricordo cosa stessi facendo. E lui mi disse: «Ma che fai lì in silenzio?». Gli risposi che aspettavo la gara del giorno dopo, in realtà però non mi sentivo tranquillo. Venivo da un infortunio, non riuscivo a pedalare e ad andare forte. Così gli dissi di togliermi qualche mese di stipendio perché non li meritavo. Avevo bisogno di alleggerirmi, perché sentivo di non poter dare quello che la Fassa Bortolo voleva da me.
E lui?
«Cosa devo fare io? Io te li do tutti». Si mise a urlare e battere sul muro. «Io te li do tutti fino all’ultima lira. E tu domani mi vinci l’Amstel». Venivo da un periodo storto, al Fiandre mi ero ritirato e alla Liegi non c’ero andato proprio per via di quei problemi fisici. E lui probabilmente capì che avevo bisogno di essere scosso, perché spesso tanti problemi sono anche mentali. Così a suo modo mi tolse la pressione, aumentandola. Poteva sembrare un sovraccarico enorme, invece mi stimolò. Così tanto che il giorno dopo vinsi l’Amstel con una cattiveria che non si vedeva da tano.
In quel primo incontro parlò del Fiandre e nel 1996, primo anno insieme, arrivò proprio il Fiandre…
Ne parlava dall’inverno, già dal ritiro in Toscana, che si faceva al Bambolo di Castagneto Carducci. Iniziai la stagione vincendo a raffica e quando arrivammo alla Sanremo, gli dissi che avrei attaccato sul Poggio. Lui non era d’accordo, ma io attaccai e mi presero solo in fondo alla discesa. Appena arrivai all’ammiraglia, mi guardò in faccia e mi disse: «Oh, la Sanremo l’hai persa a te. Il Fiandre lo perdo io!». Come dire che lì avevo fatto di testa mia, ma al Fiandre comandava lui.


Quale fu la tattica?
Fu un continuo ragionare. «La squadra si muove così. Porto questi corridori perché quello ti tira, quello mi va in fuga ed è uno che fa paura. E tu non ti devi far vedere fino al Grammont. Prima non voglio sentire il nome Bartoli». E feci così, tanto che sul Grammont avevo ancora le energie che servirono per fare la differenza. Non vorrei aprire un altro fronte, però…
Però che cosa?
Secondo me le radio servono, ma come in altri sport per la sicurezza: parla solo la direzione di corsa. Nel ciclismo si devono vedere la bravura del direttore sportivo e quella del campione, che sa leggere la corsa meglio degli altri. Le radio tolgono entrambi questi aspetti. Oggi il campione è solo quello che ha più watt, una volta contava anche la capacità di ragionare. Mentre il direttore sportivo deve spiegare e prevedere la corsa. Deve essere visionario e Ferretti lo era.
Fatta la tattica, il resto era improvvisazione?
Era organizzazione. Si poteva anche andare alla macchina e capire che bisognava rimescolare tutto. Per questo c’era sempre un corridore nelle ultime trenta posizioni, per andare all’ammiraglia quando ce n’era bisogno. Sembra un paradosso, ma c’era un’organizzazione superiore rispetto ad ora.
Era questo il bello di Ferretti?
Era un direttore che conosceva il ciclismo. Ha vinto sempre tanto perché aveva grandi campioni, ma il ciclismo per lui era giocare a carte scoperte. Lui voleva vincere. Gli piacevano tutte le corse del Nord, ma voleva vincere anche a Donoratico. Ricordo che fu la mia prima corsa con lui, perché in quel periodo si cominciava da lì. Partii al primo giro e rimasi in fuga per tutto il giorno. Ovviamente non vinsi e quando arrivai, mi feci una parte durissima. «Ma ti sembra il sistema per uno come te? Se ti rivedo a farlo, ti vengo addosso con la macchina, capito?».


Sempre molto diretto…
Era fatto così e non per caso la maggior parte delle classiche le ho vinte con lui. Il Lombardia, una Liegi, il Fiandre, poi l’Amstel. E anche quando andai alla Mapei perché lui aveva chiuso la squadra, Ferretti fu sempre il mio direttore. Se la Mg non avesse mollato, sarei rimasto con lui. Ricordo che andammo insieme da Alessandri, il titolare di Technogym per capire se volesse continuare da solo, ma non fu possibile.
Che cosa vuol dire che fu ugualmente il tuo direttore sportivo?
Sai quante volte lo chiamavo? Gli dicevo come stavo e lui mi suggeriva cosa fare. Quando nel 2000 vinsi il campionato italiano con la Mapei, nel viaggio di ritorno da Trieste passammo due ore al telefono a gioire insieme. Lui aveva fatto terzo con Belli, ma ricordo che piangeva al telefono. Fra noi c’era questo rapporto e infatti nel 2002 tornai a correre con lui alla Fassa Bortolo.
Pensi che il ciclismo di oggi potrebbe prendere qualcosa dalla scuola di Ferretti o si tratta di epoche troppo diverse?
Non sono un grande conoscitore di come sono strutturate le squadre, però la conoscenza del ciclismo di Ferretti darebbe ancora tanto sul piano della qualità. Giancarlo era una persona di campo, non il manager di oggi che sta un passo indietro. Non stava nel bunker a dare gli ordini: aveva la forza, il carisma del generale, però era un combattente. Ma come visione del ciclismo, secondo me il Ferron di quell’epoca potrebbe ancora dare grandi direttive.