La mente del numero uno è un luogo così esclusivo da sfuggire alla comprensione: non tutti del resto possono capire che cosa significhi essere il migliore di tutti e che cosa significhino per loro parole come dedizione, passione, normalità e ossessione. Se però osservi con attenzione, ti accorgi di tratti che li accomunano, anche se praticano sport diversi. Non è per caso che un paio di giorni fa Mauro Gianetti abbia accostato Pogacar a Federer. E proprio leggendo parole che riguardano lo sloveno e un altro tennista d’eccezione, Jannick Sinner, abbiamo chiesto a Paola Pagani di guidarci in quella sfera così particolare.
Il lavoro del mental coach non è affatto semplice. Deve entrare nei pensieri di qualcuno che ha chiesto di aiutarlo per convogliarli in una direzione e trarne forza. Oppure deve esorcizzare le derive di pensieri sbagliati perché la persona prima e poi l’atleta tornino a respirare. E probabilmente la lettura dei gesti dei numeri uno può essere un riferimento da riportare agli altri, con tutte le cautele del caso.
Pogacar (in apertura in un divertente selfie della compagna Urska Zigart) ha di recente affermato che la rincorsa ai record non sia per lui un’ossessione, Sinner invece ha spiegato che alla base del lavoro di chi pratica sport a livello professionistico ci sia indubbiamente la grande passione, ma per arrivare davvero a controllare ogni aspetto del lavoro sia necessaria una forma di ossessione, fatta di attenzione estrema per i dettagli. Questa parola – ossessione – ha attirato la nostra attenzione. Che cosa significa ossessione? E’ per forza negativa oppure può avere dei risvolti utili?
«L’ossessione in positivo – spiega coach Pagani – soprattutto a questi livelli, è la grandissima cura del dettaglio, anche se è un termine che non mi piace. La passione è l’amore per quello che fai, quindi qualcosa di naturale, di spontaneo. Dopodiché, c’è questa forma di ossessione, di attenzione estrema che però non è una schiavitù, perché è qualcosa che Sinner sceglie, non qualcosa che qualcuno gli impone. Tutti i giorni mi dedico al lavoro facendo il meglio, mettendo attenzione nei dettagli, nella preparazione, nel mio allenamento continuo.
«Vista in questa forma, l’ossessione è al servizio della passione e non va contro la persona. Dà una struttura alla giornata, ma non prende possesso della persona. Sinner è prima la persona e poi il tennista, però l’ossessione fa in modo che quando lui si esprime come tennista, possa farlo sempre al meglio».


Non c’è neanche una sfumatura negativa?
Io voglio sperare per Sinner e per tutti quelli che lavorano a livelli così alti, che siano affiancati da professionisti che gli facciano capire che non tutti i giorni sono uguali, che non tutti i giorni ci si può dedicare allo stesso modo. Che a volte è meglio togliere il piede dall’acceleratore per andare più forte il giorno dopo: prendersi una pausa che presuppone un’accelerazione successiva.
Si può insegnare questo tipo di ossessione a un atleta che ha già passione?
Come dicevo, a me non piace il termine ossessione, preferisco parlare di cura del dettaglio, di disciplina. Ossessione lo trovo comunque pesante, negativo. Però si può insegnare. Ai ragazzi che seguo dico sempre una cosa: «Sii il tuo meglio, fai il tuo meglio». L’ossessione positiva è quella, la dedizione per essere sempre il proprio meglio, per fare il proprio meglio. E può essere assolutamente insegnata.
Come?
Una domanda che faccio è questa: «Che tipo di ciclista vuoi essere? Quello che si accontenta oppure quello che vuole arrivare all’eccellenza? Chi vuoi essere?». Se vuoi essere uno che punta all’eccellenza e se ne hai le qualità atletiche, necessariamente ti sarà richiesto di fare delle cose che altri non si sognano nemmeno. E’ la differenza tra restare nella virtù e salire in vetta. Ci possono essere talento e doti innate, ma vanno coltivati, costruiti e sviluppati.


Serve anche una struttura mentale che possa reggere questo tipo di carico?
Soprattutto occorre far capire alle persone, ai ragazzi, di tenere separata la loro identità dai risultati. Prima di una gara, il messaggio che mando è questo: «Ti sei preparato al meglio, hai fatto tutto il necessario per essere sulla linea di partenza, preparato, pronto, allenato. Hai curato l’alimentazione, hai fatto allenamento mentale, hai fatto tutto quello che ti serve, quindi sei pronto». A quel punto non serve altro che mettere in pratica il lavoro svolto.
Quindi l’obiettivo non è il risultato?
Arrivo primo, arrivo quinto, arrivo nei primi dieci: l’obiettivo è essere stato il proprio meglio. A volte significa tagliare il traguardo a braccia alzare, altre volte è la consapevolezza di non aver risparmiato neanche una goccia di sudore. E soprattutto: io non sono il mio risultato.
Questo è un passaggio molto delicato…
Il problema inizia quando i ragazzi collegano la loro identità col risultato che ottengono. E se magari dopo una serie di prestazioni positive, i risultati cominciano a calare, smettono di vedersi per chi sono veramente. Iniziano a vivere stress, creano ansia per il risultato e un sacco di disturbi collegati. Quindi il lavoro vero è far capire alle persone che il risultato è soltanto l’effetto collaterale del lavoro e che a volte i risultati non arrivano perché c’è qualcos’altro che si può fare o perché c’è stato un altro che in quella gara è andato più forte.


Si riesce a disinnescare questo tipo di pensiero?
Non è facile, ma è il lavoro da fare. Ultimamente lavoro con un ragazzo che sta vivendo un periodo di stress molto intenso proprio perché ha legato la sua identità al risultato e, dopo un periodo di ottimi risultati, ha avuto un guaio fisico. E’ caduto, si è fatto male, da quando è rientrato non ha ritrovato il livello di prima e questo lo ha mandato in un loop negativo. Il bello però è che, pur essendo molto giovane, ha avuto la lucidità di capire che non ne sarebbe uscito da solo, quindi mi ha chiamato e mi ha detto: «Ho bisogno di lavorare sulla mia mente, puoi aiutarmi?».
In che modo lo sta aiutando?
Stiamo lavorando su questo, sullo staccarlo dai risultati e fargli vedere tutto quello che ha di positivo, nonostante i risultati non siano ancora arrivati. Perché è grazie alla consapevolezza dei punti di forza, ma anche delle aree di miglioramento che ci sono e su cui si può lavorare per trasformarle in punti di forza, che si può tornare a ricreare i buoni risultati.
Esiste una progressività, magari basata sull’età, nel proporre certi percorsi?
Deve esserci per forza. I ragazzi arrivano spesso da allievi che sembrano già pronti per il Tour de France. No, calma, ci deve essere una progressione e ci deve essere anche una valvola di sfogo estranea allo sport. Lavoro con una triatleta che ha avuto problemi fisici e ora deve rientrare, ma sta mettendo fin troppa ossessione in questo suo rientro. Allora le ho chiesto una cosa, visto che ha vent’anni: «Ma tu cosa fai quando non ti alleni?».


E lei?
Mi ha risposto che la sua vita è tutta costruita sull’allenamento. Ultimamente ha cominciato a uscire con un’amica, magari una volta a settimana, a cena oppure dopo cena. Ovviamente non beve, però si sente in colpa. Io invece le sto facendo capire quanto quell’uscita sia una spinta, una propulsione anche per tutto il resto e faccia parte del processo verso il successo.
E’ quello che ha scritto Urska Zigart su Instagram, in un messaggio per Pogacar: « Grazie per essere te stesso senza scuse, per saper mantenere l’equilibrio e per trovare sempre il tempo di goderti le piccole cose».
Secondo me, Pogacar è uno che si diverte in quello che fa. Io non lo conosco, però sono sicura che metta una cura maniacale in tutto quello che fa. Però si diverte a farlo, a cambiare tipo di percorso, tipo di allenamento. Lui non è il suo record. Lui è uno che vuole anche che le sue prestazioni lo divertano. Questi ragazzi devono sempre ricordarsi che hanno vent’anni, il più vecchio con cui sto lavorando ha 31 anni, quindi è comunque un ragazzo.
Forse a questo punto servirebbe anche una fase di formazione per chi li guida, perché spesso il senso di colpa te lo inculca qualcun altro…
E certo che serve! A me è capitato di lavorare con un ragazzo forte. Quando è arrivato da me, era uno junior. Dopo un po’ che ci lavoravo, gli ho detto: «Tu puoi essere forte come Pogacar!». Poi magari non diventerà come Tadej, però ci arriva vicino. Aveva un direttore sportivo che lo massacrava, tanto che quando è venuto da me al secondo anno a junior, voleva mollare. Un direttore sportivo all’antica, di quelli che più vedono il talento e le possibilità e più li massacrano.


Come dire che l’ossessione, questa volta negativa, arriva dall’esterno?
Esatto, certi ragionamenti ti fanno entrare in un meccanismo negativo e lui stava per mollare. Quest’anno è passato professionista e ha già vinto due o tre gare. E’ già arrivato e ha fatto dei bellissimi risultati. Sì, accanto a questi ragazzi ci vorrebbero delle persone con una formazione adeguata. I direttori sportivi e anche altre persone intorno.
Capita spesso nel suo lavoro di incontrare atleti che abbiano questa forma di dedizione assoluta?
Capita, certo. Chi si rivolge a me ha la fortuna di potersi dedicare alla sua passione e di poterla trasformare in una professione, perlomeno per un certo periodo di tempo. Il coaching è un lavoro che si somma a quello che già deve fare, perché io ti do degli allenamenti mentali, delle schede da completare. Però non si chiama ossessione, vedo più un termine americano come hustle, cioè lavorare duramente per raggiungere i propri obiettivi. Ossessione invece è una parola che consuma. So da persone a lui vicine, che Sinner ha questa idea, ma per lui l’ossessione ha un significato positivo. Anche lui come Pogacar, è uno che si diverte molto, che si diverte tantissimo.