Sono passati cinque giorni dalla conclusione del Giro della Valle d’Aosta e il ricordo di quel palco pieno di talento ai piedi del Cervino continua a parlare a gran voce di futuro. Certo, un futuro che purtroppo non parla italiano, ma questi sono i nuovi equilibri del ciclismo e questo il peso specifico attuale del movimento azzurro U23 che aspetta Finn per darsi un tono al fianco degli altri.
Un anno fa, su quello stesso traguardo faticavano tutti a deglutire il dolore per la morte di Samuele Privitera. E anche se oggi (a distanza di un tempo che sembra lungo ma in realtà è passato come un soffio) il ricordo è ancora vivo con la presenza di suo zio, l’aria che si respira è molto più leggera. Te ne accorgi dagli sguardi e dai discorsi. E anche il patron del Giro, Riccardo Moret (in apertura con il leader Bravo), riesce a raccontare la corsa con tutto un altro spirito.
«Sono contentissimo di come è andata – dice commentando la vittoria di Bravo su Ramirez – alla fine abbiamo delle belle pedine da giocare nei prossimi anni. E’ bello che ci fossero anche lo scorso anno e siano voluti tornare. Questo ci fa ben sperare per il futuro del ciclismo e anche del Giro della Valle d’Aosta. Sono venute le squadre più importanti al mondo e quindi è logico che la corsa venga conosciuta e apprezzata e di questo siamo soddisfatti».


Mancavano le squadre francesi, poiché la Federazione transalpina ha messo in calendario i campionati nazionali U23 (che si corrono per squadre regionali) il 18 luglio, vale a dire il penultimo giorno del Giro della Valle d’Aosta. Tanto che Ugo Fabries, campione nel 2025 e al Valle d’Aosta con la UAE Emirates Gen Z, ha potuto correre con la maglia tricolore fino a due giorni dalla fine e poi l’ha tolta, applaudendo così alla vittoria di Timothée Coudière-Cantin.
Quanto è difficile organizzare il Giro della Valle d’Aosta?
Uno non lo immagina neanche. Alla fine non siamo professionisti, però in qualche modo cerchiamo di comportarci come tali. Magari non ci riusciamo sempre, però abbiamo avuto i complimenti da parte della Federazione, dell’UCI e dei commissari. Hanno detto che siamo una corsa di altissimo livello e ci hanno fatto i complimenti per tutto, per il territorio e le salite.



Complimenti che ripagano per il lavoro fatto oppure hanno anche un’altra valenza?
Sono loro che ci danno il semaforo verde per continuare o meno, oltre evidentemente al gradimento dei corridori e le squadre. Sono contento soprattutto perché quest’anno si è chiuso bene dal punto di vista sportivo e non solo per quelli. L’anno scorso è stato per forza tutto più sotto tono, nonostante Jarno Widar fosse stato un grandissimo vincitore.
Com’è attualmente il rapporto con i francesi? Si è fatta una sola tappa oltre il Monte Bianco…
E’ molto buono! Per tanti anni sono stato sindaco di Valgrisenche, un comune della Valle d’Aosta, e appena sono stato eletto, ho allacciato dei buoni rapporti con il sindaco di Saint Gervais Mont Blanc, che per quattro volte in dieci anni ha ospitato il Tour de France. Gli ho lanciato l’idea e da lì siamo partiti, così ogni anno facciamo tappa anche dalla parte francese, senza però andare troppo lontano dal Monte Bianco, per non costringere le squadre a fare troppi trasferimenti.


Certo anche quest’anno il traforo del Monte Bianco ha complicato il rientro in Italia…
A luglio crea sempre un po’ di bouchon, un po’ di coda come dicono dall’altra parte e quindi è un po’ complicato soprattutto per le squadre. Noi che possiamo prendercela più comoda, siamo invece contenti perché mantenere i rapporti con la Francia è fondamentale. Proprio in questi giorni è tornato il Tour de France e l’anno prossimo in Haute Savoie ci saranno i mondiali di ciclismo. E poi abbiamo allacciato dei buoni rapporti anche col Tour de l’Avenir e con loro stiamo collaborando.
La domanda non era per caso. In passato il Giro della Valle d’Aosta aveva anche sei tappe, sette considerando che una era sempre divisa in due semitappe. Era il modo di attirare anche i velocisti: dici che si tornerà ad averne almeno cinque?
Dobbiamo assolutamente lavorare, se il Giro continuerà come credo, per tornare alla quinta tappa e magari anche alla sesta. Abbiamo ancora dei legami con la Svizzera, perché sono tutte zone che appartengono all’area del Monte Bianco. L’anno scorso abbiamo fatto tappa al Colle del Gran San Bernardo salebdo dal versante italiano e con l’arrivo oltre il confine. Ci torneremo, solo che con la Svizzera è un po’ più complicato. Dal punto di vista economico sono molto solidi, però hanno un’organizzazione che bisogna in qualche modo accompagnare. Ma le volte che siamo andati di là, ci siamo sempre trovati bene.


I corridori parlano ancora con entusiasmo dell’arrivo al Forte di Bard, che effettivamente è stato bellissimo.
E’ stato una cosa particolare, le immagini televisive hanno reso molto bene anche grazie al grande lavoro dei droni. Il Forte di Bard è particolare, ti fa quasi venire i brividi. Quei tornanti e poi entrare nella piazza d’armi in quel modo è stato molto bello. Siamo contenti e cercheremo di riproporlo anche nei prossimi anni. Se ce lo chiedono, credo che ne valga la pena.
Il brindisi di fine corsa è stato più leggero dello scorso anno?
Fortunatamente sì. Abbiamo avuto il piacere di avere con noi la famiglia di Privitera e questa è stata una bella cosa. Loro per primi ci sono stati vicini, già l’anno scorso ci hanno spronato a continuare e questo è stato importantissimo.