VOIRON (Francia) – «Si attraversano i momenti belli come squadra. E si attraversano i momenti difficili come squadra». Sono queste le parole di Matxin dopo l’arrivo di ieri a Voiron. Chiaramente l’oggetto della questione è Adam Yates, protagonista di una crisi di quelle importanti. Di quelle che non si vedevano da anni.
All’ombra delle grandi montagne che tra 24 ore daranno il verdetto finale del Tour de France, Adam Yates taglia il traguardo in terzultima posizione, a oltre 26′ da Jasper Philipsen. Alla fine, strada facendo, si era formato un gruppetto di estremi ritardatari, compresi un paio di corridori altrettanto in crisi che si erano staccati sin dal mattino.


Mal di stomaco
Quando taglia il traguardo e si dirige verso il bus, Yates è una sorta di automa. Occhi persi nel vuoto che percepiscono anche se indossa gli occhiali, maglia aperta oltre metà busto e sguardo che cerca la porta del pullman. Un breve abbraccio con qualcuno dello staff e poi su, a farsi una doccia e a sdraiarsi.
Tecnicamente il suo calvario è iniziato a 66 chilometri dal traguardo, quando si è staccato dal gruppo della maglia gialla e, man mano, è scivolato sempre più indietro. In realtà l’inglese era in difficoltà già dal giorno precedente. Prima della cronometro aveva avuto problemi di stomaco, aveva vomitato e sentiva freddo, con continui brividi.
Ma se tutto ciò ti succede nel giorno della cronometro, in qualche modo riesci a cavartela. Il problema è la tappa successiva e, in una frazione in linea, chiaramente le cose non potevano filare altrettanto lisce. «Adam si è svuotato chilometro dopo chilometro – aggiunge Matxin – A dire il vero un po’ ce lo aspettavamo. E per fortuna che la sera prima aveva riposato bene».


Arrivano Yates… e Pedrazzini
Ma a raccontarci per bene questo calvario è Simone Pedrazzini, il direttore sportivo in seconda in questa Grande Boucle. Lo attendiamo all’arrivo. All’appello mancano le seconde ammiraglie di Uno-X, Movistar e UAE Team Emirates-XRG, i super ritardatari di giornata. Quando scende dall’ammiraglia, Pedrazzini sa bene che dovrà raccontarci una storia di ciclismo. Di quelle vere, da strada.
«Che dire – inizia Pedrazzini – un bel calvario per Adam. Ti trovi con il corridore che, poverino, non sta bene. E non stava bene già dal giorno prima. Aveva mal di stomaco sia prima sia dopo la cronometro. Anche se l’ha fatta senza forzare troppo, ha finito la prova peggio di come l’aveva iniziata. Stamattina (ieri, ndr) ha avuto l’ok del medico per partire. Tra virgolette aveva solo problemi di stomaco, non aveva febbre né altro. Io ho cercato di dargli qualche parola di conforto, ma non gli ho detto più di tanto. Era talmente spaesato che non volevo influenzarlo ulteriormente».
Simone poi entra nel merito della tappa e si scopre che al mattino le cose non erano poi così male per Yates. Anzi. «Forse ha anche esagerato all’inizio, perché nella prima parte, con le salite, era davanti. Sarebbe stato meglio forse rimanere dietro, ma probabilmente si sentiva bene. Il problema qual è stato? Che poi, non potendo mangiare, è andato in crisi e si svuotava sempre di più».
E da qui il calvario di altri tempi, con il corridore solo col proprio destino, che procede lentamente. Ma che, allo stesso tempo, non vuole mollare. Tanto più che già quest’anno aveva dovuto lasciare il Giro d’Italia dopo appena due tappe. E anche lì era arrivato stremato. E pure con il sangue in faccia.


Chapeau Wellens
Ma a questo punto la UAE Emirates gioca il jolly. E ritornano in mente le parole di Matxin all’inizio: uniti nel bene e nel male. Uniscono l’utile al dilettevole, dilettevole tra molte virgolette. Fermano Tim Wellens, concedendo di fatto anche un pizzico di risparmio all’ottimo belga, che con ogni probabilità, se Yates non dovesse recuperare, sarà chiamato a un lavoro extra.
«A un certo punto – riprende Pedrazzini – abbiamo deciso davanti di fermare Wellens. Quando è arrivato lui è stato tutto un altro andare. Anche Adam ha ripreso morale. Ha visto che comunque la squadra si è sacrificata per lui. E devo dire che è stata una bella cosa, in qualche modo. Anche perché i ragazzi davanti continuavano a chiedere informazioni. Volevano sapere come stesse. Davvero sono molto uniti».
«Il vero problema è che mancava tanto: 66-67 chilometri. E bisognava davvero fare i conti con il tempo massimo. E’ stata lunga. Man mano che andavamo avanti abbiamo fatto quattro calcoli e abbiamo visto che ci stavamo dentro. Poi devo dire che Wellens è un vero asso anche in queste situazioni, perché lui ha fatto spesso questo lavoro. Se ricordate quando era alla Lotto doveva scortare Caleb Ewan. Lo aspettava tutta la squadra e, credetemi, è stato uno spettacolo vederlo gestire la situazione. E poi un’altra cosa che ci ha aiutato è stato il percorso. Nel momento in cui Yates ha lasciato il gruppo, le difficoltà altimetriche maggiori erano ormai alle spalle».



Oggi riparte?
Yates, in ottica grandi montagne, potrebbe essere una perdita non da poco per Tadej Pogacar. E’ anche vero che gli altri team rivali hanno perso pedine importanti, ma è sempre meglio avere una cartuccia in più che una in meno. Anche Pedrazzini dice che, in fin dei conti, hanno cercato di salvarlo anche in quest’ottica. E in ogni caso il medico, tra ieri sera e stamattina, ha fatto e farà ulteriori valutazioni.
«In questo senso ho cercato soprattutto di farlo restare tranquillo. Adam stesso voleva tenere duro per la squadra. Ma gli ho detto che, se ce l’avesse fatta, saremmo andati avanti. Altrimenti ci saremmo fermati e non ci sarebbe stato nessun problema».
A Pedrazzini facciamo notare quanto spesso si bagnasse Yates. Lui capisce al volo e ci spiega. «Sì, si è bagnato tanto. Era un modo per abbassare la temperatura e per tenersi attivo in qualche modo. Anche perché Adam purtroppo non ha potuto né mangiare né prendere zuccheri. Niente di niente. Per questo, ovviamente, era sempre più vuoto come ho detto. Infatti rimane un punto di domanda il suo proseguire. Magari si riprende, fa due tappe tranquille cercando di arrivare al traguardo e sabato è di nuovo pronto. Ma la salute viene prima di tutto».
Infine, chiacchierando come spesso accade per le storie di strada, quelle più veraci del ciclismo, arriva anche l’aneddoto e Pedrazzini ricorda: «Facendo spesso la seconda macchina, soprattutto qui al Tour, mi è capitato più volte di seguire atleti molto staccati. Senza andare troppo indietro negli anni, mi ricordo di Davide Formolo, al Tour del 2020, era la decima tappa. Eravamo arrivati giusti nel tempo massimo. Se ben ricordo Davide aveva persino una clavicola rotta. Anche lì fu dura. Ma Formolo è sempre stato un duro». Come Yates del resto…