Sabato scorso, il 18 luglio, è stato presentato il Gp Sportivi di Poggiana, corsa under 23 che quest’anno ha raggiunto la sua cinquantesima edizione. Un traguardo importante per una delle gare più importanti della categoria, un evento internazionale capace di accogliere nel suo palmares atleti di grande rilievo. L’ultimo vincitore in ordine cronologico è stato Matteo Scalco, che sulle strade della provincia di Treviso ha saputo strappare una delle vittorie più importanti della sua carriera.
A capo del Gp Sportivi di Poggiana c’è da tanti anni Giampietro Bonin, che questo evento lo ha fatto crescere, portandolo al livello che tutti ora possiamo vedere. L’appuntamento, come da tradizione, è per la seconda domenica del mese di agosto, che quest’anno ricade il 9. A meno di un mese si lavora per sistemare le ultime cose, i dettagli che mancano. Poi sarà il momento di godersi i frutti del lavoro fatto.


Conto alla rovescia
L’occasione della cinquantesima edizione è anche un motivo per fermarsi e ricollegarsi al cammino fatto fino a questo momento, per una gara che negli anni è cresciuta molto, sapendosi adattare al ciclismo e ai suoi cambiamenti.
«Fino all’ultimo giorno saremo nel pieno dei lavori – racconta il presidente Giampietro Bonin – anche se il percorso da ormai tre anni (dal 2024, ndr) è cambiato ed è diventato quello che conoscete. Con la doppia scalata di Cassanego e subito dopo di Santa Lucia, che risultano essere i momenti chiave della corsa».


50 edizioni, un traguardo importante…
Il Gp Sportivi di Poggiana è nato nel 1975, come una gara regionale in quella che è una frazione del comune di Riese di Pio X. Nei primi anni 2000 è diventata una corsa nazionale, mentre nel 2011 è passata allo status di internazionale (diventando una corsa di categoria 1.2U, ndr).
Da quanti anni è a capo dell’organizzazione?
Dal 1993, la corsa aveva saltato l’edizione del 1992 e io, insieme ad un altro gruppo di persone abbiamo deciso di prenderla in mano. Nel 1991 vinse Paolo Lanfranchi davanti a Marco Pantani, non potevamo lasciare che finisse tutto.


Diventare una corsa internazionale è stato un passaggio complicato?
Cambia tanto nell’organizzazione, nei costi soprattutto e nel rapporto con le squadre. Quando siamo diventati una gara internazionale, nel 2011, c’erano le continental, ora a queste si sono aggiunti i devo team.
Il rapporto con le squadre è cambiato?
Per noi avere al via le formazioni di sviluppo dei team WorldTour è fondamentale, sia a livello di immagine che a livello di nome. E’ difficile, perché i rapporti sono effettivamente tanto diversi rispetto a quelli che ci sono e che c’erano con le formazioni continental. In questi casi si passa comunque dai piani alti, parlando con i dirigenti delle squadre WorldTour.


Avrete al via il campione italiano, lo aveva detto lo stesso Negrente…
Sì, lui dovrebbe esserci insieme alla XDS Astana. Un problema è anche legato al fatto che i devo team sono in ritiro in vista del Tour de l’Avenir, che da quest’anno è diventata una corsa aperta anche alle squadre e non solo alle nazionali. Anche se i devo team sono legati a formazioni WorldTour non fanno doppia attività, o comunque è molto difficile. Al via quest’anno avremo le squadre di sviluppo di: XDS Astana, Bahrain Victorious, Tudor e Ineos.
Avete mai pensato di cambiare data, o di aprire anche agli elite?
No, anche perché è il primo anno che abbiamo questa concomitanza dell’Avenir. Mentre non sentiamo il bisogno di aprire agli elite. Il ciclismo guarda tanto ai giovani e la categoria juniores sta diventando (è già diventata, ndr) quella di riferimento. Per noi organizzatori avere i corridori del futuro è un segnale. Ma questo potrebbe essere comunque un problema se ai ragazzi viene fatta saltare a piè pari la categoria under 23.