Si va sempre più forte. E non solo Tadej Pogacar, basta guardare i tempi di scalata del Tourmalet o le medie delle prime tappe. Si cura sempre di più ogni particolare. In questa prima metà del Tour de France, ma già anche al Giro d’Italia, ci siamo imbattuti in un ulteriore step dei marginal gain. Una sorta di Marginal Gain 2.0, se così possiamo definirli. Per capirci: va bene la vasca di ghiaccio, ma ormai siamo arrivati a strutture vere e proprie dedicate al raffreddamento. Solo tre anni fa, invece, c’era una semplice bagnarola vecchio stile.
L’ossessione è disperdere il calore. Ci sono sensori, dati e indicazioni continue che i tecnici trasmettono agli atleti. E così ecco i giubbini refrigeranti, le calze di ghiaccio permanentemente dietro al collo e perfino i capelli rasati. Poi c’è l’ossigeno, quasi come in ospedale, per favorire il recupero immediato dopo la tappa. L’integratore a base di lattato. Le app che regolano l’alimentazione al grammo… E altre mille piccole operazioni che l’atleta, insieme a tutto lo staff, deve eseguire. E soprattutto ricordarsi di eseguire. Il tutto in un contesto già estremamente stressante di suo. Senza scomodare tecniche di allenamento, gallerie del vento e altri marginal gain.


Tutto questo, però, ha un prezzo? A quanto pare sì. Persino sua maestà Tadej Pogacar, prima dell’inizio del Tour, nella consueta conferenza stampa della vigilia, ha dichiarato che questa spasmodica ricerca del limite e del miglioramento estremo sta iniziando a pesare. Non si tratta di fare una ripetuta in più a tutta. Non è quel tipo di fatica che logora, ma qualcosa di diverso. Aspetti dei marginal gain che abbiamo sottoposto all’analisi di Gian Paolo Mondini.
Mondini è un direttore sportivo della SD Worx-Protime. E’ stato un professionista e, in questo caso, soprattutto uno psicologo, grazie ai suoi studi accademici. E’ dunque la figura ideale per aiutarci a comprendere gli effetti che questa continua rincorsa alla perfezione può avere sulla mente degli atleti.


Gian Paolo, senza ripercorrere quanto detto finora, qual è la situazione attuale? Davvero siamo nell’era dei Marginal Gain 2.0?
Indubbiamente sì. Tutti gli ambienti di lavoro, quando raggiungono livelli così elevati, aumentano lo stress e la richiesta di prestazione. A un certo punto quello stress diventa difficile da gestire. Nel mondo del lavoro lo chiamiamo burnout. Anche nello sport sta accadendo qualcosa di simile. C’è questa continua spinta ad andare oltre il limite e a trovare sempre nuovi marginal gain, soprattutto dal punto di vista fisico.
Qualcosa che è cambiato di recente?
Dieci o quindici anni fa si cercava il vantaggio soprattutto sul piano tecnico: la bici, le gomme, le ruote. Oggi, anche per via dei regolamenti dell’UCI, tutti i marchi si sono standardizzati verso un livello molto alto. E’ difficile trovare differenze enormi tra una bici e l’altra. Di conseguenza la ricerca si è spostata sull’alimentazione, sulla preparazione e sui ritiri in altura. Anche quell’aspetto è diventato fondamentale.
Perché?
Perché fare tre settimane in altura, isolati dal mondo, è qualcosa di alienante. Ti porta inevitabilmente ad avere un distacco dalla realtà. Sei lontano dagli affetti, dalle relazioni e, a quel punto, rimangono soltanto quelle digitali. Se teniamo conto che un essere umano ha dei bisogni reali, basta pensare alla piramide dei bisogni di Maslow (è una scala gerarchica dei 5 bisogni umani primari: bisogni fisiologici e di sicurezza, bisogni sociali/appartenenza, bisogno di stima e bisogno di autorealizzazione), l’atleta è costretto in qualche modo a metterli da parte. O comunque a stravolgerli, affinché tutto sia finalizzato alla performance e al risultato. Purtroppo capita che l’atleta incontri delle difficoltà. E a volte basta un piccolo errore, oppure qualcosa di inaspettato, per far crollare tutto il castello.
Immaginiamo che, a quel punto, l’equilibrio sia molto fragile…
Sì, sicuramente. Arrivi da un periodo di altura in cui vieni nutrito quasi come un topo da laboratorio. Devi seguire alla lettera tutto quello che ti viene dato e tutto quello che devi fare. Lì non sei nemmeno tenuto a pensare troppo, perché ogni aspetto è già programmato. Poi, però, vieni catapultato nella realtà della gara, dove tutto si decide nell’immediato e lo stress raggiunge livelli altissimi. A quel punto anche una semplice caduta o una foratura nel momento sbagliato rischiano davvero di trovarti impreparato dal punto di vista mentale. E crolla tutto il castello.


Quando sentiamo Pogacar dire che ha rinunciato all’ultimo ritiro in altura prima del Tour per stare vicino alla sua compagna, che si era fratturata la mandibola, pensi che sia stato più un vantaggio mentale, perché gli ha permesso di stare tranquillo? Oppure è una perdita fisiologica, visto che non ha completato il ciclo di preparazione previsto? Sia chiaro: abbiamo citato Pogacar solo come esempio.
E’ difficile dirlo. Bisognerebbe lavorare direttamente con lui. Per quello che ha fatto vedere negli ultimi anni e per quello che sta dimostrando anche adesso, Tadej ha sempre avuto un certo margine sugli avversari. Dal mio punto di vista può permettersi questo tipo di gestione. Se poi vogliamo guardare l’aspetto umano, andare in ritiro con la testa preoccupata per la propria compagna, che in quel momento aveva bisogno di lui, avrebbe potuto essere persino controproducente. Magari sarebbe partito con un senso di colpa. Da lì possono nascere dinamiche che finiscono per incidere negativamente anche sull’allenamento. Per questo, se salta l’ultima parte del ritiro, personalmente non ci vedo un grande problema.
Hai parlato prima di un distaccamento dalla realtà, con l’atleta che rimane collegato al mondo quasi soltanto attraverso il digitale. Restando sull’esempio di Pogacar, come vedi un corridore che riesce ancora a ragionare in questo modo? Mentalmente è più sano, più presente nel mondo?
Sicuramente è un aspetto da apprezzare. In questi anni Pogacar e la sua compagna, Urska, hanno dimostrato di avere un rapporto speciale. Sono molto legati e hanno costruito la loro vita facendo affidamento l’uno sull’altra. Entrambi praticano uno sport di altissimo livello e sono quindi costretti a vivere lunghi periodi di separazione per allenamenti e gare. Nonostante questo, lui ha sempre dimostrato di riuscire a gestire il rapporto in maniera molto equilibrata.
Da ex corridore, è un vantaggio avere così tante informazioni – come ad esempio in tema di almentazioe – perché non si deve pensare oppure diventa un’aggravante?
Dal mio punto di vista entrano in gioco anche problematiche legate al rapporto con il cibo. Possono nascere durante l’adolescenza e accompagnarti per tutta la vita. Se, nei momenti di difficoltà, hai imparato a trovare conforto nel cibo, è chiaro che seguire rigidamente un’alimentazione può diventare un peso. Se la analizziamo in maniera puramente funzionale, il cibo è benzina. Che tu mangi una bistecca o del pollo, sempre di proteine si parla. Se il tuo obiettivo è la prestazione, è giusto seguire il piano alimentare preparato dai nutrizionisti. Se però quella rigidità ti crea una tensione ulteriore e ti fa stare male, allora è meglio trovare un compromesso.
Come la gestiresti?
Parlandone con il nutrizionista, spiegargli quali sono anche le tue necessità mentali e trovare insieme una soluzione. Secondo me oggi i nutrizionisti più preparati comprendono questo genere di situazioni e sanno proporre delle alternative. Altrimenti rischi di sviluppare un senso di colpa. Arriva la sera, cedi e dici a te stesso: «Ho bisogno di un gelato, altrimenti non ci sto dentro». Se lo fai senza l’approvazione del nutrizionista magari ti senti in colpa, quando in realtà non hai fatto nulla di sbagliato. Se te lo dice lui vai sereno.


Abbiamo visto i corridori della Ineos mettere le braccia in una bacinella piena di acqua, ghiaccio per raffreddare il corpo e bagnare il body prima della cronometro, con finalità aerodinamiche e di termoregolazione. Ventiquattro ore dopo quel video aveva già superato i 13 milioni di visualizzazioni. Più che una domanda, Gian Paolo, vorremmo un tuo giudizio su tutto questo.
Dal punto di vista del corridore credo che, in quel momento, l’aspetto mediatico interessi davvero poco. Se mi dici di mettere le braccia dentro una bacinella, io lo faccio. Dal punto di vista della squadra, invece, capisco perfettamente questo tipo di ricerca. L’obiettivo è mantenere il corpo il più fresco possibile fino alla partenza. Nelle cronometro bisogna presentarsi con un certo anticipo, ricontrollare la bici e seguire tutta una procedura molto precisa. Se esistono sistemi che aiutano a mantenere bassa la temperatura corporea, è normale che vengano sperimentati. Siamo sempre nell’ambito dei marginal gain. Poi è chiaro che, quando inventi qualcosa di nuovo, quella pratica diventa anche marketing.
In che modo?
Finisce sui social, genera interesse e tutti iniziano a parlarne. Bisogna però capire quale sia il vantaggio reale. Magari, se tutta la squadra adotta quel sistema, può nascere anche un effetto positivo sul morale, perché hai la sensazione di fare qualcosa di diverso rispetto agli altri. Detto questo, ogni atleta vive queste situazioni in modo differente. Una cosa, però, mi sento di dirla: certi protocolli dovrebbero essere provati in allenamento, non introdotti direttamente in gara.
Quindi si può formalunizzare il corpo umano?
Secondo me questa è la direzione dello sport moderno. E non riguarda soltanto il ciclismo. Anche nel calcio gli allenamenti sono sempre più personalizzati. Tutti indossano GPS, cardiofrequenzimetri e raccolgono una quantità enorme di dati. Quello che, secondo me, una squadra e un allenatore dovrebbero fare è dare agli atleti gli strumenti per comprendere e gestire tutte queste informazioni. Ed è forse proprio questo il processo che oggi manca. L’atleta dovrebbe riuscire a capire il più possibile questi procedimenti, anche dal punto di vista tecnico.


Cioè?
Se hai una bici che ti garantisce una determinata prestazione, immaginate quanto potrebbe rendere se diventassi anche il collaudatore della tua bicicletta. Allo stesso modo dovresti diventare il collaudatore di te stesso. Dovresti capire quali dei sistemi che la squadra ti propone funzionano davvero su di te e quali, invece, funzionano meno. Bisognerebbe interiorizzare questi meccanismi. Capire cosa ti fa rendere meglio dal punto di vista dell’alimentazione, dell’allenamento e perfino della pressione degli pneumatici.
Dici che non lo sanno?
Se chiedete a un corridore quale sarà la pressione ideale delle gomme per una determinata gara, con asfalto asciutto, 38 gradi di temperatura dell’aria e 60 dell’asfalto, spesso non lo sa. E invece, in un’epoca in cui andiamo a cercare anche solo lo 0,5 per cento di gains, un dettaglio del genere diventa importante.
Insomma, la risposta finale è: cerchiamo di lavorare di più sugli atleti?
Esatto. Il problema è che non c’è tempo. Siamo talmente concentrati ad aumentare il carico di allenamento, i grammi di carboidrati assunti ogni ora e tutti gli altri aspetti della prestazione che ci dimentichiamo di una cosa fondamentale: l’atleta deve interiorizzare questi procedimenti. Altrimenti il rischio è quello di perdere degli atleti per strada.