BARCELLONA (Spagna) – Qualche giorno fa con Daniele Bennati abbiamo parlato dei fondamentali del ciclismo. Fare il buco è uno di quelli. Solo che certi buchi di solito si fanno quando parte una fuga oppure durante una volata di gruppo, qualora il leadout abbia un certo margine. Ma su uno strappo così intenso e breve, tra gente che si sta giocando il Tour de France e con la possibilità di mettere nel mezzo un paio di secondi preziosi, non te lo aspetti. Per farlo ci vuole giusto Tadej Pogacar.
Se Isaac Del Toro affonda il colpo, il resto dello sprint lo gestisce tutto il campione del mondo. Segue, controlla, rilancia, si allarga, lascia andare il compagno e infine trova anche il tempo di raggiungerlo e festeggiare. Ah, tutte queste azioni le ha fatte nell’arco di dieci secondi. Mentre gli altri erano in apnea. E forse, in quel momento, non sapevano neanche come si chiamassero.


UAE padrona, Tadej leader
Appena si entra nel circuito del Montjuic, la UAE Emirates prende in mano la corsa e inizia a frantumare il gruppo. Dietro c’è uno sparpaglio mostruoso, che dalla televisione è impossibile vedere. I corridori passano a minuti gli uni dagli altri e spesso sono da soli. Purtroppo, tra gli staccati e in solitudine, al suono della campana c’è anche Antonio Tiberi. Ieri bravissimo e oggi a 5’44” da Del Toro.
Dicevamo, la UAE prende in mano la corsa, la distrugge, ma non affonda il colpo. Tutti si aspettavano la botta di Pogacar sul penultimo strappo. Ma questa non è arrivata. Gli uomini della UAE hanno fatto tutto nel finale. E McNulty, soprattutto, aveva iniziato a tirare già prima dell’ingresso a Barcellona.
«McNulty è l’MVP del giorno – dice un Matxin al limite della commozione – è stata una giornata fantastica. Le cose sono andate come volevamo. Non pensavamo di prendere la maglia gialla e neanche di non prenderla… Oggi volevamo vincere la tappa.
«In questo momento davvero mi godo la vittoria e i ragazzi. Sono stati tutti bravissimi. Guardate come si abbracciano. E Tadej oggi ha dimostrato di essere un vero leader. Perché è, tra virgolette, facile prendere tutti campioni, ma poi è cosa diversa renderli una famiglia. E loro lo sono. Si aiutano tutti come fratelli».
In effetti tutti si abbracciano. Pogacar stesso, mentre fa il defaticamento, appare quasi più contento del successo di Del Toro che di un proprio trionfo. Lo dimostra da come gioca con i tifosi messicani e da come ha abbracciato Del Toro dopo l’arrivo.
Eppure non proprio tutto è andato come volevano. C’è stato un piccolo brivido durante la tappa. E ha riguardato proprio Del Toro. Matxin ci ha raccontato che a un certo punto si è toccato con un altro corridore e con una macchina. Nel caos della corsa e con la folla a bordo strada non lo avevano visto. Per questo ha dovuto attendere la seconda ammiraglia, perdendo tempo prezioso.






Del Toro sogna
«E’ stato un momento intenso nel finale – ha detto Del Toro, sempre molto stringato quando ha il microfono sotto al mento – Ho cercato di fare al meglio il mio lavoro e poi è successo quello che è successo, con Tadej che mi ha lasciato andare. E lo ringrazio. Con una squadra così è stupendo correre».
Del Toro racconta lo sprint nel dettaglio. Spiega come l’attacco di Skjelmose abbia allungato il gruppo. Di come gli sia passato sulla destra. Che per un attimo, con il danese in mezzo, non avesse visto Tadej. Ma appena lo ha ritrovato con la coda dell’occhio abbia ripreso a spingere. E aggiunge: «Era previsto di fare forte tutta la discesa finale e non solo la salita. E poi spingere a fondo».
«Il gesto di Tadej non era del tutto previsto. Siamo al Tour e siamo qui per lui, ma quando un campione fa queste cose ti rendi conto ancora di più di quanto sia grande. Per me è tutto davvero bello. Sto vivendo un sogno. Anche tutti questi messicani a bordo strada… Sono l’unico della mia Nazione in gruppo, pertanto sono tutti per me. Voglio ricambiarli al meglio. La comunità messicana è immensa veramente. Anche più di quella slovena. Probabilmente in Spagna ce ne sono molti. E il loro tifo è super caloroso. Anzi, caliente.
«Che cosa rappresenta questa vittoria? È incredibile. È qualcosa che ricorderò per tutto il resto della mia vita».
La pressione c’è. E stamattina si percepiva anche in partenza. E anche se non lo ammette nessuno c’è anche tra i big: Vingegaard, lo stesso Pogacar, Evenepoel. Seixas, per esempio, prima del via era andato nel panico perché la guarnitura non trasmetteva il segnale al computerino.
Oppure la questione raffreddamento corporeo. Tutti avevano il ghiaccio dietro la schiena e altro ne chiedevano a meccanici e massaggiatori per abbassare la temperatura. Ma lo facevano con un misto di tensione e paura di sbagliare qualcosa. Come se i loro corpi fossero ormai delle Formula 1. Con l’idea che se sbagli mezza regolazione, salta tutto.


Maglia sì, maglia no
Come all’inizio di ogni Grande Giro emerge il discorso sul tenere la maglia di leader e tutto quello che comporta: interviste, controlli, meno tempo per recuperare. Oppure lasciarla andare? Si dice che la UAE non abbia voluto lanciare Pogacar prima per non fargli prendere la maglia a pois. E le maglie devono comunque passare in mixed zone. Certo, giocoforza Del Toro ha preso la bianca e la verde. Ma almeno non deve attendere la conferenza stampa, che è quella che arriva per ultima.
Al contrario Vingegaard fa buon viso a cattivo gioco. O forse buon viso a buon gioco. «Ho già detto ieri – ha spiegato il danese – che ogni giorno che passo con questa maglia sulle spalle è un buon giorno. E il sogno è tenerla il più a lungo possibile. Di oggi sono comunque soddisfatto. Queste non sono le mie salite. Richiedono sforzi anaerobici che non sono il mio punto di forza. Semmai forse dovevo essere un po’ più pronto alla loro accelerazione. Ma in ogni caso le sensazioni sono buone».
Per ora la UAE resta guardinga. Sa che i suoi ragazzi stanno bene. Che sono compatti e che la classifica è cortissima. Pogacar e Del Toro sono pronti a mordere. Per dire: noi eravamo a bordo strada e dopo il suono della campana tutti erano col collo tirato, loro due erano affiancati e parlottavano. Dalla loro hanno la leggerezza di non avere obblighi rispetto alla corsa. In poche parole, senza maglia gialla non spetta a loro controllarla. In ogni caso da domani si sale già sui Pirenei. Non è un arrivo impossibile, ma con questi due corridori è lecito attendersi davvero di tutto.