Il 23 aprile 2017, giorno dopo la sua morte, il gruppo di fermò per rendere omaggio a Scarponi

EDITORIALE / Le strade di morte, l’indifferenza

22.06.2026
4 min
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Ci sarebbe davvero tanta carne al fuoco. Il ciclismo degli ultimi sette giorni brilla di nomi e imprese, ma è tenuto a faccia in giù nella polvere dalla strage sulle strade. Non so perché, ma da quando ieri sera ho iniziato a pensare a questo editoriale, nella testa è tornata la partenza della Liegi 2017, quando il gruppo si fermò all’indomani della morte di Scarponi (in apertura) e si sono messe anche a risuonare le parole di Generale, brano di Francesco de Gregori, riscritto qualche anno fa da Anastasio.

E un treno che partiva pieno e che tornava vuoto.

La mattina tremo quando dormo poco.

Sogno un cielo nero da cui piove fuoco.

E un filo spinato che mi avvolge piano.

E mi blocca, mi lacera, mi entra in bocca.

Mi soffoca, l’aria è tossica.

Come quando cadeva una bomba e aspettavo la prossima.

E la prossima, e la prossima, e la prossima.

Adele Cobelli aveva 14 anni e correva fra gli allievi in MTB nella ASD Bike Movement Trentino Erbe
Adele Cobelli aveva 14 anni e correva fra gli allievi in MTB nella ASD Bike Movement Trentino Erbe
Adele Cobelli aveva 14 anni e correva fra gli allievi in MTB nella ASD Bike Movement Trentino Erbe
Adele Cobelli aveva 14 anni e correva fra gli allievi in MTB nella ASD Bike Movement Trentino Erbe

Partire e non tornare

Mi basta socchiudere gli occhi per vederli uscire ogni giorno in bicicletta sulle solite strade. Li conosco tutti. Si preparano per il Tour, ma prima per i campionati italiani. Di mattina presto, visto il caldo, mi basta affacciarmi per vederli passare oppure mi capita di incrociarli quando sono fuori anche io con la mia bici. Fa paura pensare che alcuni non torneranno a casa. Penso alle parole della mamma di Scagliola e a cosa significhi, mentre tuo figlio è fuori che si allena, ricevere la chiamata dal numero di un amico che è con lui. 

Li vedo per terra, da soli. Circondati dagli amici, molto più spesso da soli. Abbandonati da chi se ne è reso conto ed è scappato. Come si può scappare? Come si può lasciare un essere umano a morire da solo sul ciglio di una strada e andarsene?

E’ vero, cerchiamo di restare obiettivi: cambia la vita anche di chi li investe e magari l’autista del camion della nettezza urbana che ha travolto il bimbo di Reggio Emilia sarà sprofondato in un inferno di cui non vede l’uscita.

“Disse Caino al Signore: «Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono. Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e dovrò nascondermi lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi ucciderà». Ma il Signore gli disse: «Ebbene, chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!». Il Signore impose a Caino un segno, perché nessuno, incontrandolo, lo colpisse. Adamo di nuovo conobbe sua moglie, che partorì un figlio e lo chiamò Set. «Perché – disse – Dio mi ha concesso un’altra discendenza al posto di Abele, poiché Caino l’ha ucciso»”. (Genesi, 4-15).

Può accadere per una fatalità e non potevi farci nulla. Spesso però è una scelta: quella di guardare il telefono, di non rallentare su strade troppo strette, di non vederli col cuore ma col distacco di un videogame. La giustizia sia senza vendetta: la punizione per il peccato non legittima l’eliminazione dell’omicida, ma occorre che si faccia qualcosa. Le strade non possono essere lo scenario di una corrida.

Caino e Abele, fratelli contro: sulla strada dovremmo essere uguali, ma i numeri dicono altro (depositphotos.com)
Caino uccide Abele, fratelli contro fratello: sulle strade dovremmo essere uguali, ma i numeri dicono altro (depositphotos.com)
Caino uccide Abele, fratelli contro fratello: sulla strada dovremmo essere uguali, ma i numeri dicono altro (depositphotos.com)
Caino uccide Abele, fratelli contro fratello: sulle strade dovremmo essere uguali, ma i numeri dicono altro (depositphotos.com)

Le parole e i fatti

L’aria è tossica e davvero ho la sensazione di soffocare, pensando che dall’inizio dell’anno (in Italia) sono quasi cento quelli che si sono avviati lungo le solite strade e non hanno fatto ritorno. Il prossimo potrei essere io, potresti essere tu che leggi o un amico comune.

Avevamo appena finito di raccontare il pericolo scampato da Gabriele Scagliola sulle strade del suo Piemonte, quando sono arrivate in rapida successione le notizie della morte di Joele Nathan Malvasi, 11 anni. Di Adele Cobelli, 14 anni, coinvolta in uno scontro come quello di Scagliola. E poche ore dopo quelle di Mirela Nicoletta Rusu, 41 anni, che sulla bici andava per stare bene e in compagnia. 

Nelle stesse ore, Lorenzo Finn vinceva il Giro Next Gen. Enrico Balliana diventava campione italiano degli juniores. Pogacar stracciava tutti al Tour de Suisse. Lipowitz duellava con Pellizzari in Slovenia. Non so come si faccia a fermare una guerra, gestisco a malapena le dinamiche domestiche. Annullare i campionati italiani servirebbe a poco, ritardarli di cinque minuti con uno striscione davanti farebbe parlare, come pure portare in Parlamento l’emergenza e farne un’interrogazione parlamentare, ma a cosa servono le parole se poi non arrivano i fatti?

«Credo sia arrivato il momento – ha detto il presidente FCI Dagnoni – di far sentire forte un grido d’allarme. Da presidente della Federazione Ciclistica Italiana mi rivolgo alle Istituzioni affinché si passi finalmente dalle parole ai fatti, adottando misure concrete per mettere fine a questa carneficina sulle nostre strade. Il nostro movimento continua a pagare un prezzo altissimo: oltre all’immenso dolore per ogni vita spezzata, siamo sempre più penalizzati dall’aumento dei costi assicurativi e, soprattutto, dalle conseguenze sull’attività di promozione giovanile. La sicurezza di chi va in bicicletta deve diventare una priorità assoluta (su strada, ma anche in gara, ci sentiamo di aggiungere, ndr)».

Si è parlato di manifestazioni, lo abbiamo fatto anche noi, ma nella gente che ogni giorno pedala riconosciamo la rassegnazione di un popolo inerme. Mentre chi dovrebbe tutelarlo facendo rispettare le leggi è impegnato in altre battaglie. Sarà dura da accettare, caro presidente Dagnoni, ma al pari dell’indifferenza mostrata per la morte di Giovanni Iannelli, la sensazione è che dei ciclisti morti sulle strade a chi ci governa non gliene importi proprio niente.