«E’ molto difficile descrivere il primo pensiero di una mamma quando riceve la telefonata di un compagno di allenamento di suo figlio – la voce tradisce l’emozione – perché quando vede quel nome capisce immediatamente che qualcosa non va. La prima sensazione, il primo pensiero, quando sono arrivata sul posto, sapendo che Gabriele era ancora vivo, era comprendere in che stato fosse. Che fosse vigile e presente, poi tutto il resto si sarebbe aggiustato. Avevo intorno i quattro ragazzi che si erano allenati con lui ed erano spaventatissimi, però erano molto presenti a se stessi. Ho capito che anche per loro era stato uno shock.
«Sono bellissimi i ragazzi. Ho pensato a tutti quanti i ragazzi che vanno su strada e che sono fondamentalmente nudi, non hanno nulla che li protegga. Sono in balia degli eventi, sono in balia di noi che guidiamo una macchina, un camion, un mezzo motorizzato. Quindi dobbiamo stare veramente attenti. All’inizio avevo tanta rabbia contro la signora che ha investito Gabriele, ma alla fine ci ho pensato a mente fredda. Un attimo di distrazione può costare la vita di chiunque vada in bici, ma può anche costare il futuro a chi lo investe».
Lei si chiama Angela ed è la mamma di Gabriele Scagliola, corridore U23 della Lidl-Trek Future Racing. Martedì scorso, mentre si allenava sulle colline vicino casa, c’è mancato poco che morisse, travolto da un’auto. Questo articolo vuole essere un racconto e anche un monito, affinché la sua esperienza serva ad aprire gli occhi e dare un volto e uno sguardo ai tanti ciclisti che ogni giorno inspiegabilmente rischiano la vita sulla strada e vengono guardati con fastidio, come fossero birilli da schivare, senza considerare che sono figlie, figli, mogli e mariti. Sono persone e tanti di loro non ci sono ormai più.


Una svolta all’improvviso
Erano le 11,30 circa del mattino di un giorno come tanti, quando Gabriele stava scendendo dopo aver fatto dei lavori sul Colle Braida da Giaveno. La zona è tranquilla, il traffico è poco, difficile immaginare quanto stesse per accadere.
«Mi ero appena fermato a prendere l’acqua – racconta – e stavo tornando dagli altri ragazzi con cui mi stavo allenando. Sono uscito da una curva, quindi c’era anche visibilità. C’era una specie di rettilineo con delle semicurve, ma comunque c’era visibilità e ho visto una macchina che saliva. Il tempo di incrociarci e lei ha girato di colpo verso sinistra, per prendere una stradina alla mia destra. Ha girato e basta, tagliandomi la strada. Io avevo la precedenza, ma non ho avuto il tempo di frenare e sono finito contro l’auto».
Quasi un frontale contro lo spigolo e poi un volo sul parabrezza dell’auto azzurra. Gabriele aveva la precedenza, ma la signora ha comunque svoltato. Una dinamica simile a quella che costò la vita a Scarponi e che, in quelle stesse zone, costò una gamba a Marco Pantani.
Analizzando i dati del Garmin, i Carabinieri hanno stabilito che Gabriele andasse a meno di 50 all’ora. Ma come dice sua madre, il ciclista è nudo e l’impatto è stato violento.






Il braccio penzoloni
«La signora si è fermata – prosegue Gabriele – e sul momento si è mostrata abbastanza disponibile, ma era sotto shock. C’erano delle altre persone che hanno visto e si sono fermate. Poi è arrivata la prima ambulanza, ma non è stato in grado di soccorrermi. Quindi è arrivata la seconda con il personale autorizzato a somministrare antidolorifici per immobilizzarmi. Purtroppo non ho mai perso conoscenza e ho visto bene che il braccio penzolava, sembrava attaccato con lo scotch. Sono stato vigile fino all’ospedale, con addosso un senso di rassegnazione.
«A terra e pieno di sangue ho ringraziato di essere ancora vivo, ma ho capito di aver perso tutto. Avevo la maturità e poi il 27 giugno sarei dovuto andare a correre l’italiano con i professionisti per aiutare Milan sulle strade del mio Piemonte. Lei a un certo punto ha detto qualcosa. Ha detto che dovevo andare piano. La prima cosa che ha detto è che noi ciclisti dobbiamo andare piano».


L’attenzione del cuore
Angela ha la voce ferma, ma è scossa e le servirà del tempo perché la paura passi. Ha parole profonde che lasciano il segno, ha la capacità di andare oltre che dovrebbe guidare le azioni di chiunque si definisca un essere umano.
«Quando c’è qualcuno in bici – dice – bisogna prestare attenzione, avere cura di quella persona. Perché può essere un fratello, un papà, una mamma, una sorella. Bisogna avere non soltanto l’attenzione visiva, ma anche quella del cuore. Perché altrimenti, se non parte quella, non parte neppure quella percettiva. Ci stiamo veramente imbrutendo, siamo troppo arrabbiati, troppo frettolosi. Troppo di tutto questo e sulla strada lo paghiamo con la disattenzione e con la vita di chi investiamo.
«Noi ora pagheremo le conseguenze di quanto è successo a Gabriele. Avrebbe avuto la maturità. Non farà gli italiani con la WorldTour, che sarebbe stata una grande opportunità. Avrebbe fatto il Tour de l’Avenir a fine agosto. Stava crescendo e si stava impegnando per realizzare il suo sogno che è stato solo momentaneamente interrotto. Però siate attenti perché infrangere i sogni e interrompere una vita è un soffio. E’ un atto indicibile e bisogna pensarci. Io sono felice di sapere che lunedì Gabriele comincerà la riabilitazione. E spero che a ottobre, lo spero per lui, sia di nuovo su strada e in gara… ».


Il senso di insicurezza
Gabriele sorride, malgrado sia incerottato e dolorante. Ha pubblicato una foto su Instagram, ma quando ci mostra quelle dell’auto e della bicicletta, è inevitabile essere percorsi da un brivido.
«Dopo l’operazione – dice – mi sento come se mi avessero preso a calci. Non mi hanno ingessato, ho una vite all’interno e una prognosi di sessanta giorni che con il medico della squadra proveremo a ridurre, magari anche con i rulli in casa. Giovedì e venerdì avrei avuto le prove scritte della maturità. Sicuramente le recupererò, non so ancora quando. Con la scuola e con il referto dell’ospedale abbiamo avviato le procedure. Mi resta il senso di insicurezza, che spero passi. Da queste parti si rischia ogni volta che si esce in bici, c’è spesso da discutere con gli automobilisti, non esiste più una convivenza civile.
«Posso capire il gruppo che occupa la strada e può dare fastidio, ma viviamo in un paesino di 3.000 abitanti in Val di Susa, dove la vita è molto più tranquilla rispetto alla città, quindi non ci sarebbe nessun motivo di correre in macchina. Invece capita spesso di discutere. Forse la gente pensa che siamo lì per giocare, mentre loro stanno lavorando quindi hanno il diritto di passare a qualunque costo».


Il corridore si rialza
Il corridore cade e si rialza. Se il corridore non si rialza, allora è successo qualcosa di brutto. Come Casartelli, Scarponi, Giovanni Iannelli, come Sara Piffer, Matteo Lorenzi, come Silvia Piccini e Giuseppe Milone. Come mia zia Sandra e come il piccolo Joele, 11 anni, ucciso ieri da un camion a Reggio Emilia davanti ai fratelli, mentre si godeva pedalando i primi giorni di inizio estate.
«Sono contenta che Gabriele potrà tornare – dice Angela – però rimarrà sempre questo tarlo nel mio cervello, questa ombra nel cuore. Perché ogni volta che uscirà, io avrò paura. Ogni volta che farà una discesa, io avrò paura. Ogni volta che mi dirà: “Ciao mamma, vado ad allenarmi”, quelle tre, quattro, cinque ore per me saranno un incubo. E’ questo che lascia un incidente di questo genere. La paura di non vederlo più tornare, è questo il messaggio che deve passare.
«Bisogna stare attenti sulla strada. Perché i nostri ragazzi, i nostri mariti e le persone che vanno in bici, che siano donne, uomini, mogli e sorelle, comunque sono nudi e bisogna assolutamente proteggerli e stare molto, ma molto attenti. Molto attenti».