Col de Sarenne l’ultima sfida prima di Parigi. Aru ricorda…

23.06.2026
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E’ l’ultima grande salita del Tour de France e promette di essere decisiva. Selvaggia, dura, ricca di tornanti e rampe che mordono. Stiamo parlando del Col de Sarenne, il versante meno conosciuto che conduce all’Alpe d’Huez e che sarà protagonista del gran finale della Grande Boucle. Per due giorni consecutivi infatti il Tour arriverà sull’Alpe: il venerdì attraverso la salita classica, il sabato passando proprio dal Sarenne.

A raccontarci questa ascesa è Fabio Aru, uno che quelle strade le conosce bene. Il Cavaliere dei Quattro Mori fu tra i protagonisti quel 10 giugno 2017, quando il Col de Sarenne venne affrontato nella penultima tappa dell’allora Delfinato, oggi Tour d’Auvregne-Rhone Alpes. Quel giorno il sardo concluse appena dietro Alberto Contador e subito davanti a Chris Froome, mentre in testa Peter Kennaugh riuscì a precedere Romain Bardet.

«Ogni giorno c’era grande bagarre. Ma così era: il Delfinato era un passaggio consueto per il Tour, c’erano tanti nomi importanti», ricorda Aru.

Prima di ascoltare i ricordi di Aru, vale la pena osservare da vicino i numeri di questa salita. Siamo nel cuore dell’Oisans, nelle Alpi francesi della Savoia. Da una parte scorrono le acque del Ferrand, dall’altra quelle del torrente Nou, entrambi affluenti della Romanche. Poco più a Nord nasce invece la Sarenne, alimentata dall’omonimo ghiacciaio ben conosciuto dagli sciatori dell’Alpe d’Huez.

Hors Categorie senza tregua

L’ascesa prende il via dal Lac du Chambon e misura 12,8 chilometri per un dislivello totale di 958 metri. La pendenza media si attesta al 7,3 per cento, ma il dato non racconta fino in fondo la sua durezza.

Dopo pochi chilometri si incontra infatti un tratto di 1,2 chilometri all’11 per cento, distribuito lungo tre tornanti. Una vera impennata che porta fino a Mizoen. Qui c’è addirittura una breve discesa di poco più di un chilometro. Un tratto che concede un attimo di respiro prima che inizi la seconda, tremenda, parte della scalata, quella che conduce al colle vero e proprio. Ma già questi primi 1.200 metri diranno molto agli atleti, considerando anche il fatto che si viene dalla lunga discesa del Galibier. E ovviamente dalla sua scalata.

Questo secondo segmento misura 10,6 chilometri e oltre 820 metri di dislivello da affrontare. A parte un breve falsopiano tra Clavans-le-Bas e Clavans-le-Haut, due borghi microscopici con case di pietra e tetti in ardesia, lungo circa 1,4 chilometri al 2 per cento, la strada non scende quasi mai sotto il 7 per cento di pendenza media e si impenna spesso oltre il 10 per cento.

Gli ultimi quattro chilometri rappresentano il cuore della sfida. Dieci tornanti si susseguono senza sosta lungo una pendenza compresa tra il 9 e il 10 per cento. Un tratto che può essere definito senza esagerazioni dantesco, reso ancora più spettacolare dai panorami che si aprono sul Plateau d’Emparis e sulle cime del Massiccio degli Écrins.

Il Col de Sarenne viene raggiunto a 1.999 metri di quota, soltanto un metro sotto la soglia simbolica dei duemila. Tra l’altro c’è anche un disputa circa la sua quota: fino a qualche anno fa alcuni dicevano fosse 2.009 metri 10 metri in più.

Dal punto di vista ciclistico la salita ha una caratteristica molto particolare: l’irregolarità. Lungo il percorso si incontrano continui cambi di ritmo, brevi avvallamenti in cemento e passaggi dove l’acqua attraversa la carreggiata. La strada è talmente secondaria che in alcuni punti mancano perfino quei piccoli ponti che normalmente si trovano sulle strade di montagna. E’ proprio questa natura ruvida e imprevedibile a rendere il Sarenne così affascinante.

Col de Sarenne
Una veduta panoramica che rende l’idea di quanto sia selvaggia questa salita. Alcuni gruppi animalisti si sono opposti a che ci transitasse il Tour (foto Climbifinder)
Col de Sarenne
Una veduta panoramica che rende l’idea di quanto sia selvaggia questa salita. Alcuni gruppi animalisti si sono opposti a che ci transitasse il Tour (foto Climbifinder)

Un po’ di storia

Anche la storia della strada del Col de Sarenne è particolare. Il collegamento tra l’Alpe d’Huez e il colle venne realizzato negli anni ’60, contemporaneamente alla costruzione del Tunnel del Pic Blanc, sempre nella zona dell’Alpe. In origine la strada, per meglio dire la mulattiera-sentiero, attraversava il sito archeologico di Brandes, ma nel 1967 il tracciato venne modificato grazie alla costruzione della strada dell’altiporto dell’Alpe d’Huez. In quello stesso anno il Sarenne trovò sbocco proprio grazie al prolungamento della sua strada proprio fino all’altiporto. Sostanzialmente si trattava del segmento ondulato che porta dal valico all’All’Alpe e che si snoda nella valle del Ferrand. Era il 1968 e il Col de Sarenne era così ultimato.

Già allora qualche avventuriero iniziò a passarci con la bici da corsa e la notizia non sfuggì all’orecchio dell’allora direttore del Tour, Jacques Goddet. Ma i tempi erano troppo acerbi. Era l’epoca in cui si passava definitivamente all’asfalto. Per certe sfide in sterrato era troppo presto, in fin dei conti si usciva dall’era delle strade bianche e non era un obiettivo portare il ciclismo su certi fondi. Anzi… E il Sarenne stesso era inteso più come una strada di servizio che un valico vero e proprio.

E a proposito di asfalto, anche qui c’è una storia curiosa. Fino all’inizio degli anni ’80 diversi chilometri erano ancora sterrati. Il passaggio definitivo a strada asfaltata risale al 1988. La curiosità riguarda proprio il colore dell’asfalto. Gran parte del versante che scende verso Huez ricade nel territorio comunale di Le Freney d’Oisans. Quando si trattò di autorizzare i lavori, il sindaco pretese che la strada fosse rossa. La richiesta venne accolta utilizzando ghiaia e bitume di quella tonalità. Ancora oggi, nonostante le numerose riparazioni effettuate negli anni, si possono notare alcune tracce di quel caratteristico rivestimento.

Parola ad Aru

E poi c’è Fabio Aru. Di quella giornata al Delfinato non conserva ricordi particolarmente dettagliati, soprattutto perché era completamente concentrato sulla corsa e sulla prestazione. E il Sarenne non era neanche una salita abituale dei suoi ritiri in quota quando era al Sestriere.

«Una cosa che ricordo bene però – dice Aru – è il grande caldo di quel giorno. Da quelle parti, specie nel periodo del Tour il caldo si sente davvero e può essere un fattore determinante al pari della pendenza. Tra l’altro quella salita era tutta esposta al sole.

«Quella zona delle Alpi la conosco bene. Così come il Col du Galibier che viene prima. E la conosco anche perché a volte ci andavo in vacanza direttamente dalla Sardegna quando ero piccolo. Successivamente ci sono tornato per i ritiri a Sestriere e ci sono passato per tante corse. E ripeto che il caldo può essere influente. Sono salite lunghe, importanti, storiche. E pedalarci è sempre un piacere oltre che duro».

Infine l’analisi tecnica del Sarenne: «Si tratta di una salita irregolare e questa finisce per favorire chi ha più gamba. E lo fa soprattutto nei tratti meno duri. Sono quelli infatti i punti in cui chi ne ha riesce a fare più velocità. Tante volte nelle salite dure i distacchi sono meno ampi di quelli che si pensa. Mentre nelle salite irregolari o più pedalabili tante volte si creano gap maggiori. Una salita così può cambiare tutto. Poi ovviamente dipenderà dai distacchi, ma può ribaltare anche un intero Tour de France, tanto più che arriva all’ultimo giorno di corsa vera e tutti saranno stanchi».