Dalla moto al Processo, poi dagli uomini alle donne e a breve gli under 23. L’avventura in rosa di Giada Borgato non si ferma ancora, ma il passaggio dalla moto allo studio non ci è parso di poco conto. Chi è in corsa osserva dal vivo, pizzica, annota e racconta. Chi è in studio osserva dalla televisione, ascolta il commento e poi estrapola il tema da approfondire. Il Processo alla Tappa non è più quello delle origini, in cui si cercava il dibattito e si finiva spesso nel contenzioso. Difficilmente gli ospiti si ritrovano con le spalle al muro. In quel ruolo si è trovata meglio Borgato, in quali panni si è divertita di più?
«Sono due cose talmente differenti – dice Borgato soppesando le parole – che è anche difficile paragonarle. Con la moto sei in cronaca, quindi nel vivo della corsa, hai a che fare direttamente con i corridori piuttosto che con i direttori. In qualche mattina c’è anche l’adrenalina e alcuni momenti sono anche pericolosi. Mentre a fare il Processo o anche Giro Mattina, sei un po’ più distaccato. Si vive poco la corsa, dato che andiamo sempre agli arrivi. Si aspetta la corsa nella redazione, ma devo dirmi che mi sono divertita anche in questo nuovo ruolo».


Che cosa hai pensato quando ti hanno proposto di cambiare?
Sono stata contenta, avevo voglia di provare questa esperienza, che è totalmente diversa. Avevo qualche esperienza di studio, per commentare qualche corsa, però mai per 21 giorni come al Giro. Ho imparato cose nuove, perché ci sono tempi diversi e non puoi parlare tanto come faresti in telecronaca, che è un mio difetto. E sono anche contenta di non aver fatto la moto, altrimenti sarei arrivata al Giro Women parecchio finita.
Con la moto sei effettivamente nel vivo della corsa oppure è sempre più difficile entrare?
Ecco, questo è un altro punto. Ci sono così tante telecamere in corsa – fa notare Borgato – che per entrare nel vivo dobbiamo aspettare il nostro turno, perciò tante cose le vedete meglio da casa. Se ad esempio c’è una caduta, la telecamera ci arriva prima. Se in salita si rompe il gruppo, prima di arrivare nuovamente sulla testa passa un’eternità. Diciamo che la moto è bella e utile, ma credo che dieci anni fa lo fosse di più. Detto questo, Rizzato quest’anno ha dovuto fare gli straordinari, perché ha coperto anche il mia posizione, ma alla fine si è visto che anche con una sola moto si riesce a fare un bel lavoro.
Come vi eravate organizzati al Processo: compiti suddivisi, ruoli diversi o cosa?
C’era Alessandro (Fabretti, ndr) che doveva gestire il traffico e faceva le domande. Noi dovevamo discutere e sviluppare. La parola d’ordine era questa: sviluppare. Arrivavamo con una scaletta, che avevamo preparato durante il giorno seguendo la tappa. Quando vedevamo qualcosa di particolare, prendevamo nota e poi al Processo la sviluppavamo. Nelle tappe pianeggianti in cui c’era meno da dire, magari abbiamo parlato anche di altri temi. Ad esempio i budget delle squadre e altri spunti. Tra me e Silvio (Martinello, ndr)i ruoli erano apertissimi, senza una divisione di ambiti.


Come si racconta il Giro di Vingegaard, vinto quasi prima che partissero?
Silvio ha sottolineato più di una volta il fatto che dietro a Vingegaard ci fosse un buco, ma questo non significava che alle sue spalle ci fossero dei corridori non all’altezza. La verità è che Jonas era di un altro livello, ma gli altri hanno espresso dei valori comunque eccezionali. Lui è venuto qua come Pogacar e quando ci sono questi qua purtroppo non puoi farci niente. Anche Silvio a un certo punto si è chiesto perché nessuno abbia provato a contrastarlo e la risposta è sempre stata che era impossibile, perché li avrebbe mandati tutti fuori giri e per qualcuno avrebbe significato perdere il podio.
A proposito di sviluppi, che cosa hai pensato nella tappa di Milano?
Quel giorno non abbiamo avuto modo di pianificare molto in redazione – ricorda Giada Borgato – dato che è successo tutto molto velocemente. Abbiamo detto quello che ci sentivamo di dire, fra l’altro quel giorno è venuto anche Caruso e l’abbiamo messo un po’ in mezzo. Avevo chiesto io a Damiano di venire e quando è arrivato ho pensato: “L’ho chiamato nel giorno sbagliato”. E’ sempre delicato quando prendi il corridore in mezzo queste situazioni…
La tua opinione?
Io mi sono schierata dicendo che era stato brutto vedere la neutralizzazione a 16 chilometri dal traguardo, su un circuito che avrà avuto dei difetti, però non era neanche tra i più brutti che si sono visti. Senza dubbio qualcosa c’era, anche Damiano ha detto che in alcuni punti era al limite. Quindi secondo me ci stava la neutralizzazione ai meno 5 magari allungandola ai meno 8, ma che addirittura la maglia rosa chiedesse di neutralizzare un giro in modo così plateale, mi è parso troppo.


Tu hai corso e si ha spesso la sensazione che dell’opinione dei corridori importi poco: non trovi sia stato giusto che si siano fatti sentire?
Io cerco sempre di ascoltare i corridori, proprio perché sono stata una di loro. Se dicono che è al limite, non penso siano pazzi: qualcosa hanno visto. Però c’è anche da capire il resto, ad esempio quanta voglia avessero di spingere su un circuito. Se fossero arrivati dritti a Milano, non ci sarebbero stati i problemi. Probabilmente quel giorno non si sono sentiti di rischiare e forse hanno esagerato. Cerco sempre di sentire cosa dicono, però mi metto anche dalla parte degli organizzatori. Al Tour non sarebbe successo, al Giro invece si sentono un po’ più liberi di prendere certe posizioni.
Potendo scegliere, l’anno prossimo Giada Borgato rifarebbe il Processo o torneresti sulla moto?
Eh, bella domanda, forse rifarei il Processo. La qualità del commento in moto è completamente differente, devi dare delle pillole lasciando il commento più ampio ai commentatori. In realtà, se potessi scegliere, vorrei fare la cronaca, perché comunque a me piace chiacchierare e, quando vedo le cose, mi piacerebbe dirle. Al Giro Women mi sono molto divertita anche per questo, vedremo come andrà al Next Gen.