SALUZZO (CN) – Una delle tappe più avvincenti mai viste nella storia del Giro Women. Quello che ci ha privato ieri la slavina del Finestre, ce lo ha regalato oggi l’ultima frazione partita e conclusa a Saluzzo con tutti i rilievi delle sue valli. Longo Borghini mette il proprio sigillo sul traguardo facendo esplodere di gioia i tifosi, mentre Vollering stravolge tutto portandosi a casa la maglia rosa sfilata a Van der Breggen.
Un percorso, quello della nona tappa, non facile, affrontato con piglio deciso dalle migliori della generale fin dalla prima asperità (Montoso, 9 chilometri al 9% medio) posizionata nel primo terzo di gara. In fondo alla discesa si ritrovano in otto e inizia la fase del tutte contro tutte. Niedermaier rompe gli indugi per prima (sarà maglia rosa virtuale per tanto tempo), seguita da Fisher-Black e Longo Borghini, mentre tra Van der Breggen e Vollering comincia una lunga guerra di nervi lasciando spazio al terzetto.
Sul “gpm” di Colletta di Brandello la leader della FDJ United Suez fiuta l’impresa, stacca la maglia rosa e piomba sulle fuggitive negli ultimi 30 chilometri. Dietro Van der Breggen affonda, vedendo svanire la vittoria del Giro all’ultima tappa proprio come un mese prima le era successo alla Vuelta.


L’emozione di Elisa
Al mattino nella zona dei bus avevamo scambiato un paio di battute con Longo Borghini e per come ormai la conosciamo l’avevamo vista concentrata, anche se non ci aveva fatto mancare né il suo solito sorriso né la sua proverbiale controbattuta. Abbiamo subito immaginato che ci avrebbe fatto divertire, che si sarebbe inventata qualcosa come nel suo stile.
Nel gabbiotto delle televisioni dopo il traguardo c’è Jacopo Mosca che, mentre osserva gli ultimi chilometri, sente che sua moglie sfreccerà davanti a noi esultando per la vittoria. Nello sprint a quattro con Vollering, Niedermaier e Fisher-Black (che le chiuderà alle spalle) non c’è storia. Elisa esce di prepotenza dalla ruota della neozelandese della Lidl-Trek e sfoga tutta la gioia e la frustrazione che ha in corpo. Il pianto liberatorio sul manubrio della bici, abbracciata da Jacopo, fa commuovere tutti assieme a lei.
«Non so cosa dire – racconta Longo Borghini in conferenza stampa ancora visibilmente emozionata dopo il lungo protocollo delle interviste – perché è un grande sogno aver vinto una tappa. Mi mancava vincere. E’ stato un periodo difficilissimo con un sacco di dubbi sulla mia forma. Vincere oggi era l’unica cosa che avevo in mente. Sul primo chilometro di Montoso ho visto Jacopo e gli ho detto che stavo bene, che volevo attaccare. Solo che farlo così presto è molto da… ignoranti (dice ridendo).


«Quando ho visto partire Niedermaier – continua – sono partita anch’io, tanto non avevo nulla da perdere. Chiudere settima, ventesima o quarta nella generale non mi cambiava niente. Quando ho capito che stava rientrando Vollering ho pensato che era meglio aspettarla e procedere assieme fino alla fine. Lei voleva vincere il Giro, io la tappa e a volte basta saper usare il cervello».
Elisa parla al microfono facendo pause, quasi stia ripercorrendo i momenti che in primavera l’hanno turbata. Ascoltarla diventa una lezione di umanità, dove ci concede uno scampolo dei suoi pensieri personali.
«Ora sono più leggera, ma ho passato giornate nei mesi scorsi nelle quali mi vestivo per uscire in bici e pensavo che sarei tornata a casa immediatamente. Nel mio piccolo faccio sacrifici ed è stato difficile arrivare fino a qui. Non voglio essere la numero uno per essere la numero uno perché i risultati restano tali. Voglio essere la numero uno perché mi esprimo in questo modo, al 100 per cento. Oggi sono felice anche di pagare da bere alle mie compagne. E ringrazio Jacopo che ha dovuto sopportare me e il mio cattivo umore per tre mesi. Anzi, meno male che è stato via tra gare e altura (sorride, ndr)».


Vollering e la sua rosa
Spesso Vollering ha mostrato qualche lacuna tattica a fronte delle sue grandi doti tecniche e fisiche. Nella FDJ United Suez sta scoprendo qualcosa di nuovo di lei e il ribaltone che le ha consentito di vincere il Giro Women è frutto di questo aspetto. Anche lei in conferenza stampa avrà un momento in cui la voce le si strozzerà in gola, fermandosi a parlare, avendo gli occhi lucidi e asciungadosi qualche lacrima di gioia.
«Ieri sera – spiega Demi – mi ripetevo come avrei potuto conquistare la maglia rosa. Le mie compagne mi hanno detto che loro ci credevano e che dovevo crederci anch’io. Da quel momento ho cambiato idea e ho pensato che avessero ragione. Mi sono detta che avrei dovuto provarci e che dovevo essere pronta anche a perdere tutto. Ho forzato sulla prima salita, ma non facevo la differenza. Non ho seguito le prime tre perché Anna non si è mossa, volevo che lavorasse lei.


«Poi – va avanti – quando nel mio gruppetto di inseguitrici ci siamo avvicinate alle fuggitive ho capito che avrei dovuto attaccare, avevo solo quella possibilità sull’ultima salita. Mi sono voltata e Anna non c’era più. A quel punto ho spinto al massimo e il rischio di perdere è diventata una vittoria. Dovevo dare tutto e l’ho fatto, era l’unica cosa che dovevo fare. Sono rientrata sul terzetto davanti e abbiamo collaborato. Dovevo guadagnare tempo, anche perché il ciclismo si decide su giochi tattici e mentali.
«Ho avuto una grande squadra – riconosce Vollering – con una Lauren Dickson che ha fatto un lavoro straordinario anche oggi finché è rimasta con me. Abbiamo dimostrato di essere molto unite e questa vittoria la devo condividere con loro. Merito anche del mio allenatore che ha saputo rinfrancarmi e stimolarmi dopo la giornata di ieri. Ero sfiduciata dopo non aver guadagnato tempo su Anna. Stamattina mi sono svegliata che volevo vincere, che volevo fare l’impresa. E così è stato».


Il piano della FDJ
Mentre Vollering firma le maglie rosa e azzurre (ha vinto anche la classifica delle scalatrici), c’è Stephen Delcourt, il general manager del team francese, che mitiga la gioia immensa per il Giro Women. Probabilmente si è già lasciato andare o lo farà più tardi, ma con lui ripercorriamo il dietro le quinte delle ultime ore che hanno portato al trionfo.
«Erano le nove di sera – ci risponde – e abbiamo lavorato principalmente sui molti dettagli mentali e psicologici. Ho detto a Demi che saremmo stati contenti per il secondo posto, ma eravamo qui con un obiettivo e con una formazione come la nostra dovevamo provarci. Alla squadra ho detto che tutte assieme dovevamo essere pronte al tutto o nulla, però che saremmo dovute andare a full gas. Loro mi hanno chiesto se credevo che fossimo alla Play Station (sorride, ndr).
«Ho ricordato a loro di Liegi – continua Delcourt – e se ci crediamo possiamo replicarci perché Demi non è un’atleta come un’altra. Hanno lavorato tutte. Guazzini, Wollaston, Kraak, Van Agt, poi Gery ha messo ulteriore pressione ed infine avevamo Dickson che era nella top 10. Lauren ha fatto un Giro Women pazzesco.
«Non ho avuto paura di perdere – analizza – anche quando il terzetto delle fuggitive avevano quasi due minuti e mezzo con Niedermaier virtuale vincitrice. Tutto ciò faceva parte del piano, anche se mi dicevano che non avremmo mai più vinto. Van der Breggen è stata forte tutta la settimana, dovevamo metterle pressione.


«Sull’ultima salita, Lars Boom ha detto a Demi di spingere a fondo, era il momento decisivo. Per noi questa vittoria vale tantissimo, non tanto per la vittoria in sé, ma per come l’abbiamo conquistata. Sono contento ed emozionato. Oggi abbiamo fatto capire a Demi e le altre ragazze che lo spirito di squadra e la convinzione nei propri mezzi può fare la differenza. Demi è una leader, è cresciuta tanto, ancora di più in altre caratteristiche».
E’ stato un Giro Women che non ci ha mai annoiato fin dalla prima tappa, quando la giuria è voluta diventare, suo malgrado, cattiva protagonista decretando l’esclusione di Wiebes per un’assurdità dopo tutto il cerimoniale di premiazione. Per fortuna che ci hanno pensato le atlete a regalarci emozioni, anche le italiane dei team continental che si sono messe in luce più di tante squadre WorldTour. Adesso possiamo salutare Saluzzo e i suoi coriandoli rosa.