ANDALO (TN) – Tre italiani, tre storie, tre fatiche, tre prospettive diverse. Damiano Caruso, terzo all’arrivo, che ha sognato di vincere. Gianmarco Garofoli, lo stesso sogno del siciliano, ma la resa è arrivata prima di immaginare una tattica per il finale. Infine Giulio Pellizzari, che si è staccato e ammette di aver pensato anche al ritiro, ma resta ancora qua.
Caruso, un giorno per sé
Caruso l’hanno assediato con la schiena contro le transenne e ha davanti tanti microfoni e il sorriso di chi è arrivato a un passo dal grande obiettivo e non sa se esserne contento o mangiarsi le mani. Nel giorno di riposo ci ha raccontato di essere arrivato al Giro per chiudere con un bel ricordo, al culmine di diciassette anni di storie e fatica, e la fuga chiusa con il terzo posto può essere considerata un buon inizio, ma non quello che si aspettava. Per questo dice che ci riproverà.


«Volevo un giorno da protagonista – racconta Caruso mentre da dietro le barriere lo incitano a riprovarci – oggi ho chiesto di provare, la squadra era d’accordissimo, anzi mi ha supportato ed è venuta fuori una bella giornata. Eravamo già stati protagonisti con nove tappe in maglia rosa, oggi ho corso per me. Spero a questo punto di avere ancora un briciolo di energie per vivere un’altra giornata come questa prima di Roma. Vi posso assicurare che la gamba non è delle migliori, ma anche che sono testardo e allora cerco di ignorare il mal di gambe».
Caruso racconta che non ci sono storie: quando si ritrovano in fuga sei corridori con energie pressoché identiche, per vincere basta scegliere l’attimo giusto e nessuno ce la fa a chiudere. Si spiega così l’affondo di Valgren, quando anche lui aveva provato per tre volte nel finale.
Garofoli e le Dolomiti
Garofoli arriva una trentina di secondi alle spalle di Caruso. C’era anche lui nella fuga che ha animato la tappa, ma quando all’inizio dell’ultima salita davanti hanno iniziato a menare le mani (Caruso ha attaccato per primo), lui si è staccato. Dice di essersi gestito nel miglior modo possibile per arrivare nel finale con più energie possibile, ma veramente è stata una tappa estremamente dura.
«Mancavano ancora 30 chilometri all’arrivo – sorride – mamma mia, dicevo: mancano ancora 30 chilometri. Chi mi porta fino ad Andalo? Però alla fine ce l’abbiamo fatta e anche se non è arrivato il risultato pieno, ho dato tutto me stesso. Questa era la tappa che avevo cerchiato, ma ero in fuga con gente molto forte. Sull’ultima salita ho cercato di inseguire a tutta, li vedevo lì davanti. Poi in discesa ho fatto due o tre curve chiudendo gli occhi cercando di non cadere, però la fatica è stata troppa. Mi resta una bella emozione e il ricordo di tanta fatica, è bello pedalare sulle strade del Giro d’Italia.«


«Difficile dire dove si peschino le energie dopo tanti giorni di gara – prosegue Garofoli – io credo che si vada avanti solo con la motivazione, solo tanta motivazione. Per questo penso che ci riproverò e il giorno potrebbe essere il tappone di venerdì, sperando che la maglia rosa sia di nuovo clemente. Sto scoprendo di essere molto più consapevole delle mie possibilità, credo di essere maturato. Ho avuto solo quattro settimane per prepararmi, pochi sanno che dopo la Strade Bianche ho avuto un infortunio che mi ha tenuto fermo per tre settimane. Ho iniziato il Giro che soffrivo e sto soffrendo ancora un po’. Non ho ancora trovato la condizione dei giorni migliori, però sicuramente voglio dare tutto me stesso».
Pellizzari, la resa scongiurata
Pellizzari è arrivato con Zana e Tarozzi, nelle retrovie in cui mai avrebbe immaginato di ritrovarsi a questo punto del Giro d’Italia. Non ha neppure provato a tenere duro e del resto l’aveva detto anche ieri che avrebbe cercato di prendersi due tappe cercando di recuperare.
«A dire il vero ho anche pensato di ritirarmi – dice a bassa voce – ci sono andato a tanto così. Quando? Subito, dall’inizio. Proprio non andavo, così mi sono staccato a 140 chilometri dall’arrivo, ma sono orgoglioso e non mi piace trovarmi in una situazione del genere».


Gli raccontiamo di una telefonata avuta in mattinata con Roberto Damiani, in cui il tecnico della Cofidis ha paragonato la sua crisi di ieri a quella di Cadel Evans a Passo Coe nel Giro del 2003, quando naufragò pur indossando la maglia rosa. Se la testa scopre di non poter contare sulle gambe che pensava di avere, il meccanismo perfetto va in crisi.
Pellizzari annuisce, quell’anno lui nasceva, tira su la lampo della mantellina e si avvia verso il pullman. Sta cercando Andrea, la sua compagna. Il Giro d’Italia si accinge a vivere le ultime quattro tappe: per alcuni saranno come l’avvicinamento dell’ultimo giorno di scuola, qualcun altro se ne andrà con il rammarico di non aver dato quel che poteva. Di certo sono tutti sfiniti nell’identico modo. Su questo, che siano i primi o anche gli ultimi, non ci sono proprio dubbi.