The Traka è nata nel 2019, e in pochissimi anni è diventata il “place to be” per tutto il mondo del gravel, europeo ma non solo. Una crescita, quella dell’evento spagnolo con base a Girona, che l’ha vista attrarre sempre più iscritti di ogni tipologia e livello.
Soprattutto nell’ultima edizione andata in scena tra il 29 aprile al 3 maggio abbiamo visto gareggiare anche moltissimi ex professionisti, da Romain Bardet ad Alejandro Valverde, dal campione dell’mtb Nino Schurter all’ex campione olimpico Van Avermaet.
Tra loro c’era anche Daniel Oss, oggi ambassador Specialized, che a Girona ha partecipato per la terza volta, cimentandosi nella distanza di 200 chilometri.
L’abbiamo contattato per farci raccontare cos’ha, di così, speciale, la The Traka per attrarre così tanti corridori d’élite.


Daniel, ormai sei quasi un veterano della Traka. Perché è così amata dagli ex professionisti?
Sicuramente oggi la Traka è diventata il posto dove tutti vogliono andare, un appuntamento da non mancare. Il perché non è semplice da dire, credo sia un insieme di diversi fattori. Dopo il Covid il gravel è esploso e Girona è riuscita a creare una community molto forte, dove trovi persone che sono sì competenti ma anche rilassate. Puoi trovare chi va per vincere e chi invece vuole solo vivere l’esperienza. E in generale nelle ultime edizioni è diventata sicuramente molto cool, quindi anche per questo molti ex professionisti vogliono esserci.
Cos’ha di speciale rispetto agli altri eventi gravel?
Secondo me la Traka riesce ancora a non essere soltanto una gara. C’è la classifica, certo, ma si respira ancora uno spirito aperto e goliardico. Ci sono le famiglie che vengono a seguire magari il papà che gareggia, gruppi di amici, e tanti amatori che poi corrono insieme agli élite. Credo che quest’atmosfera sia bellissima perché senti proprio che è un evento che tutti vivono in modo più naturale rispetto ad altri.


Ormai sembra che la distanza regina sia la 360, molto più lunga quindi del chilometraggio a cui i pro sono abituati. Come mai?
Nel gravel la distanza lunga è diventata quasi un simbolo, quello che lo differenzia dalla strada. All’Unbound tutti i più forti fanno la 200 miglia, che sono appunto 360 chilometri, quindi ci si è un po’ settati su quella distanza. Per molti è una sfida personale, qualcosa con cui misurarsi davvero, appunto perché da pro non capita mai, e i pro sono persone che hanno nel dna il trovare sempre nuove sfide.
Quanto è cambiata la gara negli ultimi anni?
E’ cambiata molto soprattutto dal punto di vista della professionalizzazione, del livello. Prima si vedevano più gruppi di amici, adesso invece arrivano squadre davvero strutturate con staff, mezzi e tattiche preparate nei dettagli. Di conseguenza anche il livello si è alzato tantissimo,vuoi anche per l’aspetto mediatico che è cresciuto sempre di più, e davanti si spinge davvero molto, molto più forte rispetto alle prime edizioni.


Raccontaci allora com’è andata la tua prima esperienza…
L’ho fatta come atleta di Specialized, ma da privatista diciamo, nel senso che ero da solo e mi sono arrangiato in tutto. Sono arrivato cavalcando l’onda della medaglia mondiale di qualche anno prima, al primo Mondiale di Cittadella. Pensavo fosse più vivibile dal punto di vista agonistico, invece ho visto subito che era proprio un livello altissimo. Quella volta ho fatto attorno al 20° posto, comunque restando sempre col gruppo dei primi, appunto perché avevo ancora quella gamba lì.
Invece quest’anno?
Da quest’anno anche il mio ruolo è cambiato, nel senso che ora sono sempre con Specialized ma più come ambassador che come atleta. Quindi ho fatto la 200 ma con un mood più da divertimento ed esperienza che da performance. Me la sono proprio goduta, pedalando per buona parte del percorso con Flecha, che ha 50 anni ma comunque anche lui era lì e va ancora forte. Dovessi dire la differenza è che gli anni scorsi la facevo in sei ore, quest’anno l’ho chiusa in più di sette. Quindi tutto un altro approccio, e va bene così.


Torniamo sulla particolarità di The Traka. Conta anche il territorio?
Conta molto la facilità ad andarci, perché è in Spagna, è un bel posto, anche la città di per sé è molto bella. E attorno ci sono chilometri e chilometri di strade bianche, e infatti ormai è diventata davvero uno dei centri del gravel mondiale. Poi come dicevo è un evento aperto a tutti, non solo una gara ma proprio un evento in generale. Ci sono dagli élite a chiunque voglia iscriversi, quindi rompe quel muro che c’è nel ciclismo su strada e secondo me questo crea un clima che anche gli ex pro apprezzano. Almeno, io sicuramente.
Quindi è questo il gravel per te oggi?
Per me è un modo per riscoprire la bici e vivere qualcosa di parallelo all’agonismo della strada, credo sia questo il suo segreto. Mi fa venire sempre voglia di pedalare senza la pressione del risultato, mi fa riscoprire proprio la bellezza di andare in bicicletta.
Daniel, ultima domanda. Quali sono i tuoi prossimi appuntamenti?
Nelle prossime settimane in realtà farò qualche granfondo, ma sempre con questo spirito. Però mi piacerebbe anche farmi qualche giro in gravel per conto mio, magari anche un viaggio in bikepacking. Alla fine quella resta la parte più divertente, andare in bici senza troppi schemi e godersi il viaggio.