Certi episodi rimangono dentro, mentre in noi lo scorrere del tempo scava una sensazione che pare essere neutrale al dolore che questi hanno causato, o magari solamente di freddo distacco. Quando però si torna a scoprire quella ferita, che ormai è diventata cicatrice, il dolore riemerge. Ripartire serve a ingannare la mente, quasi a costringerla a pensare che è tutto a posto, superato. Ma così non è, e noi questa sensazione la proviamo ogni volta che spunta il nome di Samuele Privitera.
Tale situazione la vive anche Riccardo Moret, patron del Giro della Valle d’Aosta, sulle cui strade si è spento il sorriso del giovane ligure il 16 luglio scorso. Il tempo e i mesi si sono susseguiti da quel giorno d’estate, ma quello che è successo non si cancella, e chi scrive pensa che questo (per quanto doloroso) sia solamente un bene.




Doloroso, ma necessario
La corsa a tappe valdostana ha ripreso il suo corso, anche se ancora influenzato e caratterizzato da ciò che è accaduto nel 2025, e guarda alla prossima edizione. Ripartire non è stato semplice, ma per il Giro della Valle d’Aosta, e per Riccardo Moret, patron della corsa, era necessario (in apertura insieme a Jarno Widar, vincitore dell’edizione 2025, ndr).
«Gran parte di questa edizione, che partirà il prossimo 16 luglio (il destino ci mette sempre del suo, ndr) – racconta Moret – è influenzata dal pregresso, che non è stato semplice da digerire. Non posso negare che ci sia stato dello smarrimento quando ci siamo messi a disegnare l’edizione 2026 del Giro della Valle d’Aosta. La scomparsa di Samuele Privitera ci ha trascinati in qualcosa che non conoscevamo, ma fin dal giorno successivo la sua splendida famiglia ci ha dato la forza per riprendere.
«Poi però – continua – una volta chiusa l’edizione 2025 ci siamo trovati davanti ad alcuni ragionamenti che era obbligatorio fare».


Cosa ha lasciato in lei e nel comitato organizzativo la scomparsa di Samuele?
Di strascichi ce ne sono stati, sia emotivamente che dal punto di vista burocratico e giuridico. La vicenda giuridica è stata archiviata sia in sede legale che in quella federale. Siamo consapevoli di aver fatto le cose nel modo giusto per quanto riguarda l’organizzazione e la sicurezza. Ripartire ci rende contenti, ma allo stesso tempo rimane in noi una tristezza di fondo che è normale avere.
La decisione e la voglia di ripartire era comune?
Quando succedono queste cose uno sbandamento è naturale, ci si chiede se sia davvero il caso di continuare, per tanti motivi. La parte di organizzazione diventa sempre più complicata, inoltre problemi e scrupoli aumentano a dismisura. A ogni curva, angolo o incrocio ci si pongono dubbi e domande…


Quali ragionamenti si sono fatti?
Internamente si era davanti a un discorso difficile, perché la scomparsa di un corridore è di per sé un fatto molto grave che lascia inevitabilmente degli strascichi. Ma non si voleva chiudere la storia del Giro della Valle d’Aosta con questo ricordo, buona parte del gruppo direttivo desiderava far continuare questa corsa. Il Giro della Valle d’Aosta merita di essere pedalato e vissuto. Anche l’Amministrazione Regionale voleva proseguire, perché è un modo per raccontare il territorio e il paesaggio di questa Regione.
C’è anche una parte sportiva…
Quest’anno passerà di qui anche il Giro d’Italia, inoltre c’è anche un legame con la Francia, e in particolare il dipartimento della Haute Savoie. Infatti la prima tappa quest’anno sarà quella che l’anno scorso abbiamo annullato a seguito della scomparsa di Privitera. Loro (il dipartimento francese, ndr) ce lo hanno chiesto e noi abbiamo ritenuto opportuno assecondarli.


Come si riparte?
Il Giro oltre alla tappa francese (che sarà un cronoprologo da Passy a Plain Joux, ndr) sarà seguito da altre tre frazioni in linea. Quest’anno a causa dei ritardi nella ripartenza abbiamo optato per un giorno in meno di gara, è una questione sia economica che organizzativa. Ripartire con quattro giornate di corsa ci è sembrato comunque già abbastanza.
C’è stata mai la preoccupazione di non riuscire a ripartire?
Non nego che l’idea per un momento ci ha accarezzati, perché da parte mia c’era quasi una ritrosia. Sono stati giorni e settimane complicate, dove ci si addossa colpe che magari non si hanno davvero. Ma da organizzatore certe cose colpiscono. Quando si sta fermi per tanto tempo non è semplice rimettere in moto la macchina dell’organizzazione, sia in termini economici che burocratici.


Ci sarà un modo per ricordare Samuele Privitera?
Assolutamente, è giusto dedicare un momento alla sua memoria. Vorremmo coinvolgere anche la famiglia, il modo in cui lo faremo verrà deciso insieme a loro e alla direzione di corsa. Ci piacerebbe dedicargli un trofeo o una classifica speciale. La cosa che ci fa piacere è che la squadra di Privitera (la Hagens Berman Jayco, ndr), sarà presente anche quest’anno.
Per lei cosa ha significato questo periodo?
Sono passato tante volte sul luogo dell’incidente che ha portato via Samuele, in moto, in macchina e anche in bici. E’ una strada che spesso capita di fare anche in gara. Questi episodi ti segnano e rimangono attaccati all’anima. Mi piacerebbe fare qualcosa in onore del ragazzo proprio sul luogo dell’incidente, sarebbe bello farlo insieme alla famiglia.