TELFS (Austria) – Il Team Ukyo guidato da Alberto Volpi e Manuele Boaro ha raccolto un bottino di tutto rispetto sulle strade del Tour of the Alps. Oltre alla vittoria della prima tappa a Innsbruck con Tommaso Dati, sono arrivati altri tre piazzamenti in top 5, firmati dallo stesso Dati e da Federico Iacomoni. A coronare una prestazione dove la formazione continental giapponese ha giocato ad armi pari con le WolrdTour e professional, è arrivata anche la maglia rossa della classifica a punti, indossata da Tommaso Dati sul podio finale di Bolzano. Ma il merito va a un lavoro di squadra eccezionale che ha visto protagonisti tutti i ragazzi del Team Ukyo.
Del lavoro ad alti livelli che Volpi e Boaro stanno facendo da ormai tre anni se ne parla e ne abbiamo parlato spesso. Ogni anno trovano la chiave per riuscire a competere con le migliori formazioni al mondo, rilanciando e dando una chance a corridori che hanno voglia e merito di volerci provare sempre, fino alla fine.
«La nostra è una squadra continental – ci dice Boaro nel parcheggio dei bus a Tels – ma lavoriamo come una WorldTour, perché la cura del dettaglio non manca mai. Dal preparatore, al nutrizionista, passando anche per il lavoro di Alberto (Volpi, ndr), dei massaggiatori e meccanici. Siamo dell’idea che se ognuno mette il massimo, i risultati arrivano e possiamo fare bene».


I corridori parlano sempre di una grande attenzione nei loro confronti…
E’ una nostra caratteristica fondamentale nell’approccio al lavoro. Ad esempio Dati lo scorso anno ha fatto lo stagista in Cofidis, poi le cose andavano per le lunghe e noi ci siamo fatti avanti (nella persona di Volpi, ndr) e abbiamo proposto il nostro progetto. Lui ha accettato subito, soprattutto perché ha visto come il team ha lavorato nei due anni precedenti.
Qual è la caratteristica alla base di tutto?
Credo che i corridori da noi riescono a trovare quella serenità in più, caratteristica fondamentale in particolare per i giovani. In Italia non abbiamo molte squadre, abbiamo delle buone professional, ma nessuna WorldTour. Penso che Dati, così come gli altri ragazzi, siano felici di aver scelto di correre con noi.


Come si crea questa serenità?
Non ci sono grandi segreti, sono sempre stato uno che ama scherzare, anche quando ero corridore. Ora che sono diesse è lo stesso, mi piace creare un rapporto stretto con i ragazzi, dove non si parla solamente di gare e allenamenti. Non parlo di amicizia, ma far capire loro che alle gare si lavora, senza però rinunciare allo scherzo o al divertimento. Alle corse si deve andare sereni, quindi qualsiasi problema va risolto con il dialogo.
Si deve anche trovare un equilibrio in una squadra in cui tanti corridori vogliono emergere, o rilanciarsi…
Noi lavoriamo allo stesso modo con tutti, non ci sono preferenze. Si corre per il Team Ukyo, con l’obiettivo di cercare il miglior risultato possibile. Nella prima tappa ha vinto Dati, ma in quelle successive abbiamo lavorato anche per gli altri, come Iacomoni.


Le occasioni arrivano.
Spesso dico ai ragazzi che le cose avvengono perché prima o poi devono succedere. Dati non è passato lo scorso anno dopo lo stage in Cofidis, magari alla fine di questa stagione troverà spazio in una squadra ancora più importante.
Parlando di Dati, quei mesi in Cofidis cosa possono avergli insegnato?
Penso abbia assaggiato cosa vuol dire correre nel WorldTour. Cosa significa avere fame, questi ragazzi hanno tanta fame e voglia di arrivare. Questa è la caratteristica che li fa lottare ogni giorno, loro si impegnano tantissimo e noi dobbiamo fare del nostro meglio per supportarli. Dati da noi ha trovato la serenità che in certe squadre a volte manca.


Quanto serve questa fame?
Il corridore deve sempre avere voglia di fare il massimo, migliorarsi, crescere. E’ normale che nel ciclismo poi esistono i vari ruoli, ma dal capitano al gregario vale la stessa regola. In questo mondo non ci stai se non hai fame. Per questo noi prendiamo questi corridori, perché la voglia di riscattarsi, dimostrare il proprio valore.
Il Team Ukyo è diventata una squadra capace di rilanciare tanti corridori, c’è anche la voglia di trattenerli?
Assolutamente, entro fine maggio speriamo di avere delle informazione in più riguardo il progetto del Team Ukyo. Noi vogliamo diventare professional, e in caso sappiamo che ci sono dei ragazzi che ci piacerebbe trattenere e con i quali costruire qualcosa. Vederli andare via è anche un “dispiacere” perché non sempre una WorldTour può darti quello che vuoi o di cui hai bisogno.


Conta anche l’ambiente…
Il calendario, le corse che si vanno a fare, il clima all’interno del team. Ai miei ragazzi dico sempre che bisogna guardare all’ambiente in cui si andrà a lavorare, perché la serenità per un corridore è tutto. Non sempre è tutto oro quel che luccica.
Un’altra caratteristica è che sono tutti ragazzi elite.
A mio avviso si guarda troppo ai giovani, quelli che prendiamo sono tutti corridori che magari avrebbero già smesso. Li chiamano vecchi, ma sono questi i ragazzi che possono fare veramente strada. Non sempre la maturazione arriva a diciotto anni, io stesso sono passato che ero elite ho fatto tredici anni di professionismo.
C’è anche un po’ di orgoglio nel riuscire a rilanciare questi ragazzi?
A loro racconto sempre la mia storia. Ho vinto il Liberazione al secondo anno da under 23, poi gli anni sono passati e stavo per smettere. Alla fine sono passato professionista al primo anno da elite e ho avuto una carriera lunga in tre grandi squadre WorldTour. Ai miei ragazzi dico sempre che la speranza deve essere sempre l’ultima a morire, bisogna lottare fino all’ultimo. Ci vuole fortuna, ma serve anche cercarsela.