Non è una gara come tutte le altre. A parte il fatto che la Coppa Montes, arrivata quest’anno alla sua 71esima edizione, è una delle principali prove internazionali del calendario italiano, sono le sue motivazioni che la rendono una pietra miliare nel calendario juniores e per questo, prima di parlare dei verdetti che la corsa ha emesso nella fatidica giornata del 25 Aprile, è giusto occuparci delle sue radici.
Perché il fatto che la gara si disputi nella giornata dedicata alla Liberazione non è casuale. La prova ricorda la figura di Silvio Monguzzi e degli altri eroi della Resistenza, martiri in un periodo terribile della storia d’Italia ma che da quella è diventata quella che ancora è, pur con tutte le sue contraddizioni. Si gareggia a Monfalcone (GO) dove l’azione dei Partigiani è stata fondamentale e proprio per onorare le loro figure è nata la corsa, come spiega Massimo Masat, il presidente del comitato organizzatore che altri non è che la sezione provinciale dell’ANPI.


Corsa legata alla storia partigiana
«72 anni fa si decise di onorare attraverso una competizione ciclistica quella che fu una figura di questo territorio, un partigiano torturato dai nazifascisti e morto a Palmanova. Non era un partigiano convenzionale, era uno che si era prodigato sempre per approvvigionare i partigiani che stavano in montagna. Inventò l’intendenza Montes, che raccoglieva viveri, vestiti per portarli ai partigiani in montagna, ovviamente con un livello di rischio altissimo».
Non è un caso il fatto che il percorso di gara prevede anche uno sconfinamento in Slovenia «I primi 50 chilometri sono in pianura, con 10 traguardi volanti che ricordano sempre figure salienti della Resistenza, dove sono gli stessi familiari dei partigiani a mettere i premi. A seguire inizia una parte molto più delicata, che comprende quattro gran premi della montagna, affacciati sul Collio. E’ una gara sentitissima, molto agonistica, eppure è anche un percorso che regala paesaggi bellissimi per chi volesse affrontarlo in maniera cicloturistica.


Un piccolo campionato del mondo
«Tornando al percorso, discesi da Rutar, entriamo a Zecla, in Slovenia e questa è stata la grande novità di questa edizione. Facciamo 4 o 5 chilometri oltreconfine e poi rientriamo in Italia sotto la salita di San Floriano, quella che è stata percorsa ai campionati italiani professionisti sul circuito di Gorizia nell’edizione ‘25».
La corsa è quasi un campionato del mondo, avendo radunato ben 20 squadre straniere tra cui 5 devo team: «Negli anni scorsi abbiamo avuto i complimenti di tutti quelli che sono venuti. Ci piace pensare, fatti i dovuti distinguo, che è in piccolo una sorta di Liegi per gli juniores, con le salite ben distribuite e un occhio sempre privilegiato per la sicurezza. Non sono salite particolarmente lunghe, ma con punte che vanno anche al 12-13 per cento. Chi vince la Montes ha molto spesso un futuro fra i pro’, qui sono passati Mohoric giunto secondo, Milan l’ha vinta dopo essere caduto, Omrzel ha fatto il vuoto. Per due volte è venuto Pogacar e per due volte è finito terzo…».


Padovan, obiettivo centrato in pieno
L’ultimo di questa serie, augurandogli di avere identica fortuna, è Nicola Padovan che a 18 anni appena compiuti ha portato a casa l’ultima edizione. Il giorno prima era già stato protagonista al Liberazione di Roma, finendo 8°, a Monfalcone ha sbaragliato la concorrenza.
«Vivo a San Pietro di Feletto e pratico ciclismo da piccolissimo, iniziando già da G1 – racconta Padovan – Mi sono appassionato al ciclismo perché i miei tre fratelli correvano in bici. Vedendo loro ho deciso di seguire la loro strada e sono andato anche più lontano. La prima parte di stagione era andata bene, con la vittoria del team alla nostra prima corsa e il mio terzo posto a Orsago, dove avevo dichiarato che il cerchio rosso della stagione era la Montes, perché la vedevo corsa dai miei fratelli e mi era sempre piaciuta. Volevo arrivarci con la miglior forma possibile».


La presenza delle squadre straniere
La corsa l’ha sempre sentita in pugno: «La parte piana è stata fatta a tutta velocità – sottolinea Padovan – Infatti, sono arrivato sotto la salita che ero un po’ affaticato. La prima l’abbiamo fatta forte, la seconda un po’ più piano, da quando sono arrivato in cima alla seconda, che era quella dove avevo paura di staccarmi, ho pensato solo che dovevo tenere, così mi giocavo le mie carte in volata (foto di apertura Ciclismoblog, ndr)».
La presenza delle squadre straniere si è sentita? «Di sicuro hanno fatto un ritmo elevato fin dall’inizio e poi comunque gareggiare contro le squadre straniere ti mette un po’ più sotto pressione e ti dà meno sicurezza perché è gente che va già forte e non sei così convinto di rimanere con i primi. Ma questo rende la vittoria ancora più bella, era una cosa che volevo e sono riuscita ad ottenerla».


Una vittoria che ha portato frutti
Il fatto che a Monfalcone ci fossero i devo team ha dato al suo successo anche un altro significato: «Dopo l’arrivo molti emissari si sono avvicinati e questo mi ha fatto molto piacere, ho avuto primi contatti e ciò mi fa sperare per la fine della stagione. Non posso fare nomi, ma qualcuno si è detto interessato a farmi passare con loro».
Nel caso il trasferirsi all’estero, che cosa rappresenterebbe? «Il timore maggiore sarebbe la lingua – ammette Padovan – l’inglese lo capisco, ma non lo so parlare bene e questo è un freno, ma per il resto, per vivere all’estero, non ci sarebbero grandi problemi».
Con questo successo possono schiudersi anche le porte della maglia azzurra: «Su pista ho già avuto modo, ma è chiaro che indossarla su strada ha un valore diverso. Spero che ci sia occasione per provare quest’emozione».