LODI (LO) – E’ l’ultimo a scendere dal bus della MBH Bank-Csb-Telcom Fort, con grosse lenti scure che non lasciano intravedere gli occhi. Alessandro Fancellu è il nome di riferimento al momento per il team italo-ungherese, che con una top 10 nella Milano-Torino ha dimostrato di stare bene e di poter competere anche quando il livello in corsa si alza. Sulla doppia scalata di Superga ha coronato una giornata speciale per lui e la squadra. Tutti all’interno dello staff ne parlano bene, a testimonianza che il ragazzo di Como sembra essersi ritrovato dopo alcune stagioni complicate nella sua prima parentesi da professionista.
L’anno vissuto con il Team Ukyo ha rappresentato lo spartiacque fino ad ora, una stagione che per Alessandro Fancellu è servita a ritrovare serenità. Infatti se è vero che le qualità non sono mai venute meno, probabilmente era necessario cercare un nuovo equilibrio sul quale costruire qualcosa di solido.
«Sono felice di come sta andando questo inizio di stagione – racconta Fancellu a pochi minuti dal via della seconda tappa della Coppi e Bartali – anche se nei giorni tra il Trofeo Laigueglia e le Strade Bianche ho avuto un po’ di sfortuna. Però nelle altre gare sono riuscito ad essere protagonista e mi sono sempre fatto vedere».


Quello passato è stato un inverno diverso?
No, diciamo che è stato come tutti gli altri a livello di gestione. Dopo l’ultima gara ho staccato, sono andato in vacanza per poi tornare e riprendere ad allenarmi al meglio. Sono riuscito a ripartire dallo stesso livello col quale avevo concluso lo scorso anno, quindi rispetto ad un anno fa penso di essere a un punto più alto.
Cos’è cambiato in questo anno?
Ma niente, penso che sia anche una cosa fisiologica. Fare un paio di stagioni senza intoppi mi ha sicuramente dato una mano, inoltre il fatto allenarsi bene porta comunque una crescita.


Quella passata è stata una stagione di transizione?
L’obiettivo era di riuscire a far bene per poi tornare nel professionismo, perché il Team Ukyo è una grandissima squadra tra le continental però non si è veramente tra i professionisti. Per me però è stata una bellissima stagione, devo ringraziare moltissimo Alberto Volpi, Manuele Boaro per la fiducia e la programmazione. Sapevamo già le gare che saremmo andati a fare e siamo riusciti a lavorare davvero nel migliore dei modi.
C’è un significato diverso in questo ritorno nel professionismo?
Non saprei, io ho sempre cercato di fare il mio, lavorando al massimo delle mie potenzialità. Purtroppo per svariati motivi nelle stagioni passate non sempre le cose sono andate bene. Invece sono felice di come in questi ultimi due anni stia riuscendo a dimostrare qual è il mio livello.


Passando in una continental hai visto le cose da una prospettiva differente?
No, alla fine anche se l’anno scorso sulla tessera non ero professionista comunque di fatto ho lavorato, e abbiamo lavorato, come tali. Quello magari è solo un cartellino che ci si dà ma non c’è grande differenza.
Sei partito subito bene quest’anno, serviva un inizio così?
Sì, sono contento di come sono andato in questo inizio di stagione e nello specifico del risultato della Milano-Torino. In corsa c’erano tra gli scalatori migliori al mondo, o comunque gente che è protagonista nei Grandi Giri. Essere lì a battagliare contro di loro mi ha dato una conferma importante.


C’è una consapevolezza diversa nei tuoi mezzi?
Questo sicuramente, le prime volte che ti trovi davanti sei un po’ inesperto e magari paghi. Al contrario se ci si abitua a stare lì tra i primi si capisce come gestire al meglio i finali e tirare fuori il massimo risultato.
Riguardando ora la tua prima esperienza da professionista come la giudichi, forse era arrivata troppo presto?
Con il senno di poi sicuramente si potevano fare scelte diverse, ora magari è facile guardarsi indietro e dire così. Ormai è andata, quello che è passato è passato, adesso bisogna guardare avanti.


Ti ha insegnato qualcosa quel periodo?
Ho imparato a conoscermi, a capire le mie sensazioni. Capire quando è il momento di spingere di più in allenamento e quando, invece, serve rifiatare. Anche intuire quali possono essere i campanelli d’allarme che il corpo può dare. Sono aspetti che arrivano solamente con l’esperienza, perché nessun preparatore è in bici con te. Credo ci siano cose che solamente un corridore può capire.
Questa esperienza ti ha dato un modo diverso di entrare in questo secondo capitolo della tua carriera?
Vivo le cose in maniera un po’ diversa, adesso sono consapevole che in allenamento devi anche saper rallentare, e non è vero che più si fa e più si andrà forte. Credo sia un aspetto importante per affrontare il 2026 e tirare fuori il meglio.
Un sogno per quest’anno?
Vincere tra i professionisti, l’anno scorso ho vinto ma erano gare di secondo livello. Non ho una gara di riferimento, anche solo una tappa in una corsa di più giorni sarebbe bello.